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FORMALISMO, RISCHIO GRANDE PER LA FEDE

A che servono le campane?

Caro Gibe, sono costretto a rivolgermi a te, perché sei la parte di me che sola può tentare di rispondere ad una domanda che Silvia mi ha rivolto a bruciapelo: "Babbo, a che servono le campane?!". Giampiero ha buttato lì una risposta, ma non era quella autentica: troppo fredda, troppo precisa, troppo scontata per essere veritiera. Il suono delle campane non è un segnale acustico che detta degli appuntamenti; non è nemmeno un suono più o meno bello che solca la nostra terra calpestata da bipedi sempre più distratti nei confronti di ciò che non può essere, alla fine, monetizzato. La campana è una festa, e come tutte le feste vere, è un'esperienza prevalentemente interiore. E chi, se non un bambino, ha la capacità di succhiare dalla festa tutta la gioia che può dare? Senza disposizione alla festa non si può comprendere, né tantomeno spiegare, l'esistenza delle campane. E tu devi aiutarmi a farlo, perché solo tu hai la chiave per superare tutte le barriere che, consapevolmente e inconsapevolmente, appronto per difendermi da quelle che una persona cara anche a te chiamava "le sorprese dell'amore".

Caro Gibe, tu hai potuto fare esperienza di vivere la Messa come festa, come una grande solennità che lasciava una scia lunga una settimana durante la quale cercavi di metterla in pratica, impegnandoti a vivere in lieta armonia con coloro che, con te, la domenica avevano, nella gioia, fatto comunione. Magari ti bastano un paio di rintocchi colti nel modo giusto per rievocare quell'esperienza! Ma mettiti nei panni di chi, a forza di sentirsi dire che la Messa è un'assemblea, la vive come una replica di quella condominiale. Si accentua l'aspetto giuridico e svanisce il mistero. Proprio tu, una volta, mi facesti comprendere come pure il suono delle campane è bello perché, a pensarci bene, si modula tra evidenza e mistero, tra il tempo e il suo superamento. Sono più solenni che lugubri, infatti, anche i rintocchi che segnalano la fine dell'esperienza terrena delle persone

Ma come spiegarlo a Silvia? Vedi, si capiscono solo le cose delle quali si è fatta esperienza. La sola comprensione intellettuale sta alla realtà come un'armonica a bocca ad un organo. Tu hai avuto tante persone che ti hanno preso per mano, che ti hanno trasmesso il loro modo di gioire, di soffrire, di pregare. Lo hanno fatto senza paroloni, senza gesti appariscenti, con riservatezza e rispetto. Per loro parlavano gli occhi e le campane! Quando al Gloria della Messa pasquale - come si diceva allora - si "scioglievano" era festa vera. D'altro canto - come dici tu - non si fa mai festa abbastanza quando si celebra la resurrezione di Gesù! E la festa, si sa, è contagiosa; quando non è contagiosa non è festa! Festeggiare poi non ha senso fuori da una compagnia, lontano da relazioni d'amicizia e d'amore!

Un giorno - carissimo Gibe - riuscirò a trasmettere queste cose a Silvia e a Marta? Se ci riuscirò mi sentirò abbastanza soddisfatto come genitore. E' certo però che avrò bisogno del tuo aiuto. Avrò bisogno di qualcuno che mi tiri per i capelli - quelli rimasti - quando avrò paura di manifestarmi per quello che sono. Avrò bisogno del tuo pungolo quando mi adagerò nell'apparente tranquillità del mio guscio, con la scusa che gli anni passano per tutti. Il tuo aiuto sarà vitale anche quando avrò dei timori per l'avvenire. Mi ricorderai allora l'affascinante esercizio dell'abbandono a Dio che, forse per qualche istante, abbiamo sperimentato. Istanti che, quando riescono a farsi largo tra il groviglio delle quotidiane e inconcludenti elucubrazioni, hanno la forza di farmi ricominciare a sperare.

Caro Gibe, se riuscirai a prendere il sopravvento su di me, allora e solo allora, sarò in grado, forse, di spiegare credibilmente a che servono le campane.

Giampiero Giampieri

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