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MUGELLANI SCOMPARSI

Ricordo di Roberto Paoli

Le immagini più remote si riferiscono all'anno scolastico 44-45. Partivo a piedi con mio fratello maggiore da La Gracchia, dove si era sfollati. A Cavallina si chiamava Roberto e si proseguiva insieme per andare a scuola dai Salesiani, a Borgo. Si seguiva la linea ferroviaria: non c'erano i binari, distrutti dai tedeschi in fuga. Roberto aveva già chiarissimo l'animo del letterato.Roberto Paoli, a sinistra, insieme al grande scrittore latino americano Borges

Amava i classici, ci recitava con passione versi latini. In particolare ricordo l'inizio del racconto di Enea a Didone: "Infandum regina iubes renovare dolorem...".

Poi venne il "camion degli studenti" che ci portava a Firenze, al liceo (lui classico, io scientifico). Tra le altre cose Roberto si stava appassionando al teatro. Ci si vedeva anche nel tempo libero: erano gli anni del dopoguerra, si scopriva la democrazia e si parlava di politica.

Durante l'università, lui a Lettere e io a Ingegneria, non ci siamo visti molto. Ci ritrovammo ai "Magelli" dopo il suo soggiorno a Salamanca come lettore d'italiano. Era entusiasta dei poeti spagnoli, amava particolarmente Garcia Lorca sia per le poesie che per il teatro. Si era all'inizio degli anni 60.

Ripresi a incontrarlo regolarmente, dal dottor Cesarini, a partire dal 1975. Ci si trovava il venerdì sera, eravamo un circolo molto ristretto, in genere ci si dedicava alla lirica. Roberto era il più appassionato e il più competente.

Dopo diversi anni, per motivi di salute fu consigliato a Roberto di non uscire dopo cena, smise di frequentare il salotto Cesarini. Colsi l'occasione della Pasqua per andare a trovarlo. Lui era tutto concentrato nel suo lavoro: andava a Firenze per gli impegni accademici, ma la ricerca la faceva essenzialmente a casa, in uno studio ampio e con vastissima biblioteca. Tutti i giorni andava a camminare un po'. Mi propose di unirmi a lui il sabato, giorno in cui anch'io normalmente uscivo. Quando non era possibile camminare, o dopo che si era passeggiato, si ascoltavano da lui dischi di opere, avendo a disposizione una scelta incredibile. Oltre ai percorsi vicino a Borgo amava molto la campagna di Vicchio: Pesciola, Rostolena, Ampinana... Quando faceva caldo si andava sopra La Colla, in particolare sul bellissimo percorso che dal Prato all'albero va verso il Giogo. Si andava sempre da soli, ma d'estate si univa a noi Ruggero Stefanini che tornava da Berkeley.

Iniziò così il periodo in cui si è approfondita maggiormente la nostra amicizia. Si parlava di tutto: del nostro lavoro, degli studi dei figlioli, di attualità, di poesia, di musica, di arte, di amici, di ricordi. Mi parlava dei libri che aveva scritto o stava scrivendo (su Machado,Vallejo, Unamuno, Borges...), delle tesi e degli esami, dei docenti più giovani che collaboravano alla sua cattedra. Io gli raccontavo delle mie missioni per l'Osservatorio, delle ricerche, delle campagne d'osservazione. Non era granché interessato alla scienza, ma a quello che facevo io sì, in quanto ero suo amico.

Inoltre avevo cominciato a occuparmi dell'astronomia nella Divina Commedia e di questo ovviamente si parlava: quando proponevo qualche interpretazione non convenzionale di passi astronomici danteschi lui mi dava un sicuro giudizio della accettabilità da un punto di vista letterario.

Si era occupato anche degli scritti di Borges sulla Divina Commedia, ricordo una conferenza che fece alla Società Dantesca su "Borges e Dante". Di tutte le sue esperienze, quelle di cui mi parlava con maggiore soddisfazione erano un viaggio a Buenos Aires con Gianfranco Contini e gli incontri con Borges, in Italia e in Argentina.

Ma poi cominciarono gli attacchi del male. Dapprima danni leggeri, con recuperi pressoché totali. Poi via via più gravi, fino all'incapacità totale di comunicare. Una condanna terribile, in particolare per lui che della parola e della comunicazione aveva fatto la ragione di tutta la vita. Per qualche tempo continuai a uscire con lui il sabato, da solo. Poi questo non era più possibile e allora cominciò a venire con noi il figlio maggiore, Francesco: perché si vedeva che Roberto era ancora contento di camminare, era ancora gratificato dalla bellezza della nostra campagna. Parlavo volentieri con Francesco, che per gli studi di logica è vicino alla matematica e alla scienza.

Gli raccontavo che più volte suo padre mi aveva confidato il rammarico che tutta la sua raccolta di libri non sarebbe stata usata dai figlioli, che avevano preso indirizzi diversi: ma questa non era una vera croce, perché rispettava e incoraggiava le loro scelte. Si continuava anche ad ascoltare la musica, Francesco o Bernardo erano capaci di scegliere il disco giusto mostrandogliene diversi in sequenza fino a cogliere un cenno di assenso. E anche se Roberto non poteva comunicare, nei primi tempi si vedeva chiaramente che i passi più belli lo toccavano ancora.

Poi tutto questo finì, non fu più possibile ascoltare la musica. E anche le passeggiate negli ultimi mesi erano cessate, perché era manifesto che avevano perso di significato e io mi sentivo troppo angosciato per proporle. Tutti abbiamo i nostri limiti.

Ora che se n'è andato, il suo ricordo mi porta a una conclusione estremamente semplice e chiara: Roberto è stato un uomo buono che ha amato profondamente la famiglia. Un uomo affezionato agli amici, ai collaboratori, agli studenti.

Un uomo sensibile al bello nella natura, nella poesia, nella musica, nell'arte. Come rimarcava lui stesso, ha studiato sempre con tanto impegno PERCHE' LO STUDIO ERA LA SUA VITA, non per forza di volontà o spirito di sacrificio.

In fondo al suo animo era rimasto quel ragazzo che declamava entusiasta, ad altri ragazzi come lui, i versi dei classici.

Raffaele Barletti

il filo, Idee e notizie dal Mugello, luglio 2000
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