AUGUSTO ROMAGNOLI E IL SUO CINEMA PARADISO
Un’esistenza a colori
L’ultima
volta che l’ho visto lavorare stava restaurando i colori del S.
Francesco a lato della facciata della Pieve di Borgo. Pennello
fermissimo e la precisione di sempre. Ufficialmente era imbianchino,
ma aveva la tecnica di un miniaturista. Evidentemente, operare
intorno alle immagini era la vocazione di Augusto. Per tantissimo
tempo è stato, infatti, l’operatore del Don Bosco a partire
dall’epoca dei salesiani. E’ lui che mi ha introdotto nella magia
del cinema. Da bambino mi ha sempre impressionato quel fascio di
luce che, andando a sbattere contro lo schermo, si trasformava in
immagini capaci di suscitare tante emozioni. E quando tredicenne mi
sentii dire da che mi avrebbe insegnato a fare l’operatore mi parve
cha una felicità più grande non potesse esserci sulla terra. Costruì
per me anche un rialzo che mi permise di poter cambiare la bobina
più alta del proiettore. Mi insegnò tutto, compresa l’arte di fare i
tagli alle scene considerate osé per l’epoca. Augusto però non era
solo operatore. Era anche il responsabile della programmazione:
diverse generazioni sono cresciute con i film che lui sceglieva.
Sentiva quella responsabilità e l’esercitava con scrupolo. Mi
parlava spesso del perché sceglieva un film piuttosto che un altro.
Ha sempre avuto un portamento molto elegante, ma a me, da ragazzo,
appariva anche molto austero e mi meravigliò parecchio che sin
dall’inizio mi trattasse da pari a pari.
Non so se ne fosse consapevole, ma la pedagogia salesiana l’aveva nel sangue. Ciò che si sa, che si sa fare e che si possiede è molto più bello se condiviso. Ecco perché era sempre disponibile ad insegnare ad altri ciò che sapeva. Mi diceva qualche settimana fa Don Poggiali che, probabilmente, era lui l’ultimo al quale Augusto aveva insegnato a fare l’operatore.
Per Augusto, come del resto per molti di noi, l’ambiente salesiano era la seconda casa. L’inconveniente era che si stava poco in famiglia, e di questo mi parlava con una punta di melanconia la moglie Lidia il giorno del funerale. Eppure nelle ore passate in cabina di proiezione quante volte mi parlava con tenerezza di lei, dei luoghi dove si erano conosciuti, di come le voleva bene. D’altro canto l’educazione che ci veniva data all’oratorio consisteva per larga parte nella disponibilità a prenderci delle responsabilità. Ciò ci veniva richiesto e ciò gli educatori erano disposti con gioia a rischiare: non si poteva tirarci indietro!
Aveva un’altra grande passione: la caccia. Mi ricordo che teneva in cabina di proiezione una carabina, e quando tra uno spettacolo e l’altro c’era un po’ di tempo, andava nel terreno tra la chiesa del Crocifisso e dove adesso ci sono le piscine a cercare di fare qualche preda.
Lidia mi raccontò che all’inizio della malattia Augusto incominciò – bizzarria della sorte - a non riconoscere più i colori. Com’è sagace la Provvidenza! Quello che ci dà ce lo toglie affinché comprendiamo che non è roba nostra, ma è dono. Vale per le cose e vale per le persone. Tutti siamo debitori di tanti. Di Augusto io lo sono in maniera particolare perché attraverso le pellicole, i carboni, le lenti anamorfiche, gli otturatori e le cellule fotoelettriche mi ha disposto alla meraviglia. E mi immagino la sua, quando i suoi occhi si sono aperti sui colori del paradiso.
Giampiero Giampieri
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, 2006

