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La copertina di questo mese
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TROPPA IMPORTANZA AL CALENDARIO

Bene e male, oltre il 2000

La febbre del duemila è già alta, siamo appena a primavera e il conto alla rovescia per il prossimo capodanno è già iniziato da tempo. A Parigi, sulla torre Eiffel, un gigantesco pannello luminoso scandisce i giorni che mancano ancora al capodanno del terzo millennio, tutti i giorni una trasmissione radiofonica ci ricorda quanto manca ancora mentre un personaggio sempre diverso esprime le aspettative, i progetti, le ansie e le paure per il duemila. Il prossimo capodanno si preannuncia come un finimondo pazzesco, tutti si preparano alle follie più sfrenate, c'è chi ha già prenotato l'albergo a Parigi per tuffarsi nel baillame degli Champs Eliseé, chi sarà a New York nel turbinio esagerato di Time Square, chi a Londra, a Berlino e in chissà quale altro angolo del mondo. Non è facile capire il perché di tanta frenesia, di questa agitazione che assume aspetti di vera paranoia. Il trentuno di dicembre del 1999 in fin dei conti sarà un giorno come il primo di gennaio del duemila e il due di gennaio, il tre o il quattro tutti torneranno al lavoro e in ufficio trovando le stesse facce e le stesse cose da fare di due o tre giorni prima, anzi no scusate, di un secolo prima. Questo artificio numerico che scandisce lo scorrere del tempo non è che una convenzione da cui tutti dipendiamo e a cui tutti ci adeguiamo regolando il ritmo della nostra vita. Nessuna regola stabilita dall'uomo ha mai avuto tanto disciplinato seguito, nessuna legge è stata mai tanto seguita e rispettata. E quanti hanno saputo sfruttare le ricorrenze del calendario per costruire miti fittizi e affari colossali! Eppure, come non invecchiamo tutt'a un tratto di un anno appena spente le candeline del compleanno, così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo, il mondo va avanti o indietro, dipende, con i ritmi che ognuno di noi con le sue capacità, gli egoismi, le ambizioni, le speranze, il lavoro, imprime al piccolo universo con cui interagisce e vive per interesse, per necessità, per piacere o per forza. Tutto scorre. Il fluido svolgimento della vita si muove senza soste, senza riferimenti che non siano i segni convenzionali di cui abbiamo bisogno per misurarci, per orientarci per capire chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Già, dove andiamo? Questo istante dell'universo in cui siamo chiamati a fare la nostra parte ci sembra così lungo da sentire il bisogno di mettere dei capisaldi, dei punti di riferimento per capire se e come ci muoviamo. Ma non sono certo questi segni convenzionali a orientare come pietre miliari il nostro cammino, sono altre le tracce che lasciamo e che molto meglio potrebbero darci il senso della nostra esistenza: le opere, l'esempio, la testimonianza. Noi invece basiamo la nostra riconoscibilità sull'apparenza legata a feticci simbolici come il vestire, l'automobile, la casa, segni che scompariranno con noi in un modo o nell'altro senza lasciare traccia del nostro passaggio, della nostra esistenza.

Noi che per secoli abbiamo invaso e colonizzato la maggior parte del mondo sterminando popolazioni intere, imponendo il potere e distruggendo per sempre civiltà e patrimoni culturali incommensurabili ci preoccupiamo gelosi, alla vigilia del terzo millennio, degli immigrati e degli esuli che arrivano disperati e affamati da terre desolate o da orribili teatri di guerra. Li accusiamo di portarci via un lavoro che non faremmo mai e che mai vorremmo per i nostri figli. Lasciamo uomini in lotta per i diritti della propria gente in balìa di feroci persecutori in doppio petto, governanti di stati disumani e feroci in cui la tortura è pratica disinvolta e la pena di morte una vendetta appagatrice della sete di potere, della violenza e della prevaricazione elevata a principio costituzionale. E questo magari per sfruttare la loro posizione strategico-militare, tutelare il nostro ordine interno, difendere le aziende esportatrici o magari tutelare le imprese nazionali che in quei paesi sfruttano la manodopera a basso costo se non addirittura il lavoro dei bambini. La "Ragion di Stato" contro la vita. In molti stati del mondo, con alcuni dei quali non esitiamo a vantare legami di amicizia e di solida alleanza, si calpestano regolarmente i diritti umani e si erge la vendetta a Legge dello Stato; la condanna a morte di un giudicato colpevole viene festeggiata con l'esultanza isterica di chi non esiterebbe a mostrare il cadavere del condannato come squallido trofeo di un barbaro rituale. Nell'incapacità di condividere la vita con gli altri, prigionieri del nostro illusorio vantaggio e di un aleatorio benessere, viviamo nel sospetto e nella paura di chi è diverso, ci trinceriamo dietro barriere insormontabili, creiamo ghetti invivibili e zone di emarginazione dove non sarà difficile trovare un esempio deprecabile da condannare e un motivo in più per giustificare il nostro privilegiato e gretto isolamento, la nostra indisponibilità ad accogliere e a condividere. Perfino l'handicap genera fastidiosi sensi di colpa da rimuovere con l'isolamento e l'emarginazione di chi è stato meno fortunato.

C'è però anche una buona parte di bene che, senza il bisogno del calendario e delle sue magiche ricorrenze, illumina il progredire del mondo verso un futuro tendenzialmente migliore. Proprio in questi giorni il Papa ha deciso di rompere i vincoli della Legge ecclesiastica per avviare subito la pratica per la beatificazione di Madre Teresa di Calcutta senza aspettare i cinque anni canonici previsti.

Non può valere la cadenza convenzionale del tempo per la suora che ha lavorato tutta la vita per gli ultimi, i diseredati, i rifiuti della società nel silenzio, nell'umiltà e nella modestia, senza soste né orari di lavoro, feste comandate o ricorrenze riportate dal calendario. Per un esempio tanto fuori dalle nostre misure, per una testimonianza così forte di generosità efficiente e di amorevole dedizione per i diseredati, i deboli, gli indifesi, valeva la pena rompere gli schemi troppo spesso rigidi delle regole.

Il primo di Marzo scorso numerosi stati del mondo hanno ratificato la risoluzione di Ottawa contro l'impiego delle mine antiuomo, barbaro strumento di guerra che sacrifica ogni giorno un numero incredibile di vittime innocenti. Grande passo in avanti anche se non hanno voluto adottare la risoluzione paesi di grande tradizione democratica o di lunga e luminosissima storia come Stati Uniti, Russia e Cina.

Il tempo, libero dagli schemi artificiosi dei calendari e dei fatui rituali delle ricorrenze, registrerà il cammino della storia, della civiltà e dei suoi protagonisti.

Guido Molinelli

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