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DOCUMENTO SUL "MUGELLANO" PARLATO UN SECOLO FA
Proprio un'altra lingua Qualche tempo fa il figlio del vecchio Ufficiale delle Poste Pio Modi, dell'ufficio postale di Sant'Agata, tra le carte ingiallite del padre, ha rinvenuto un documento. Si tratta di uno "scherzo", composto dal contadino L. Picchietti, per l'Entrata del nuovo Pievano, don Claudio Bargilli, a Sant'Agata Mugello, nel 1887.
Qui pubblichiamo la prima parte dello "Scherzo", affiancata dalla necessaria traduzione: sono passati solo cent'anni, ma davvero era un'altra lingua. Scherzo del
contadino L.Picchietti Menico colono della Chiesa
viene a dare i' MIRALLEGRO NOI LO ABBIAMO "TRADOTTO" COSI' |
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Oggi che han fatto tutti un gran bocìo e sono in grolia per i' noo Pioano, annome di mi' nonno i' vengo io a rieilla co' i' cappello in mano; L'affetto che io ghi esprimo è vero e caiddo M'usce proprio da iccore, e è caiddo, caiddo. Nun guardi sa, s'i' sono un villanzone e mi ede vestico d'accellana: per far piacere a Lei, signor padrone, sarei bono a vestimmi da befana; e se anche chesto ghi paresse poco. per ubbidilla i' bucherei niffoco, La creda, per vienire a riedella, ho camminaco più che un fa i' bafore, perché li nippartire, a una itella ghi sera preso un grachio in mezzo a i' core e quando sono ario sopra a Veruca, m'anno vociaco che mi fighiaa la ciuca. E dalla furia, unnho neanche portaco da regalagghi cailche cosellina, che vole? Aeo un piccion me l'han rubaco, tre capponi, me ghi ha morti la faina, e a qui mi tacco, che gruaa si bene, ghi s'è preso una storta nelle rene. Gli arei portaco ad assaggiare ivvino, ma mi prese la muffa l'altro mese, teneo da parte un cacio marzolino, e un maledetto gatto me lo prese, e qui galletto che serbao per qui, m'è crepaco niffà chicchirichi. E la creda, da i bene che ghi porto, anco tutto i mi core i ghi darei, ed in quest'anno i fagiolin dell'orto e i primi fichi ghi ha manicà Lei, e se la mi Catera fa un bambino, e ghi ogghio po' nnome Craudino.
Servizio a cura di Gabriele Bartoloni |
Oggi che han fatto
tutti un gran vocìo e sono in gloria per il nostro Piovano, a nome del mio nonno vengo io a riverirla col cappello in mano; l'affetto che le esprimo è vero e caldo m'esce proprio dal cuore ed è caldo caldo. Non guardi sa, se sono un villanzone e mi vede vestito d'accellana: (stoffa di mezza lana) per far piacere a Lei, signor padrone, sarei buono a vestirmi da befana; e se anche questo le paresse poco per ubbidirla mi butterei nel fuoco, La creda, per venire a rivederla, ho camminato più che fa il vapore, perchè lì nel partire, a una vitella gli s'era preso un granchio in mezzo al cuore e quando sono arrivato sopra Veruca mi hanno vociato che mi figliava la ciuca. E dalla furia non ho neanche portato da regalarle qualche cosettina che vuole? avevo un piccione, me l'han rubato tre capponi, me li ha uccisi la faina, e a quel mio tacchino che grugava così bene gli s'è preso una storta nelle rene. Le avrei portato ad assaggiare il vino ma mi prese la muffa l'altro mese, tenevo da parte un cacio marzolino e un maledetto gatto me lo prese, e quel galletto che serbavo per qui m'è crepato nel far chicchirichi. E la creda, dal bene che le porto anche tutto il mio cuore le darei e in quest'anno i fagiolin dell'orto e i primi fichi li deve mangiar Lei e se la mia Cátera fa un bambino gli voglio metter nome Claudino.
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| PARTE FINALE NON PUBBLICATA SUL FILO Oh quante citte me lo son bramaco un così gaio giorno, e non venia! anzi stanotte, ahimé! mi son sognaco che a Lei gh'era vienuco una malìa, la mi creda, ho provaco certe pene, ancor ci ho il brulichio giù per le rene. Che si fa celia! insino la cietta la vienne a contristarmi, poerino! e anche stanotte chella maledetta, mi è vienuca a cantà sur i cammino, e tanto ,m'aea preso lo spaento, che aspettao la sperpetua ogni mumento. Ma ora s'è dissipaco ogni timore, e più non temo di una traersia, e anche stamani m'è balzaco iccore e quando l'ha intonàco i'credo in Deo, aillailtrà salto in capo a i'nonno meo. Beati i genitori, che ci hanno daco, questa doizzia, questa cappa d'oro; e se il papero a me non vien rubaco, per carneale l'han manicà loro; e di più tengo in serbo là in un canto tre grossi caratelli di vin santo. I nonno mio ghie pazzo addirittura e ha spalancao a tutti la cantina, s'è beuco un barile di strettura, e cotto in bastardella una gallina, e i'gallo che ha veduco ibbrutto gioco, s'è buttaco malaco e canta poco. Infatti anco stamani ippoerino, uh! quanto da i dolor m'intenerì cominciaa chi, chi, pianin pianino, ma un s'azzardaa a far chicherichì, ne voilse mai cantà con voce bella, perché temea d'andar in bastardella. La chioccia, che coaa lì da i'callo, ni sentire anche lei la brutta noa, senza neppur fare avvisaci i'gallo disperaca fuggì di sopra a l'oa, e o fusse la paura, o la passione, s'è troaca crepaca in un macchione. Ma se ipolli hanno un ghiaiolo per ugnello, noi, la mi creda, siamo in allegria, iersera i'feci un foco bello bello; e se non era la mi ecchia zia, e non temessi cailche brutto gaio, gli aea andare in faille anco i'pagghiaio. Che vuole? ghi era tanto immi godio ni vedella Pioano e mi padrone che se sapea sonare i'nonno mio, ballaco arei la porca ed i'trescone ma non potendo far tanta pazzia, e mi messi a cantare in poesia. E tanto nibbocià gli deo di core, che feci accorrer tutto ivvicinaco, e ni sentì che suo ghi era l'onore, e in fondo a ivverso l'ebbi nominaco tutti gli andonno in grolia, e si sentiva bociare a squarcia gola evviva evviva. E si risveghia ancor la musa mia, ni vedella sieduca a questo desco, e perché non finisca l'allegria, i vo' cantagghi un pezzo di bernesco e quando arò finico immì bocio, la mi dirà se son poeta anch'io. Evviva io canto già sangue dun can evviva Lei, che a desto tanto brio, e se lascia fa mene, alle campane saà rompere ibbataghio da issonio, e perché meglio termini l'osanna, stasera vò dà foco alla capanna. |
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© il filo, Idee e notizie dal Mugello, 1998 |
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E'
un documento molto interessante perché, accanto al brioso contenuto,
testimonianza del rapporto tra contadini e parroci nelle campagne
mugellane -"ghi era tanto immi' godio ni vedella Pioano e mi'
padrone"- lo scritto riproduce la lingua parlata dai mugellani,
o meglio dai sant'agatesi alla fine del secolo scorso.