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La copertina di questo mese
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La vecchia osteria

La storia dice che tanto, ma tanto tempo fa, nel Regno delle Nebbie, c'era, appena fuori dalla porta della capitale, una vecchia osteria, conosciuta anche dagli abitanti dei villaggi più lontani.

Per dir la verità non era bella: fuori, l'intonaco cadeva a pezzi, e dentro, i muri erano neri di fuliggine; le panche zoppicavano, i tavoli erano tagliuzzati da avventori poco rispettosi e anche dal tetto ogni tanto cadeva qualche tegolo.

Ma l'osteria restava sempre aperta fino a tardi, tutti i giorni che Dio mandava in terra, e dentro c'era sempre un bel calduccio, capace di rallegrare i viaggiatori congelati, il cibo era semplice, preparato dalla moglie dell'oste secondo le ricette della nonna e soprattutto contava la cordiale e premurosa accoglienza del vecchio oste che ti faceva sentire subito a casa tua.

Era difficile che qualcuno si fermasse a mangiare senza ripartire rinvigorito nel corpo e nello spirito: l'oste sapeva trovare quelle poche parole giuste che servivano a ciascuno e spesso bastava il suo sguardo ed il suo sorriso tranquillo.

"Come va, Nanni?" diceva l'oste. "E i bambini come stanno? E' guarita tua moglie?"

E Nanni, che aveva fino a quel momento rimuginato a vuoto i suoi pensieri, allungava le mani verso la fiamma del camino e tirava fuori, senza neppure accorgersene, tutti i suoi problemi.

Sì, non c'era da meravigliarsi che tutti conoscessero la vecchia osteria.

Ma venne un giorno in cui il vecchio oste si ammalò. Una bronchite dopo l'altra, ogni tanto la febbre lo costringeva a letto e anche quando era alzato si portava sempre dietro una tossettina secca e stizzosa.

Allora suo figlio, che si chiamava Agenore e da tempo aveva il prurito di comandare, disse, pronto, alla mamma: "Mamma, il babbo deve smettere di servire la gente, con questa tosse non è bello per i clienti. E poi, ormai, è vecchio, è tempo che si riposi. Ci penserò io all'osteria. Ho in mente grandi cose".

Detto fatto, il giovanotto si mise d'impegno: intonacò i muri, li imbiancò, rifece il tetto, comprò sedie e tavoli moderni, lucidò il pavimento; insomma, la vecchia osteria non si riconosceva più.

Gli avventori non finivano di meravigliarsi e di fargli complimenti, ma Agenore li fermò con un breve cenno della mano.

"Vi ringrazio per i vostri elogi che, d'altra parte, sono meritati. Ma desidero mettere subito in chiaro una cosa: come si suol dire, patti chiari, amicizia lunga. Ho pensato bene di mettere alcune regole per mantenere decoroso questo ambiente che mi è costato un bel po' di quattrini. Regola numero uno: la porta non resterà aperta fino a tardi come prima e ci sarà anche un giorno di chiusura completa. Regola numero due: non ci si potrà fermare a chiacchierare - o peggio ancora giocare - dopo mangiato; i tavoli vanno lasciati liberi in fretta per altri clienti. Regola numero tre: non si potrà parlare troppo forte né portare bambini che generalmente fanno confusione e rompono i bicchieri. Regola numero quattro: non sarà più possibile mangiare o bere a credito, come eravate - male - abituati."

"Oh, davvero?" dissero tutti in coro, guardandosi perplessi.

Così accadde che, piano piano, i clienti cominciarono a diradare.

Il camino era sempre spento ed i termosifoni che l'avevano sostituito non riuscivano a riscaldare l'atmosfera; il cibo era buono ma non aveva il sapore casalingo di prima; l'ordine perfetto metteva a disagio così come il cameriere in giacca bianca.

Soprattutto mancava quel tipo di accoglienza che nasce spontanea nei cuori generosi e che era stata la caratteristica dei vecchi tempi.

Così le tovaglie inamidate restarono senza macchie sugli eleganti tavolini e le luci diffuse illuminarono le sedie vuote.

Una sera d'inverno, quando la nebbia era ancora più fitta del solito, entrò nell'osteria un vecchio barbone. Proprio un tizio mal ridotto, con la barba lunga , i vestiti sporchi, le scarpe rotte ed un lurido zaino a tracolla.

Il cameriere lo guardò con apprensione, ma siccome non parlava forte e non aveva con sé bambini confusionari, non ebbe motivi validi per rispedirlo subito fuori . C'era il forte dubbio che il barbone mangiasse senza poi pagare il conto, ma il cameriere rimandò il dubbio a dopo: in fin dei conti il problema era del proprietario.

Quand'ebbe finito di mangiare una scodella di minestra, il vecchio fece cenno al cameriere di avvicinarsi e gli chiese:

"Come mai non c'è più il fuoco?"

"Sporcava, signore, ora ci sono i termosifoni" rispose quello.

"E come mai non ci sono più le carte per giocare?" chiese ancora il barbone.

"Qui è vietato giocare, il padrone non vuole" disse il cameriere, cominciando ad innervosirsi.

"E dov'è il padrone?" incalzò lo sconosciuto.

A quel punto, Agenore, che, da quando aveva visto arrivare quel tizio poco raccomandabile, se ne stava all'erta con gli orecchi tesi, si avvicinò rapidamente al tavolo.

"Sono io il padrone e tu sarà bene che paghi e te ne vada in fretta."

Sentendo quelle parole impazienti e maleducate, il vecchio barbone fissò due occhi brillanti in faccia ad Agenore; poi, con forza disse lentamente: "Tu non sei il padrone".

Agenore diventò rosso per la rabbia e fece il gesto di afferrare il vecchio per buttarlo fuori, ma subito ritirò le mani, urlando come se le avesse infilate nel fuoco. Poi cadde a sedere come istupidito, lamentandosi e fissando le sue mani che si erano improvvisamente rattrappite e contorte.

A quegli urli il vecchio oste si affacciò timidamente sulla porta con aria confusa, non comprendendo la ragione di tanto strepito.

Vide subito il vecchio barbone ed ebbe un sussulto di sorpresa, poi si avvicinò in fretta.

"Lei qui?" disse a bassa voce.

"Sì, sono qui" rispose lo sconosciuto. "Sono venuto per sistemare le cose che non vanno. Tu lo sapevi, vero, che questo non era il sistema giusto per mandare avanti la MIA osteria?"

"Sì" mormorò l'oste. "Ma che potevo fare? Non ho più la forza, non ho più la salute..."

"Su, bevi e smetti di lamentarti" disse il barbone porgendogli una bottiglietta che aveva tirato fuori dallo zaino. "Ho pensato a te ed eccoti il rimedio."

L'oste prese, con la mano tremante dall'emozione, la bottiglina e ne bevve di un fiato il contenuto.

Si fregò gli occhi, si stirò, allungando le braccia verso il cielo e fece un salto di gioia.

Poi si guardò intorno. Agenore ed il cameriere erano scomparsi, ma c'era il fuoco acceso nel camino.

Dalla porta aperta entrò un gruppo di bambini che ridevano, cantavano e chiedevano a gran voce: "Le bruciate! le bruciate!"

Dietro a loro, uno dopo l'altro, i vecchi clienti dell'osteria si affacciarono con aria contenta e stupita e si avvicinarono al fuoco ed al vecchio oste con esclamazioni festose.

Quando tutti si furono calmati e seduti in cerchio davanti al camino a mangiare le bruciate, il vecchio oste cercò il barbone, ma nel suo cuore sapeva già che se ne era andato.

Da quel giorno l'osteria riprese le abitudini del passato e la gente la riempì di nuovo in cerca di calore e di consolazione.

E Agenore? C'è chi giura di averlo visto in una famosa città termale a curarsi le mani ed a bere l'acqua contro il mal di fegato.

Ma voi, piuttosto, come la gestite l'osteria che vi è stata affidata?

Nicoletta Martiri Lapi

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il filo, Idee e notizie dal Mugello, marzo 2001
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