DISTRUTTI I RESTI DI UN'ANTICHISSIMA CHIESA
MONTECERAIA ADDIO!
Sono
state distrutte le ultime vestigia di quella che quasi sicuramente era
l’antica chiesa medievale di S. Stefano a Montaceraia
(o a Fiume) posta in località Sant’Ansano. Esisteva un
Castrum (“quod vocatur Flumen”) che diede il titolo alla
parrocchia di S.Stefano a Fiume e che fu donato nel secolo XI ai Vescovi
di Fiesole dai Longobardi del Mugello, e quindi confermato ai vescovi
fiesolani dal pont. Pasquale II (1103) e da Innocenzo II (1134). Chiesa
suffraganea della pieve di S. Cresci in Valcava, nel 1604 questa cura fu
annessa alla parrocchia vicina di S. Ansano. Questa sorte era toccata
anche ad altre chiese della zona come S.Michele a Montaceraia, S.
Martino a Valcava, S.Niccolò alla Pila, in seguito alla contrazione
della popolazione e degli insediamenti seguita alla grande peste del
‘300. “Queste chiese, tutte in posizione d’altura furono le prime a
scomparire, in quanto legate ad un’organizzazione territoriale di tipo
feudale.” (Bergesio-Paoli). Molto probabilmente avevano avuto origine
durante il periodo del dominio longobardo, nate come cappelle signorili
o oratori. Decaduto dalla sua funzione religiosa, l’edificio fu
successivamente trasformato in casa colonica, divenne il podere di
S.Stefano, proprietà del prete. Ma il nome “ Popolo di Santo Stefano a
Montaceraia” rimase valido nei secoli successivi nell’amministrazione
civile come unità territoriale di riferimento. Purtroppo il sito non era
stato individuato nemmeno nei pregevoli studi di F.Bergesio e C. Paoli “Valcava
in Mugello” o in quello di
M. Pinelli “Romanico in Mugello”, probabilmente perché posto in luogo
difficilmente accessibile. Ma se si osserva la carta dei Capitani di
Parte Guelfa (1507) riguardante il popolo di S.Stefano a Montaceraia,
con quasi assoluta precisione se
ne individua la posizione coincidente con quella del podere della chiesa
detto S.Stefano, e la presenza di parti di muratura chiaramente
medievali ne confermano l’identità. Fino al giugno del 2007 si potevano
infatti ancora vedere la facciata nord composta da bozze di macigno
squadrate e murate in regolare filaretto, e la facciata est dov’era
visibile un semplice portale ad arco (vedi foto).
Del resto, gli ultimi abitanti nativi del luogo tramandano la memoria che lì vi era l’antica chiesa, e di come l’ultimo contadino, Mario di’ Pelli, raccontasse che quando lavorava in profondità la terra davanti a casa, venivan fuori gran quantità di ossa (come è successo anche adesso).
Tutta la valle di Sant’Ansano ha un carattere particolare, un suo inconfondibile “genius loci”, possiede il fascino di una piccola e bellissima isola felice, quasi un grande “hortus conclusus” dove un piccolo popolo, da tempo antichissimo, ha vissuto con grande fatica e coraggio disegnando un bellissimo paesaggio, e arricchendolo di molte e belle costruzioni. Un opera corale colossale, degna di memoria e di tutto il nostro rispetto. La valle era stata abitata dagli etruschi (cippo al museo etrusco di Firenze) e in epoca romana (numerosi i toponimi), era stata interessata dalla grande attività edilizia rurale del ‘700 (si pensi a le bellissime case della fattoria di San Cresci: Vitignano, Fienico etc.). Questa valle è però ricchissima anche di testimonianze medievali: case torri (Petrognano, Borghetto, Mulino, Montepulico etc.) e piccoli fortilizi (torre di Monterondo, l’antica rocca e chiesetta di Santa Margherita distrutta dai fuoriusciti ghibellini e ricostruita all’inizio dell’800, resti del castello di Montorio di recente individuati insieme a quelli di un grosso insediamento posto in luogo detto Piano delle Filicaje). Come non ricordare la Cas’Alta dei Morelli citata negli statuti del comune rurale di San Cresci in Valcava , e luogo d’origine della Famiglia di Giovanni di Pagolo Morelli, segretario della repubblica fiorentina, e autore, nelle sue memorie, di una bellissima e famosa descrizione del Mugello?
Ora, tornando a S. Stefano, il luogo è stato di recente comprato da un signore americano che invece di effettuare un bel restauro, ha fatto spianare il tutto con la ruspa per costruire un edifico ex novo. Certo possiamo accettare che un privato non sia al top riguardo a cultura storico-architettonica e non capisca che l’integrazione delle vecchie parti in una nuova struttura sarebbe stata per l’edificio un surplus di valore da tutti i punti di vista, ma molto meno possiamo comprendere che un architetto si faccia strumento attivo di una simile operazione e non capisca di trovarsi di fronte a strutture romaniche (e non solo) di un certo valore. Ancora più difficile è comprendere come gli organi tecnici del Comune abbiano in gran parte avallato l’operazione, senza che ci sia stati i doverosi controlli, visto che il bene proveniva dal patrimonio della Chiesa e era situato in una zona sottoposta a vincoli molto ristretti.
Come è possibile che con l’abile navigare tra leggi, norme e regolamenti si portino in fondo operazioni che hanno poco a che fare col buon gusto e soprattutto col rispetto della nostra storia, della nostra cultura e delle nostre radici più profonde, e che si possano distruggere manufatti che sono anche patrimoni di interesse collettivo e non solo proprietà privata da poter distruggere a proprio piacimento? A questo proposito ricordiamo, per esempio, che in località Cercingoli -sopra Feriolo- vi erano i resti di una bellissima villa e di una casa colonica. Anche qui invece di restaurare l’esistente è stato spianato tutto e costruito un gruppo di villette di lusso. Che senso ha, quando si tratta di cose antiche, ragionare solo in termini di volumetrie? Occorrerebbe che in commissione edilizia si tenesse conto, oltre che al rispetto più o meno letterale di norme e regolamenti, anche di scelte di valore basate su una solida cultura storica, architettonica e paesaggistica.
Non c’è bisogno di andare a cercare volumi distruggendo antichi manufatti, se si vuole costruire il nuovo lo si faccia pure ma in altri siti e magari con criteri veramente moderni (si pensi che nell’ultimo gruppo di villette finite di costruire nel 2006 a Polcanto non c’è un solo pannello solare per il riscaldamento dell’acqua!).
Pietro Zani
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, ottobre 2007

