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Società - Temi sociali
RAGAZZI BORGHIGIANI INTERVISTATI SULLA GUERRA NEL KOSSOVO

"...Allora l'è bastarda!"

Nel momento in cui mi siedo con loro sull'erba, registratore alla mano, mi rendo conto che non sarà impresa facile coinvolgerli in una lunga, seria intervista: il mio avversario più ostico è il pallone, a pochi metri dalla nostra improvvisata postazione, che trattandosi di oggetto concepito per esser preso a calci, non dovrà darsi troppa pena per attirare la loro attenzione. Il gruppo del Chicchessia al ritorno da una gitaSarebbe certo più facile intervistarli sui Simpson, o su Batistuta. Ma è nostro dovere farli parlare della guerra; e non di chi la guerra l'ha creata e la nutre con cura, bensì di chi è costretto a viverla, affrontarla, subirla. Non è neanche semplice, per un obiettore di coscienza, astenersi da ingerenze e condizionamenti nei confronti di personalità tanto acerbe e vulnerabili, e questo rende il mio compito assai più complicato.

Mi riservo tuttavia il diritto di nutrire una speranza: quella di non sentirmi dire chi è il "buono" e chi il "cattivo", e soprattutto di non sentirmi parlare di presunti eroi, giacché, per quanto mi sforzi, non riesco proprio a vederne.

Le nozioni storiche dell'evento saltano fuori qua e là, in maniera un po' scolastica, più o meno precise: si vede che qualcuno ha cercato di integrare le immagini televisive con una sommaria spiegazione dei fatti.

Perché è nata questa guerra?

"Perché i kossovari volevano l'indipendenza."

"Perché stavano dove volevano stare i serbi."

Tento di spingermi piu a fondo, cercando di capire se, oltre al conflitto per il possesso di un territorio ed al concetto piuttosto vago di indipendenza, hanno percepito qualcosa riguardo all'odio razziale: chiedo loro cosa sia la pulizia etnica. Non ottengo risposta. Eppure, qualcuno di loro, in seguito, scaraventerà nel mezzo del discorso nientedimeno che la parola "nazisti". C'è, tuttavia, disaccordo tra loro nel tributare l'onore di cotanto aggettivo alla NATO o ai serbi. Se non altro, tutti concordano nel sostenere che serbi e kossovari "non si vogliono bene".

Dopo averli lasciati parlare per un po' di bombardamenti, chiedo loro cosa stia realmente accadendo in Kossovo. La domanda appare loro come una ripetizione. Non capiscono che quello che mi interessa non sono gli aerei, le bombe ed il resto dello show, bensì quello che in tv non si vede, quello che si può solo immaginare e che, guarda caso, è la parte più dolorosa della vicenda. Decido quindi di arrendermi alla loro logica da film d'azione:

Perché la NATO sta bombardando?

"Perché vuol fare smettere la guerra`'

E bombardare non è guerra?

"Sì"

Vorrei dunque capire se conoscono un sistema, per far cessare una guerra, che non sia la guerra stessa. L'unico mezzo per accertarmene è la più retorica delle domande:

Bombardare è l'unica soluzione?

"No, si può discutere"

Grandioso, sono entrato nei loro meccanismi. Serve un linguaggio semplice, finanche banale, per ottenere risposte immediate, istintive, sincere.

Chi ha ragione tra la NATO e Milosevic?

"La NATO"

E perché?

"Perché Milosevic li vuol fare andar via da casa... Invece la NATO ce li vuol fare tornare... Però lo fa nel modo sbagliato"

Quindi, la strada da intraprendere sarebbe la diplomazia...

"...E che vuol dire?"

Mi rendo conto di aver commesso un altro peccato di presunzione. Appare comunque chiaro che è radicata in loro l'idea di una sfida tra un buono ed un cattivo, e soltanto se imbeccati con domande che somigliano più a suggerimenti, si decidono a rispondere che "se ne potrebbe discutere a parole". Sarebbe quindi interessante capire se hanno un'idea della manipolazione dei mezzi d'informazione operata da Milosevic, e se condannano soltanto lui o tutto il suo popolo. Ne emerge una serie di curiose contraddizioni:

Chi è il colpevole?

"Milosevic"

Quindi, se non ci fosse lui, la guerra non ci sarebbe?

"Sì, perché la colpa è dei serbi"

Allora la colpa è di tutti i serbi?

"No, perché sono comandati da Milosevic."

Non si potrebbero ribellare?

'`No, perché sono loro ad ammazzare"

Nell'intento di chiudere il discorso in termini di pace, domando loro quando pensano che finirà il conflitto. Qualcuno risponde che finirà quando saranno tutti morti, cosicché non ci sarà più nessuno da ammazzare. Geniale! Altri, più ragionevolmente, parlano di "ritorno a casa" e di "indipendenza". Ma non è affatto chiaro quale possa essere la strada per giungervi:

"L'unica strada è un accordo..."

"...però non c'è..."

"...Allora l'è bastarda!"

Rimane, insomma, un senso di enorme confusione, di un problema che non ammette soluzioni. E' confortante: non c'è niente di più spaventoso di un ordigno che, una volta innescato, non si è più in grado di controllare. E' bene che pensino questo, della guerra.

Peccato che ritengano i bambini del Kossovo più sfortunati dei pari età serbi: pare che vedano in essi tanti piccoli Milosevic. Certo è che i più fortunati sono proprio loro, i ragazzi del Chicchessia, e i molti altri che possono tornare a parlare dei Simpson o degli eroi del calcio.

Filippo Chiarelli

Intervista ai ragazzi del centro di aggregazione "Chicchessia" fatta dall'obiettore di coscienza che presta servizio presso tale centro a Borgo San Lorenzo (Piazzale Curtatone e Montanara, 27). Il centro è attualmente gestito dall'Associazione "Il Gabbiano" in collaborazione con la Cooperativa "L'Abbaino".
Per informazioni: tel. 0558496237 - 03683138706 (Daniela)

 

il filo, Idee e notizie dal Mugello, giugno 1999
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