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MUGELLO IN SETTE ALLA CORSA PIU’ FAMOSA DEL MONDO
Mugellani
a New York
Può
esserci soddisfazione a classificarsi al diciassettemilaottocentoquarantaquattresimo
posto? C’è, c’è. Primo, perché quel posto è più o meno a metà
classifica, visto che i partecipanti erano oltre 31 mila. E poi perché la
Maratona di New York è un mito, e lo era ancor di più quest’anno.
Hanno
una gran voglia di raccontare, il gruppo di mugellani che poche settimane
fa ha percorso di corsa le strade newyorkesi, in un’atmosfera ben
difficile da raccontare. Il più veloce è stato Franco Gambi, borghigiano,
che si è piazzato al 4050° posto in 3 ore, 41 minuti e 21 secondi, poi
Federico Fedi, di Scarperia, giunto 5380°, e poi ancora Tommaso Fedi
(6712°), e i borghigiani Valerio Spoglianti (12000°), Simone Filippelli
(16631°), Maurizio Borselli
(17701°) e il biviglianese Raffaele Ballini (17844°).
Ma
l’impresa sportiva e la classifica valgono fino a un certo punto. “Non
è la prima volta –nota Gambi- che facevo maratone. Ma quella di New
York è unica, è il sogno di tutti i maratoneti. Quello che più mi ha
colpito? Il pubblico che ci ha seguito con un calore incredibile. Bambini
che applaudivano, adulti che incitavano, complessi che suonavano agli
angoli delle strade. Una cosa mai vista in Italia, dove magari quando
passi non si spostano nemmeno.” Anche Ballini ha ancora negli occhi il
pubblico: “Al di là del gran numero mi ha impressionato lo spirito che
li aveva portati in strada: non curiosità, ma spirito sportivo, stando lì
ore ad incitare, dal primo all’ultimo.” Simone Filippelli la definisce
“un’esperienza fantastica da vivere” e ricorda un’immagine
particolare tra il fiume di gente lungo la strada: “Quelle manine di
bambini, mani di tutti i colori, che si sporgevano per chiederci di
‘batter cinque’ è stata un’emozione incredibile”. Poi la corsa,
questo immenso serpentone coloratissimo, dove, dicono scherzando, i
francesi, i messicani, i tedeschi facevano gruppo, mentre gli italiani
pensavano a fare un buon tempo. Così in coro parlano di “un’emozione
dall’inizio alla fine”, 42 km e 325 metri di emozione: “quando hanno
suonato l’inno –confessano- ci siamo sentiti tutti un po’
americani”.
I
sette mugellani hanno avuto anche incontri illustri e curiosi: hanno corso
accanto a Riccardo Fogli, al quale hanno chiesto di suonar loro “Piccola
Ketty”, e si sono fatti fotografare insieme al Presidente della Regione
Lombardia Roberto Formigoni. L’autore di questa foto è anch’egli un
personaggio importante, il console italiano a New York: “E’ andata così
–raccontano divertiti-: abbiamo riconosciuto Formigoni e volevamo farci
una foto accanto a lui, senza dirglielo. Se n’è accorto e molto
cordiale ci ha chiamati, ha domandato se eravamo Italiani, e ha chiesto al
console, col quale stava parlando, di scattare la foto”.
Non
tutto, naturalmente, è stato festa e sport. “Siamo stati là, alle
Torri, fin dove ti fanno arrivare. E’ una ferita tremenda. Ci ha colpito
soprattutto quel silenzio irreale, anche le auto sulle strade,
avvicinandosi lì, rallentavano, e tutti parlavano sottovoce. Come entrare
in un cimitero. E si avvertiva un odore acre, di fumo e disinfettante
insieme. I nostri sentimenti, nel luogo di questa grande tragedia?
Tristezza, e rispetto”.
Quasi
tutti, salvo Spoglianti, erano per la prima volta a New York: “Io invece
–nota il medico borghigiano- l’ho visitata nel 1990. E l’ho trovata
molto cambiata. Non mi riferisco soltanto agli effetti dell’11
settembre, ma anche all’azione del sindaco Giuliani: ora New York è una
città molto sicura: sono uscito la sera, sono andato ad Harlem, cose
impensabili dieci anni fa, quando alla 21 era prudente andare a letto. Ora
c’è più tranquillità, si può uscire”.
E
tutti hanno parole positive per il contesto cittadino e per l’evento
sportivo: “Ci ha colpito la grande organizzazione. Non
un’organizzazione asfissiante, perché tutto, nonostante il gran numero
di persone, scorreva velocemente. E’ come se ti prendessero per mano
dall’albergo e poi, finita la corsa, ti riaccompagnano indietro. E per i
podisti è tutto gratis, taxi e autobus. Così come non c’è stato
niente di particolare negli aeroporti, ci aspettavamo molto di più”.
Una grande festa insomma: “E’ per questo –dicono- che abbiamo una
gran voglia di parlarne, perché è un’esperienza che ci ha segnato”.
Un’esperienza che potrebbe non rimanere solitaria: “Vorremmo ripetere,
prima o poi questa esperienza: se non ancora New York, magari Boston. Ma
davvero ci piacerebbe tornare a correre su quelle strade”. Qualcuno,
dopo i fatti dell’11 settembre, si è chiesto se era davvero il caso di
partire alla volta di New York. “Io per una settimana –confida Simone
Filippelli- sono stato indeciso, poi in una notte mi sono detto che dovevo
andare. E sono strafelice di questa decisione”.
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