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La copertina di questo mese
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ATTENZIONE ALLA SINDROME DEL COWBOY
Sicurezza, tira un brutto vento…

E' in corso negli ultimi tempi, per iniziativa di alcune forze politiche, un'attivissima campagna improntata sulla sicurezza dei cittadini e la lotta alla criminalità, soprattutto comune. In linea di principio l'argomento è giustificato e condivisibile, i toni che la campagna ha assunto però, suscitano un senso di preoccupazione e di sgomento. Grazie alla fantasia interessata di qualche creativo asservito alla politica, le giornate dedicate alla mobilitazione su questo tema sono state denominate e pubblicizzate con dovizia di mezzi Security Day e Crime Day. Un americanismo decadente e scontato che riporta alla memoria la facciona gioconda di un Alberto Sordi ancora giovane, un americano a Roma, che divora famelico un piatto di spaghetti pronunciando frasi sconnesse in uno slang becero e maccheronico. Un americanismo che deforma un sano desiderio di sicurezza e di tranquillità in una voglia sfrenata di rivalsa, di vendetta; occhio per occhio dente per dente. La sindrome del cow boy, cinturone e pistole sui fianchi pronto a sparare all'impazzata per vendicare con la morte, con il piombo, il torto subito. La voglia di vedere lo stellone di ferro da sceriffo brillare sul petto del sindaco al posto della fascia tricolore e i vigili urbani girare tra le macchine in sosta con le Colt e le 44 Magnum pronte all'uso sotto le ascelle muscolose. La voglia del poliziotto di quartiere che si aggira per i marciapiedi brandendo spavaldo manganello e manette e facendo magari roteare la rivoltella d'ordinanza sull'indice nervoso ed impaziente. Molto meglio gli americani originali; loro almeno i giorni di festa li dedicano al Thanksgiving, ad Halloween o al Father's day, occasioni ghiotte più per il consumismo che per i cattivi pensieri.

Durante queste belle giornate italiane qualcuno, tra gli organizzatori, ha perfino lanciato l'idea dei lavori forzati. Così ci sentiremo più sicuri guardando i galeotti, con le catene ai piedi, il pigiama a strisce e il numero di matricola sulla schiena, spaccare le pietre nelle cave dell'alta velocità a Monte Beni o a Cardetole.

Dagli schermi televisivi, eleganti ed eminenti uomini politici, impeccabili e rassicuranti, camicia bianca e cravatta firmata evocano la violenza istituzionale come garanzia di sicurezza per i cittadini, spacciano la famiglia, due figli e un cane come un feticcio di privilegio e di benessere. Il desiderio e il diritto di una serena convivenza non può essere scambiato con l'attenzione guardinga e sospettosa di chi esce di casa con le mani sul portafoglio e la borsetta stretta al petto per la paura di essere scippato. Non sarà mica davvero questo il modello di qualità della vita confezionato per noi? Non sarà mica questo il prezzo per liberarci dall'ossessione di essere derubati dell'argenteria? Non c'è davvero altro modo per gustarci e condividere ciò che si ha invece di accanirsi contro coloro che ricorrono spesso allo scippo, al furto o alla rapina per appropriarsi almeno degli avanzi?

La solidarietà, la generosità non sono un originale sistema di raccolta differenziata; i terremoti, le guerre, le calamità naturali non sono le occasioni propizie per ripulire la casa e la coscienza alla stregua delle pulizie di primavera con tanto di benedizione della casa; il successo e la ricchezza non sono il diploma di cittadino onesto e rispettabile.

Scambiando la repressione dei reati con la difesa dei propri privilegi si arriva ad associare la giustizia con il potere e ad arrogarsi il diritto e la facoltà di giudicare fino alla condanna estrema. Da un recente sondaggio risulta che oltre il trenta per cento degli italiani è favorevole alla pena di morte, la cui applicazione è ancora largamente diffusa nel mondo anche in paesi con i quali vantiamo rapporti di profonda amicizia e intense relazioni politiche ed economiche . La giustizia dell'uomo, avvilita dalla convenienza e asservita alle regole discutibili della politica e del potere, si arroga l'irrevocabile diritto di vita e di morte. In passato solo Dio, il re o l'imperatore avevano questo privilegio, oggi la democrazia, conquistata col progresso, affida a noi, tramite la magistratura e le leggi democraticamente formulate la facoltà di infliggere la pena irreversibile.

Un numero impressionante di uomini, certo spregevoli, inqualificabili, delinquenti feroci, qualche innocente, viene legalmente ucciso in nome del popolo civile e del rispetto delle regole democraticamente stabilite. La legge sancisce la vendetta, non il recupero come esito finale di una giustizia intollerante e intollerabile. Quanti esseri umani, peggiori o forse solo diversi rispetto al modello prescelto a maggioranza, vanno nelle mani del boia, figura ancora più aberrante della spia. L'Organizzazione delle Nazioni Unite, sta cercando di stabilire, in occasione del cambio del millennio, una moratoria universale per le esecuzioni capitali. Anche in Italia, per iniziativa di Amnesty International e della Rai si stanno raccogliendo le firme per l'abolizione della pena capitale nel mondo entro il duemila. Don Gelmini, in un suo contributo per questa iniziativa invita a salvare Abele rispettando Caino. Mandiamo il boia in pensione, almeno lui. Sarebbe l'occasione per dare un contributo ad una causa giusta senza svecchiare il guardaroba di casa o fare una spesa in più al supermercato; con un gesto semplice e consueto, una firma.

Guido Molinelli

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