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Ricordando la Messa in Latino

rosa / rosæ / rosæ / rosam / rosa / rosa

Questo il primo impatto con il latino, nella Scuola Media di tanti anni fa, quando la nostra lingua madre ce la portavamo dietro almeno per tre anni (otto per chi continuava gli studi superiori al Liceo).

Erano anche gli anni in cui il linguaggio della Chiesa Cattolica era basato essenzialmente sul latino, ad iniziare dalle preghiere più semplici.  Perfino il S. Rosario veniva recitato in Latino, anche se, nella grande maggioranza dei casi Latino non era, poiché la maggior parte della popolazione aveva appena la licenza elementare e in tanti paesi di campagna neppure quella.

Così che, da quelle bocche devote, usciva una sorta di latino maccheronico con inflessioni dialettali e parole incomprensibili o, ancor peggio, assimilate a vocaboli di uso comune che nulla avevano a che fare con quelle della preghiera.

Le celebrazioni eucaristiche, poi, rimanevano incomprensibili anche ai pochi privilegiati che il latino lo avevano studiato, vuoi per l’atipicità dei vocaboli usati, vuoi per la pronuncia a volte tutta personale del celebrante che, fra l’altro, volgeva anche le spalle all’Assemblea. E non esistevano gli impianti di amplificazione.

Di qui l’uso frequente di tante persone di sgranare la corona del Rosario durante la S. Messa – uso rimasto purtroppo anche ai giorni nostri.

L’omelia veniva chiamata comunemente “Vangelo” perchè il sacerdote, che aveva recitato in latino anche la Liturgia della Parola, approfittava di quello spazio per ripetere in italiano il tema delle letture e soprattutto del Vangelo.

Nella parrocchia di campagna, dove io servivo Messa, il momento del Vangelo costituiva una specie di intervallo, durante il quale molti uomini, rimasti rigorosamente in piedi in fondo alla chiesa per tutto il tempo, uscivano a farsi una tiratina di toscano: forse perchè le uniche parole comprensibili, non sempre gli stavano bene a mano...

Oggi i tempi sono cambiati e questo non succederebbe più, ma quanti buoni cristiani riuscirebbero a seguire più o meno fedelmente una Messa in latino, oggi che non lo si studia più neppure alle Medie?

Comunque l’ipotesi di incappare in una Messa celebrata in latino, almeno dalle nostre parti, la vedo abbastanza improbabile, anche perchè in molte chiese non si raggiungerebbe neppure il “quorum” per farne richiesta. 

 Piero Salvadori

RITORNO AL LATINO: PERCHE’ NO?

Appartengo a quella categoria di persone che non butterebbero via nulla; penso infatti che se uno lascia la vecchia poltrona della nonna vicino ad un cassonetto, la perde definitivamente, mentre se la mette in soffitta, dopo degli anni può darsi che ci ripensi, le dia una rinfrescatina e le trovi una sistemazione originale.

Senza offesa per il paragone, questo è capitato per la messa in latino: in fretta e furia era stata liquidata “per sempre”, mentre ora c’è un ripensamento, d’altronde legittimo, data la determinazione con cui era stata cancellata senza tener conto di coloro che l’amavano.

Oggi dunque si riparla di messa in latino…Perché no? Perché alcuni hanno un rifiuto così deciso, senza concedere ad altri la possibilità di rivivere antiche emozioni legate all’infanzia?

Non è obbligatorio, non è un ritorno indietro, è soltanto l’offerta a chi lo desidera di poter gustare un rito antico così come si gusta un canto gregoriano o il simbolismo dei portali delle cattedrali gotiche: fanno tutti parte del nostro passato, forse non si comprende interamente il loro significato, ma in quella musica ed in quelle immagini si intuisce la spinta verso l’alto, verso quel cielo promesso, quel futuro approdo ancora nascosto.

Credo che tutti coloro che sono stati a Roma abbiano sentito, nelle celebrazioni in San Pietro, sempre gremite da gente di nazioni diverse, la forza universale del Pater noster in latino, quando fiorisce su tutte le bocche ed unisce come un abbraccio perché in quella lingue madre sfociano le diverse lingue dell’odierna Babele come ruscelli nel mare.

E la stessa sensazione di fratellanza la si prova assistendo ad una Messa in latino in un paese straniero.

Il rifiuto di questa “lingua morta”, con la scusa che non la si capisce e non viene più studiata, avrebbe senso se oggi il “volgare” che l’ha sostituita avesse davvero la capacità di formare un popolo attento e partecipe ai divini misteri. Purtroppo spesso regna la distrazione fino al punto di non esitare a rispondere ai sempre più frenetici richiami dei cellulari.

Latino o non  latino, la conversione necessaria è un’altra: essere consapevoli di non essere a teatro o in una piazza; essere coscienti di una Presenza viva e vera  e del miracolo che ogni volta si compie e che richiede meraviglia, raccoglimento e silenzio.

Conosco già un’obbiezione: abbiamo imparato che siamo gli invitati ad un banchetto ed il silenzio può essere ogni tanto interrotto da un canto gioioso che libera l’anima; ma non abbiate paura: tutto questo continuerà nelle Messe in italiano, francese, tedesco, inglese, ecc. ed avverrà anche in quelle in latino che si affidano al canto da secoli e secoli.

Volesse il cielo che tutti i fedeli capissero ed accettassero che ci possono essere modi diversi per ringraziare e lodare Dio senza stare – come purtroppo succede- a perdersi in polemiche.

Quello che conta è ricordarsi che la Messa – in latino o no – è il trampolino di lancio per tuffarsi in aiuto del prossimo.

Nicoletta Martiri Lapi

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, settembre 2007

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