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OSSERVANDO IL MUGELLO DALLA CROCE DI VESPIGNANO

Il paradosso, via dell'eternità

La grande croce di Vespignano, al momento dell'installazioneSono stato ad osservare il Mugello dalla croce a mezzacosta del colle di Vespignano. Guardare la realtà dal punto di vista della croce significa assumere il paradosso come criterio di giudizio. Si sa, Dio nei confronti dell'uomo è davvero paradossale: non solo prende la nostra carne, ma si fa appendere sul legno della croce. Più paradossale di così! Eppure siamo davanti alla misura di tutte le cose, dell'amore prima di tutto. D'altro canto la parola amore come suona debole e ambigua sulle nostre labbra e nel nostro cuore: più che dono la pensiamo come attaccamento, possesso, ricerca di sé.

Mentre, guardando verso Borgo, vedevo allineate alla croce le due chiese del paese mi chiedevo cosa era rimasto del Giubileo appena concluso. Quale poteva essere il seme raccolto da far germogliare nel paese. Pensavo al Papa e al paradosso che incarna: vecchio e stanco, è però il solo che sappia parlare in modo credibile del futuro sia di questa vita che dell'altra.

Il paradosso come criterio di giudizio: d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

Passa la scena di questo mondo, ed è la croce la chiave dell'eternità. Il "paradosso" è la via per l'eternità. Se non mi converto al paradosso, a cosa mi serve collezionare e catalogare massime evangeliche come se fossero francobolli? Convertirmi significa rendere la mia vita sempre più paradossale. Ma ne ho la forza? lo chiedo con insistenza nella preghiera? ho sempre chiara la questione? cosa significa essere paradossale per la comunità cristiana?

Vespignano è un luogo per me molto caro. E' in quella chiesa che per le prime volte ho seguito le liturgie notturne del Natale e della Pasqua: ho ancora negli occhi le luci dei fedeli che salivano il colle di notte dalle due strade principali. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. Pur avendo visitato in un paio di occasioni Gerusalemme, l'ascolto delle parole di Isaia solo in seconda battuta evoca in me la città santa, la prima immagine è quella di Vespignano. E ora, sulla soglia dei cinquanta, quella croce, ovvero il nocciolo di tutta la faccenda, il richiamo alla morte, ma anche alla resurrezione.

Se un tempo bastavano cinque prove per l'esistenza di Dio, oggi l'uomo le ritiene insufficienti e ne vuole una sesta, la più completa, la più autorevole: la vita di coloro che credono in Dio!

Queste parole di Maritain sono fondamentali per comprendere il tempo che stiamo vivendo. E' il tempo nel quale i credenti, probabilmente, hanno compiuto il massimo sforzo per presentare la loro fede con le modalità proprie del mondo, quasi che la loro religione fosse una scienza, una materia tra le altre. Si è cercato di accomodare tutto quanto risultava alieno dalla sensibilità e dal razionalismo moderno, col risultato che più la fede cercava di essere "razionale" e più si allontanava dalla ragione. Si, perché la fede nel Dio che s'incarna e muore per l'uomo non è un galateo di buone maniere e di convenzioni sociali, una colta disquisizione letteraria, uno spunto per ecumenismi a buon mercato, un appello tra i tanti. Non chiede un'opinione favorevole, vuole che vi si scommetta la vita.

Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà.

Siamo al paradosso allo stato puro. Certamente si può dare una parte della nostra vita, magari nel volontariato, ma non la vita. Non può essere anche questa un'interpretazione del fatto delle poche vocazioni al sacerdozio?

Signore, perdonami per tutte le volte che ho cercato di fuggire dal paradosso della croce.

Giampiero Giampieri

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