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La copertina di questo mese
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IL FILO DI PERLE di Nicoletta Lapi

Tanti volti amici, nella comunità di Borgo San Lorenzo

La Comunione dei Santi

Una mia amica preferisce un rapporto diretto con Dio e gli invia, alternativamente, ingiurie, sospiri rassegnati, rimproveri e dichiarazioni d’amore. Ma se le parli della “comunità” come mezzo e luogo privilegiato di salvezza, storce subito il naso. Gli “altri” le vanno bene se presi uno alla volta, ma nel “gruppo” (e non parliamo di “massa”) lei non si trova a suo agio. Riconosce di peccare di orgoglio ma lo riconosce con una punta di soddisfazione. Forse non lo capisce bene, ma io credo che le venga a mancare qualcosa.

Ho vissuto alcuni momenti , non molti, ma concreti e tangibili, in cui ho capito il senso profondo di dire “Padre nostro” e non “Padre mio “. Momenti in cui l’incrocio delle mani e degli sguardi è vero, autentico e dice più di tante parole; momenti in cui le voci di tanti esseri diversi diventano un coro solo che grida fino al cielo; momenti in cui Cristo è sensibilmente in mezzo all’assemblea e ti da’ la pace e la consolazione di sentirti a casa.

E oggi mi succede un’altra cosa.

Quando entro nella mia chiesa-casa, mi capita di vedere altra gente in mezzo a quella che si trova nelle panche: vedo proprio, come se fossero lì – ognuna al suo posto preferito – tutte le creature che si sono inginocchiate davanti a quell’altare e sono ancora vive – nel mio ricordo.

Piuttosto che pensarle sotto ad una lastra di marmo o vaganti in un cielo incerto ed impreciso, preferisco credere che le misteriose “mani del Signore” cui allude il Salmista le accarezzino ancora lì, nella loro chiesa dove sono venute tante volte a cercare conforto e protezione.

Rivedo il tavolino addossato all’ultimo pilastro a destra e lì c’è l’Ada che si affanna a sistemare le pile di Famiglia Cristiana, di Jesus e del Filo; alla fine della Messa c’è un piccolo capannello festoso che la circonda.

Rivedo la Lola che arriva strascinando una pesante borsa: si ferma in una panca, poi ci ripensa e si sposta in un’altra: è inseguita da una minaccia che solo lei avverte, obbedisce ad un allarme che nasce dal pensarsi bersagliata da una ostilità quasi generale.

Rivedo la Massimina, povera creatura angosciata dal “peccato”: se ne sta rovesciata sulla sua panca in preda all’ansia che le procura ogni suo gesto, ogni suo pensiero: va a confessarsi, poi subito ci ritorna di nuovo e ancora torna a chiedere :” Ho fatto questo... ho detto questo... E’ peccato? Potrò fare la Comunione? “ E se la rassicuri, ti guarda indecisa , si capisce che il dubbio, dentro, continua il suo tormento.

Rivedo la Licia e la Vittoria, le signore delle prime panche a destra e risento la voce squillante della Vittoria pronta a leggere il versetto prima della Comunione. Sono pronte entrambe anche a girare per la chiesa al momento dell’offertorio, ma nei miei ricordi la “specialista dell’accatto” resta l’Isma col suo baschetto sulle ventitre, appuntato con uno spillone sui capelli ancora neri : scuote con forza il sacchetto per far tintinnare le monete in modo che tutti siano pronti a metter mano alla tasca.

Lassù, vicino alla porta della sacrestia, c’è il “Ciri”. Il suo volto di eterno bambino è raggiante perché è la notte di Pasqua e finalmente sentirà cantare l’Exultet. “Che bellezza, vuoi mettere quant’è meglio il latino?”

E dalla sacrestia, nel buio che avvolge la chiesa, esce il vecchio Pievano. La Settimana Santa è stata massacrante, soprattutto il Giovedì Santo quando c’è stata la Lavanda dei piedi e lui sembrava crollare di schianto davanti a dodici piedi nudi. Ora l’aspetta la lunga Veglia ma, se il corpo geme e la mente teme di non riuscire a trovare le parole giuste, il suo cuore vola incontro al Grande Evento.

Cristo è risorto e con Lui tutti, tutti noi che siamo suoi, vivi e morti, legati a Lui per l’eternità nella Comunione dei Santi.

Nicoletta Martiri Lapi

il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile 2002
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