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PERCHE’ LE NOSTRE PARROCCHIE NE FANNO A MENO???

Elogio del chierichetto

E’ ormai raro vedere dei  chierichetti intorno all’altare nelle nostre celebrazioni liturgiche. Raro come avere notizia di qualche vocazione sacerdotale. E se in qualche modo i due fatti fossero in relazione?

Introibo al altare Dei. Ad Deum qui laetificat  juventutem meam. Il rito iniziale della  S. Messa in latino era molto bello. Salirò all’altare di Dio. A Dio che allieta la mia giovinezza, rispondeva il popolo che – è evidente – non era formato da soli ragazzini, ma da persone adulte e da anziani. Allora di che tipo di giovinezza si trattava? Me lo chiedevo spesso mentre servivo la S. Messa. Non capivo, ma intuivo che era qualcosa di molto bello. Qualcosa da esplorare con il cuore prima ancora che con la ragione. Un mistero grande e affascinante!

Ogni tanto qualche prete  mi spiegava che la liturgia cattolica è anticipazione e pregustazione della liturgia celeste, ma non aggiungeva nulla all’eco di quel Dio che allieta la mia giovinezza.

Non capisco perché con la riforma liturgica questa parte sia stata soppressa. In un certo senso – almeno per me –  è stato come eliminare una finestra alla quale affacciarsi sulla S. Messa.

Essere intorno all’altare era come “toccare” il mistero. E, con il passare del tempo, mi rendo conto che non è possibile sostituire i riti e il mistero che essi esprimono con dei discorsi.

Può un credente disporsi al sacerdozio senza sentire il fascino e il mistero della liturgia e della liturgia eucaristica in particolare? Nell’antico rito poi il sacerdote prestava un’attenzione meticolosissima ai gesti da compiere. Un fedele vedendo ciò, e un chierichetto ancora di più perché più immerso nella scena, non ha bisogno che gli si faccia un discorso sulla presenza reale e sulla devozione dovuta al Santissimo Sacramento. Ma anche un non credente può rendersi conto che si trova di fronte alla cosa più sacra di tutte.

Qualche tempo fa, ci raccontava Don Momigli, che nel corso di una concelebrazione ad un sacerdote squillò il cellulare. Una dimenticanza, può succedere. Lo sconcerto si diffuse tuttavia quando l’incauto sacerdote, seppur per pochi secondi, rispose.

Quando venivamo istruiti per il servizio all’altare si insisteva molto sulla compostezza. Se l’uomo è abituato a volgersi verso Dio con il suo corpo e la sua anima durante le cerimonie liturgiche – ci dicevano – sarà portato a volgersi verso di Lui in ogni occasione della vita.

Allora perché abbiamo abolito, di fatto, i chierichetti? Forse perché lo riteniamo un retaggio del passato? O forse perché abbiamo preferito i discorsi?

E’ probabile che ai nostri giorni abbiamo raggiunto il massimo storico dei credenti ferrati in teologia. E di per sé è una cosa buona e bella! Anche nella lettura e nella comprensione della Sacra scrittura sono stati fatti dei grandi progressi. Ed è indubitabile che anche questa sia una cosa buona e bella!

Nondimeno le vocazioni scarseggiano e non mi pare che le nostre celebrazioni abbiano raggiunto il massimo della compostezza.

Continuiamo pure a fare esegesi e a studiare teologia, ma torniamo anche a fare i chierichetti.

Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore – scriveva don Bosco - , e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.

Giampiero Giampieri

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, luglio-agosto 2006

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