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Alcune considerazioni tra passato e presente

 

Lettera a una professoressa quarant’anni dopo

 

Riflettere su Lettera a una professoressa  a quarant’anni dalla sua pubblicazione offre un angolo di visuale privilegiato per misurare il grado di attualità del pensiero e dell’opera di don Milani e per fare un bilancio dell’influenza che questo “piccolo grande libro” ha avuto nello sviluppo del sistema scolastico italiano.

 

Già l’ossimoro insito nella definizione di “piccolo grande libro” rivela una contraddizione in termini che in qualche modo sembra caratterizzare la sorte stessa di Lettera a una professoressa. Direi che quest’ultima rappresenta il manifesto teorico di un progetto educativo pratico, originale e lungimirante; un’opera che ha contribuito enormemente ad alimentare quel confronto di idee che ha accompagnato la riforma della scuola media dei primi anni sessanta. Si tratta di un dibattito che ha prodotto anche tentativi di attuazione di alcuni aspetti metodologici riconducibili più o meno direttamente all’esperienza di Barbiana; è il caso, ad esempio, delle prove di scrittura collettiva realizzate qua e là da qualche insegnante o dei primi esperimenti di lavoro di gruppo in classe oppure di doposcuola prima e di tempo pieno poi. I risultati concreti però non sono stati forse proporzionati al volume del dibattito suscitato dal libro fin dal momento della sua pubblicazione né paragonabili alle aspettative e all’alto esempio dell’originale. Ma attendersi molto di più di quanto fatto sarebbe stato probabilmente irrealistico.

Del resto è stato lo stesso don Milani a definire “il segreto di Barbiana non (…) esportabile”[1], esprimendo la consapevolezza di come il progetto educativo lassù realizzato, e del quale la Lettera è sintesi puntuale, necessitasse di quelle condizioni peculiari che egli stesso era riuscito a creare. E ciò a partire da un tempo scuola non scandito dai ritmi impietosi della campanella e caratterizzato da quell’atteggiamento di totale, consapevole fiducia da parte dei genitori nei confronti del maestro di Barbiana; un atteggiamento questo ben diverso da quello che sembra talvolta prevalere ai nostri giorni. Ciò che manca è un rapporto equilibrato, attivo e rispettoso delle diverse sfere di competenza; un rapporto di reciproca assunzione di responsabilità nel quadro di un’azione diversa, ma convergente verso il raggiungimento di obiettivi educativi preventivamente stabiliti. In ogni caso, siamo lontani dalla situazione in cui don Milani paradossalmente sentiva il bisogno di invocare la costituzione di un sindacato di genitori per togliere il manico del coltello dalle mani degli insegnanti[2]. E poi davvero voti, pagelle ed esami rappresentano nella scuola di oggi uno strumento di arbitrario potere a disposizione di questi ultimi? Ed ancora: è davvero immaginabile nel contesto attuale una scuola senza alcun momento ed alcuno strumento di valutazione? Ed infine: è davvero sostenibile, oggi, l’esistenza dell’elemento timidezza come carattere generalizzato con le peculiarità proprie dell’io narrante del libro?[3] Ecco sono questi, espressi sotto forma di domande retoriche, alcuni degli elementi che, a mio parere, più risentono dell’usura del tempo.

 

Allora Lettera a una professoressa  è solo un prezioso reperto archeologico, un documento storico funzionale ad uno studio della scuola di ieri senza alcuna intuizione di modernità? Assolutamente no! Infatti, pur nel riconoscimento della difficoltà oggettiva di dare completa attuazione alle proposte lì contenute, essa costituisce un concentrato di spunti che, opportunamente adeguati al contesto, possono risultare oltremodo utili per un’azione di riqualificazione della nostra scuola.

 

Di grande attualità è dotata ad esempio l’affermazione che un sistema educativo efficace e rispondente ai dettami della Costituzione[4], deve avere al centro l’individuo ed essere capace di calibrare su di esso e sui suoi bisogni gli obiettivi di apprendimento. Un elemento questo che trova un riscontro – per la verità un po’ pallido ed emaciato - nei piani di lavoro personalizzati che si tenta di realizzare nella scuola di oggi, pur tra mille ostacoli: di nuovo i tempi, il numero degli allievi, l’esiguità degli spazi e delle risorse, perfino per le fotocopie!, ed altro ancora.

 

Quella delineata nella pars adstruens di Lettera a una professoressa è una scuola che si caratterizza come elemento di alfabetizzazione e di istruzione e quale luogo di educazione alla vita. Sul piano metodologico un aiuto importante all’insegnare odierno, soprattutto nei confronti dei ragazzi in maggior difficoltà - primi fra tutti, ma naturalmente non solo, quelli non italofoni – potrebbe venire proprio da un’impostazione della relazione educativa come interscambio tra i soggetti e quindi come arricchimento reciproco; di fatto quello che attualmente in ambito pedagogico va sotto l’espressione di cooperative learning. Ma anche un simile lavoro articolato per lezioni a gruppi trova nella realtà attuale i suoi ostacoli, spesso insormontabili nella mancanza di spazi fisici all’interno dei quali organizzare l’attività didattica personalizzata o per piccoli insiemi di ragazzi. Tuttavia pure dal punto di vista dei curricula d’insegnamento gli spunti offerti sono molteplici, a partire dall’importanza senza uguali riservata alla lingua italiana e alla centralità dell’apprendimento delle lingue straniere, queste ultime imparate “in situazione” e con una consapevole motivazione a comunicare; dal riconoscimento della funzione didattica del giornale e del cinema al rilievo assegnato all’attività operativa ed alle discipline più tecnico-pratiche. A quest’ultimo riguardo è da sottolineare come nella scuola di oggi tali elementi vadano prendendo sempre più campo, basti pensare al progetto Il quotidiano in classe che si realizza con la collaborazione di alcune delle maggiori testate nazionali e locali, all’uso via via più diffuso di accompagnare, nella trattazione di argomenti che lo consentano, l’impostazione più tradizionale della lezione frontale con quella più innovativa del ricorso a strumenti multimediali e video, preventivamente preparati ed opportunamente analizzati con l’ausilio di materiali vari di supporto; ed infine pensiamo al potenziamento, quando è possibile, delle iniziative laboratoriali in ambito tecnico, artistico e musicale.

 

Inoltre il modello educativo delineato da Lettera a una professoressa e realizzato a Barbiana potrebbe risultare per molti versi utile in una società multiculturale qual è quella odierna e quale sempre più sarà quella futura. È anche in questa direzione che si muove l’importanza riservata all’insegnamento dell’italiano e a quello delle lingue straniere quali strumenti fondamentali della comunicazione e della conoscenza reciproca[5] e quindi come presupposti irrinunciabili per un dialogo costruttivo fra diversi. Del resto, il barbianese di allora, proprio per l’uso incerto dello strumento linguistico, non differiva molto dall’extracomunitario di oggi. Chi è infatti più straniero di colui che non possiede gli strumenti della comunicazione e per questo è destinato a rimanere in una condizione di inferiorità? Possiamo dunque dire che l’uno e l’altro sono facce della stessa medaglia dell’“alterità”. In Lettera a una professoressa, ad esempio, Gianni, il prototipo del figlio di operai, è davvero “altro” rispetto a Pierino, che invece è il modello del figlio del dottore.

 

Proprio perché rappresenta un patrimonio di proposte educative assai ricco, il “libro sulla scuola” scritto dai ragazzi di Barbiana indica un itinerario chiaro da percorrere per potersi avvicinare ad un sistema di istruzione che permetta a tutti di esprimere la propria individualità senza cadere nell’individualismo; che garantisca il rispetto della persona e delle sue peculiarità, compresa quella dimensione di soggetto sociale che deriva dall’essere elemento facente parte di una collettività.

 

Naturalmente Lettera a una professoressa non è solo questo, ma è sicuramente pure questo; pertanto è anche a tale patrimonio di idee e di esperienza che bisogna attingere, con azioni selettive ed opportune contestualizzazioni, se vogliamo costruire una scuola che sia in grado - o per lo meno che tenti - di rimanere al passo con i tempi e di rappresentare un fattore di elevamento del livello civile della nostra società.

 

Bruno Becchi



[1] ) Lettera a Elena Brambilla, in data 28 settembre 1960, in Lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, a cura di M. Gesualdi, Milano, Mondadori, 1991, p. 137.

[2] ) SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1976 (1° ediz. 1967), p. 26.

[3] ) “La timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non essere visto”. Ivi p. 9.

[4] ) Ivi, p10, 19 e passim.

[5] )Cfr. Ivi, p. 22..

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, gennaio 2008

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