SCOMMETTERE LA NOSTRA VITA SULL'AMORE VERSO GLI ALTRI
La vita non è nostra
La vita non è nostra: l'abbiamo avuta in dono. Il cristiano deve essere preparato a restituirla in qualsiasi momento. Dalla gratitudine che avrà in quel passaggio che tanto stride con le aspettative terrene, dipende la gioia per l'eternità. Gioia di figli col Padre e - in questo consiste la straordinaria grandezza del nostro Dio - gioia di Padre coi figli. Da questo dipende anche la testimonianza: nessuno, infatti, è più credibile di colui che ringrazia sinceramente con tutto il cuore. I Santi sono canti viventi di ringraziamento e di lode.
Ho
colto questa come riflessione importante suscitata dal nostro Arcivescovo
in occasione della festa di San Lorenzo. Mi ha particolarmente impressionato
perché è raro sentirsi ricordare questa indiscutibile realtà con amore di
padre. In una stagione dove l'uomo reclama la propria autosufficienza, anche
nella determinazione del bene e del male, è questo un annunzio audace con
le caratteristiche della profezia che, se accolto e lasciato fruttificare,
è capace di trasformare decisamente l'esistenza di una persona e di una comunità.
D'altro canto, l'amore vero per i fratelli è tale se ha le proprie radici in Dio. Ed è questo radicamento - ci ha ricordato ancora il nostro Vescovo - che ha spinto San Lorenzo alla carità verso i fratelli e al sacrificio eroico della propria vita. Quanta distanza corre tra il dare qualche porzione della nostra vita, magari nel volontariato, e lo scommetterla tutta sull'amore! Celebrare il Patrono cos'è se non cercare - per così dire - di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda?
La vita non è nostra. Vallo a dire agli assetati di ricchezza e di potere; a chi ritiene un diritto la soppressione di una vita nascente oppure di una giunta in prossimità della meta; a chi soddisfa il proprio orgoglio nel manipolare lo sviluppo della vita; a chi ritiene incontestabile il proprio diritto ad usare l'altro come mezzo per il raggiungimento dei propri fini; a chi costruisce i propri agi sullo sfruttamento dei più deboli. Vallo a dire a noi, che nella vita di tutti giorni ci lasciamo risucchiare da queste logiche. Vallo a dire ancora a noi che, pur percependo la verità e la ragionevolezza della nostra fede, non riusciamo a liberarci dalla rete delle convenzioni e dagli stili di vita in voga che ci ottenebrano la mente ed il cuore.
In chiesa c'era il gonfalone del nostro comune. Era lì a segnare un'adesione o una distanza rispetto a quello che veniva celebrato e annunziato? Oppure si trovava lì per obbedire ad una formalità?
La
vita non è nostra, appartiene a Dio. Anche noi apparteniamo a Dio. Come sarebbe
bello continuare il discorso con il nostro Vescovo. Ascoltarlo mentre ci parla
di Dio e del futuro che ci aspetta. Ragionare insieme di come rendere testimonianza
della nostra Speranza nelle nostre case, in tutti gli ambienti nei quali ci
accade di vivere e - perché no - nelle nostre chiese.
Quelle parole di padre mi hanno suscitato una nostalgia grande dell'avere un cuore solo e un'anima sola. Il desiderio di poter davvero dire, con verità, Padre "nostro". Certo, la mia vita deve cambiare e parecchio. Devo, nel segreto più segreto del mio cuore, là dove talvolta riesce a farsi breccia la Parola, pronunciare il mio sì. Questo conta davvero.
Non mi servono sociologi; non mi servono teologi; non mi servono ardite strategie pastorali; mi servono i Santi e la Grazia di Dio.
A ben guardare, la santità non è una prospettiva per pochi. E'una realistica prospettiva per ognuno di noi: ciascuno attraverso modalità uniche e irripetibili che a Dio è parso bene prevedere. Possibile che sia così difficile per i credenti di oggi parlare insieme di questi argomenti?
Giampiero Giampieri

