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Società - Politica
IL SEGRETARIO DEL PARTITO POPOLARE A BORGO SAN LORENZO
Qualche domanda a Marini

Franco Marini al Cenacolo dei Cappuccini di Borgo San Lorenzo insieme a Antonio Di Pietro, Giuseppe Matulli e Alberto De Paola

Le recenti elezioni hanno portato in Mugello molti tra i leader nazionali di partito: tra questi il segretario nazionale del Partito Popolare Franco Marini. Qualche mese fa, approfittando di una visita del segretario dei Cristiani Democratici Uniti, Rocco Buttiglione, gli ponemmo alcune domande. Lo stesso facciamo ora con Marini.

Quali sono le radici politiche e quali i fondamenti ideali cui si ispira il Ppi?

In un contesto politico nel quale spesso il genericismo prevale sull'identità e c'è chi si illude di costruire forze politiche intorno a qualcosa di effimero come il successo personale, noi Popolari abbiamo un'ambizione alta: quella di interpretare al meglio la dottrina sociale della Chiesa, sul difficile crinale tra libertà e giustizia, mercato ed equità sociale. Non intendiamo solo rappresentare gli interessi dei ceti moderati, ma inquadrare la loro legittima difesa in maniera più ampia. Europa, solidarietà, cultura delle autonomie per noi non costituiscono prese di posizione improvvisate, ma affondano le radici nella storia del cattolicesimo democratico. Tra i tanti maestri che potrei citare, voglio ricordare Giorgio La Pira, del quale in questi giorni ricorrono i 20 anni dalla morte. L'idea cristiano-sociale, come a me piace chiamarla, è presente da cento anni nella politica italiana; è un'idea che la storia non ha sconfitto e non sconfiggerà, se avremo la forza per esserne all'altezza.

Questa idea può trovare spazio nell'Ulivo?

Pochi giorni fa, ricordando Benigno Zaccagnini, qualcuno ha citato una sua frase riguardante la "capacità di essere uniti in un senso alto, che non cancella, ma esalta e richiede fedeltà all'identità di ciascuno". Ecco, noi, viviamo l'alleanza in questo modo: ci sono ragioni profonde per le quali collocarci nel centro sinistra significa realizzare pienamente la nostra identità, e ci sono differenze di storia e di cultura, con le forze con le quali siamo alleati, che non bisogna aver paura di ammettere, perché proprio queste sono destinate a completare e arricchire il lavoro comune. Per quanto ci riguarda, le ragioni della nostra scelta restano valide: difendere lo sviluppo e il lavoro, riformare lo Stato sociale guardando al futuro con realismo ma senza perdere di vista le esigenze di giustizia, riformare le istituzioni creando le condizioni per una maggiore stabilità senza mortificare il Parlamento, risolvere il conflitto tra democrazia e poteri della comunicazione sono grandi compiti che noi crediamo si realizzino al meglio attraverso l'incontro tra i cattolici e la sinistra democratica.

Secondo lei si potrà mai realizzare in Italia un vero sistema bipolare?

Credo che siamo tutto consapevoli che il bipolarismo, in questa fase, è il modo più efficace per far fronte ai problemi del nostro Paese e perché la politica recuperi pienamente un rapporto di fiducia con la società civile. Credo che sia proprio questa consapevolezza comune a far sì che il cammino verso il bipolarismo vada avanti, pur con tutta la fatica che camminare insieme qualche volta richiede. Ce lo ha insegnato Roberto Ruffilli: il bipolarismo come risposta alla tentazione della politica di cristallizzarsi in se stessa, di cedere all'opportunismo, come spinta al ricambio continuo delle classi dirigenti per garantire più efficacia e trasparenza. Siamo tutti consapevoli che questo cammino è necessario nell'interesse del Paese. Per questo sono ottimista e credo che continuerà.

Qual è il ruolo dei Popolari all'interno dell'Ulivo?

Siamo convinti che è nostro compito, dentro l'Ulivo, dedicarci al rafforzamento del centro. Proprio perché crediamo nella scelta del centro sinistra, riteniamo che non possa esserci uno squilibrio troppo grande tra questi due grandi soggetti all'interno della coalizione. Ma non intendo riferirmi a un centro tattico, a un "ago della bilancia": per noi, infatti, essere forza di centro significa affermare una cultura, quella cristiano-sociale appunto, che ritengo la più adatta per affrontare le sfide delle quali ho parlato, al migliore per il Paese. Quanto affermo, lo ripeto, lo dico nell'interesse del rafforzamento dell'alleanza: una presenza più forte del centro, infatti, rappresenta il miglior punto d'attrazione per i moderati che ancora non hanno scelto l'Ulivo. Io voglio portare più voti moderati nel centro sinistra, organizzare i moderati dell'Ulivo, al limite anche riavviare la competizione tra centro e sinistra dentro l'alleanza.

Com'è il rapporto con gli alleati, in particolare con il PDS?

Essere alleati e lealmente competere per affermare la propria identità sono due aspetti solo apparentemente contraddittori. Certo, a volte, ascoltando alcuni commenti, si rasenta il paradosso. Se il Ppi è d'accordo con il Pds si dice che siamo subalterni, se ci distinguiamo su qualche problema specifico " stiamo solo cercando visibilità", o magari addirittura, "vogliamo ricostruire il grande centro". Le cose invece sono molto più semplici. Noi siamo alleati ma nessuno è disposto a tradire la propria identità: per questo è capitato di dividerci, e capiterà ancora: La volontà di governare insieme, però, non è in discussione; del resto nei momenti difficili, come ad esempio l'ultima crisi di governo, le forze dell'Ulivo hanno dimostrato di saper far fronte comune e trovare insieme una via d'uscita.

E il rapporto con gli ex compagni di strada, con gli ex democratici cristiani che hanno scelto il Polo?

Ci sono, e sarebbe inutile negarlo, temi sui quali è facile trovare un terreno d'incontro. Penso, ad esempio, al recente dibattito sulla scuola privata, durante il quale sono emerse posizioni abbastanza vicine tra noi e le altre forze che provengono dalla Dc, anche se oggi esse sono collocate nel Polo, o anche alla Bicamerale. Io del resto ho sempre rivendicato il mio diritto a discutere con tutti e a parlare con tutti. Non è che se si parlano gli altri è "spirito costituente" e se lo facciamo io e Casini vogliamo rifare la Dc. Detto questo, io sono affezionato a questo bipolarismo: il tempo delle scelte è passato e la situazione è chiara. Il nostro partito ha le porte aperte per tutti quelli che condividono il nostro programma, ma non siamo disponibili agli equivoci o ai pasticci.

La politica oggi è fatta soprattutto di veloci comunicazioni tra pochi leader: come si può avvicinare la base alla politica?

Questa è una bella domanda, anzi è "la" domanda. Siamo tutti coinvolti nella ricerca di una comunicazione tra il cosiddetto vertice e la base che risponda alle esigenze di completezza e di approfondimento ma che sappia anche reggere i ritmi del presente, per cui, ad esempio, c'è da fare la dichiarazione alla televisione altrimenti gli altri ti passano avanti. Credo comunque che il nostro partito, anche rispetto ad altre forze, abbia una grande risorsa: quella di avere una consistenza sul territorio vera, di non essere solo un gruppo di persone che vanno in tv. Questo forse può rendere più complicato raggiungere tutti con la comunicazione. Non va dimenticato, però, che stiamo cercando tutti. Per quanto riguarda il mio partito, io la vivo come una sfida: riuscire a mantenere la nostra identità di forza, in senso buono, "tradizionale", radicata sul territorio, con una classe dirigente a livello locale capace di essere responsabile e protagonista, restando al passo con le esigenze dei nuovi ritmi della politica. E questa sfida spero proprio di vincerla.

Intervista di Giacomo Ossadi

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, novembre 1997
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