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POLITICA - COMMENTI

DOPO LE ELEZIONI, E’ L’ORA DELLA RIFLESSIONE (E DELL’AZIONE)

Politica, tante cose da ripensare

La recente campagna elettorale ha reso esplicito lo stato di degrado al quale è giunta la politica in Italia. Si tratta di un problema alla cui soluzione tutti sono chiamati a dare il proprio contributo, per evitare un ulteriore e oltremodo pericoloso sfaldamento della convivenza civile. Non sarà comunque un’operazione facile, perché richiede una netta inversione di tendenza rispetto all’enfasi posta, nel corso degli ultimi decenni, sulla semplificazione della politica. Esercitarne l’arte, infatti, richiede sforzo per comprendere la realtà, per individuare le necessità d’intervento, le modalità dell’azione e ricercare la necessaria collaborazione per operare. La democrazia richiede impegno e intelligenza, altrimenti diventa una caricatura.

A forza di semplificare si è arrivati a dover scegliere tra candidati quasi fossero dei detersivi, la cui fortuna – come si sa – non è data dal valore del prodotto, ma dall’efficacia della campagna pubblicitaria. La semplificazione è stato il leitmotiv con i quale i grossi gruppi di potere, con i loro giornali e le loro televisioni, hanno costruito una sorta di filo spinato mediatico e pseudoculturale difficilissimo da scavalcare. Su questo metodo le oligarchie di destra e di sinistra si sono trovate perfettamente d’accordo. E’ diventato quindi assai problematico per le persone andare contro le opinioni che si accreditavano come comuni e fondamentali per la modernità.

Ma quello che era complicato per la persona comune sarebbe stato, con molta probabilità, più facile da contrastare per chi aveva responsabilità formative ed educative. Invece tutti si sono vestiti di conformismo ed hanno assecondato la corrente. La capacità critica è andata così a farsi benedire e, con essa, anche una fetta di libertà.

Ci pensate: tutto un dibattito elettorale incentrato su Prodi e Berlusconi e le loro strumentali esternazioni alla caccia di qualche voto, entrambi impegnati a sparare promesse prive di qualsiasi fondamento che ne supportasse la praticabilità. Facevano e disfacevano a soggetto, senza minimamente rifarsi ad un mandato escluso quello, ricevuto dalle rispettive tifoserie, di vincere la competizione elettorale. Le persone si associano da sempre per certe affinità. Quali sono le affinità delle coalizioni che si sono confrontate? Per Prodi la politica familiare è quella dei radicali o quella della Margherita? E per Berlusconi la politica sociale è quella di Forza Italia o quella dell’Udc? Come si può facilmente intuire, ci troviamo nell’indeterminatezza e nell’arbitrio più completi.

Credo sia giunta l’ora di tirar fuori un po’ di coraggio e di assumersi qualche responsabilità. La politica è chiamata ad affrontare temi così importanti che, se non è davvero partecipata da tutti, può provocare danni irrimediabili. I temi della vita, della morte, della famiglia, di un’economia sempre più autonoma dall’esigenze delle persone, di una scuola che coniughi libertà e responsabilità sono lì, e affrontati in un modo piuttosto che in un altro possono provocare disastri inimmaginabili.

E’ fondamentale ricreare un clima condiviso riguardo al bene comune che – va ricordato – non è una mera somma di interessi individuali. Nessuno può tirarsi fuori perché la faccenda non lo riguarda.

Qualificante dovrà essere un ripensamento sull’importanza dei partiti politici. La loro demonizzazione ha consentito a pochi di accaparrarsi un potere che costituzionalmente appartiene al popolo sovrano. A che serve votare, se non concorro a decidere chi e cosa si confronterà nella competizione elettorale? Il tema che andava affrontato agli inizi degli anni novanta non doveva esser la dissoluzione di fatto dei partiti, ma la loro effettiva democratizzazione. Ed è sospetto che i tanti comitati di difesa della Costituzione tacciano su questo punto.

Ora, guardando avanti, chi ha la responsabilità di chiamare i giovani, i nostri figli, ad un’appropriata riflessione su questi temi? E’ la sola famiglia che lo deve fare? Basta la scuola? E come Chiesa possiamo lavarcene le mani?

Sarebbe importante registrare qualche parere in proposito.

Giampiero Giampieri

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, maggio 2006

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