IDEE DIBATTITI E RIFLESSIONI
di Giampiero Giampieri
Passeggiando per piazza Castelvecchio domenica pomeriggio, tra l'allegria dei ragazzini e l'affaccendarsi degli organizzatori della festa "Agape" tenutasi a Borgo San Lorenzo agli inizi di settembre, e pensando al bel tema scelto, "Bambini quale futuro", ci è venuta alla mente anche una riflessione un pò amara.
La riflessione è questa: sarebbe stato bello e coraggioso cogliere questa occasione per ricordare tutti i bambini, compresi quelli che non avranno futuro, perché soppressi prima di nascere. A sollecitare questo pensiero, forse, è stata anche la scomparsa, proprio in quei giorni, di madre Teresa di Calcutta, che totalmente donatasi ai più poveri e ai più piccoli, non si stancava di ripetere che "la vita è il più grande dono di Dio. Il più grande distruttore di pace nel mondo, oggi, è laborto: se una madre può uccidere il suo proprio figlio, che cosa potrà fermare te e me dallucciderci reciprocamente?"
Forse, tra bambini multietnici, Provveditore agli Studi e Telefono Azzurro, poteva essere offerta una riflessione, una testimonianza in difesa dei bambini non nati, un qualche segno che facesse pensare tutti allaccoglienza dellessere umano specie quando è più piccolo e indifeso.
Il tema scelto era propizio. Invece ci capita sempre più spesso di "autocensurarci", per timore di divisioni, di polemiche. Ma, ci domandiamo, è giusto il silenzio? Non dovremmo tutti essere uniti nella difesa del diritto alla vita? E non sarebbe doveroso per i cristiani -in particolare quelli attivi nel sociale e nella politica- testimoniare e impegnarsi senza soste, anche controcorrente, per educare al rispetto assoluto per ogni vita umana? Domande che facciamo senza alcun spirito di polemica, ma solo per comunicare in sincerità pensieri che portavamo in cuore.
P.G.
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Con le braccia conserte appoggiate sul davanzale, ho fissato per un po' il
sorgere di una splendida luna piena. Ho chiuso gli occhi e mi sono rivisto
ragazzo intriso di sogni e di speranze, alle quali non era estraneo quel clima
di diffuso ottimismo che si respirava alla fine degli anni sessanta. La luna
era poesia e, nello stesso momento, la soglia più avanzata della scienza e
della tecnologia che vi avevano fatto sbarcare l'uomo; era ancora una particella
di quelluniverso che con la sua magnificenza evocava la presenza dei
suo Creatore. Era facile a quel tempo trovare motivazioni all'impegno, ricercare
occasioni di condivisione di gioie e speranze, vivere l'avventura della giovinezza
con il presentimento di un immancabile lieto fine. Luomo, qualsiasi
uomo, appariva in cammino verso una sempre più piena realizzazione della propria
dignità. Allo stesso modo, anche per i popoli sottosviluppati si intravedeva
la strada per un possibile riscatto. L'incontro tra razze diverse rendeva
testimonianza alla possibilità dell'affermazione di uno spirito di pace. Sulla
centralità dell'uomo nel creato si cercava di costruire un colloquio tra fedi
e ideologie diverse. Il dialogo diventava per i credenti una sorta di imperativo
categorico. Negli ambienti che frequentavo inoltre questo modo di sentire
trovava un'entusiastica accoglienza, quasi fosse un fuoco a contatto con della
paglia secca: si facevano progetti con uno slancio di intensità pari, purtroppo,
solo alla superficialità di elaborazione. La generosità dell'intenzione non
era, infatti, quasi mai supportata dalla consapevolezza della necessità di
un'idonea strumentazione culturale e tecnica che sola può permettere delle
realizzazioni concrete. Si manifestava così quel marcato deficit culturale
comune all'intera nazione, ma che nel mondo cattolico si misurava a occhio
nudo nello scarto tra la grandezza delle aspirazioni e la pochezza delle realizzazioni.
Sfortunatamente, ho l'impressione che attualmente si siano ridimensionate
di parecchio anche le aspirazioni.
Oggi di tutto quel fuoco non è rimasta nemmeno la cenere. Eppure - secondo
me - c'era in quegli atteggiamenti la percezione di una verità che, come qualsiasi
verità, non smette mai di essere indispensabile: la persona umana, qualsiasi
persona umana, possiede una dignità inalienabile e tutto, dall'economia alla
politica così come ogni altra attività veramente umana deve essere sviluppata
in funzione di essa. Oltre a ciò, s'intuiva - l'adolescenza è il periodo più
favorevole per certe intuizioni - "che felice sarai quando ti accorgerai
che bisogno dell'altro tu hai". Pur senza avvertirne tutte le esigenti
implicazioni, ci pungolava anche l'affermazione di Gandhi secondo la quale
"lo scopo ultimo dell'uomo è la realizzazione di Dio, e tutte le sue
attività, politiche, sociali, religiose, devono essere dirette dallo scopo
ultimo della visione di Dio'.
La realtà veniva percepita in modo unitario. Si riteneva che ogni ambito
della vita personale e sociale influenzava e veniva a sua volta influenzato
dagli altri. In altre parole - per esempio - si pensava che pregi e
difetti della vita privata si sarebbero manifestati anche nella vita sociale.
Tutto si teneva, non c'erano compartimenti stagni.
Questo modo di pensare subì poi attacchi di ogni genere. L'integralismo era
il nemico da abbattere. Sono consapevole che la tentazione dell'integralismo
sia stata presente tra i cattolici, ma chiunque si richiamava ad un minimo
di coerenza con la propria fede veniva inequivocabilmente bollato come nemico
della modernità.
Avvenne che laborto, che è pur sempre la soppressione di un innocente,
diventò un diritto civile. Il terrorismo rosso e nero - che aveva allora molte
continuità con molti dei protagonisti di oggi, come dimostra il dibattito
in corso sull'indulto - imperversò in lungo e in largo mietendo vittime in
nome dell'ideologia. La politica, diventando mero pragmatismo nella gestione
dei potere, degenerò nel modo che tutti sappiamo. L'economia incominciò a
sganciarsi dai fenomeni reali per vincolarsi all'astrattismo dei giochi finanziari
con il risultato che tutti possiamo constatare: malgrado tutto la ricchezza
cresce; i ricchi diminuiscono e diventano sempre più ricchi; i poveri aumentano
e diventano sempre più poveri. La fiducia nel futuro, soprattutto nei giovani,
è ai minimi storici.
"Che fai tu, luna, in ciel?
dimmi, che fai, silenziosa luna?"
GIAMPIERO GIAMPIERI
settembre 1997, il filo

