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ANCORA UN’INIZIATIVA DI SOLIDARIETA’

A Ronta, per l’India

Per una domenica Ronta si è fatta... un po’ indiana. Ospitando l’iniziativa promossa da Antonio D’Alessandro, infaticabile promotore di iniziative e viaggi pro-India. E tutto si è svolto per il meglio, grazie alla squadra, di rontesi e non, che ha curato il pranzo e l’accoglienza in ogni suo particolare.

Antonio è contento e grato: “E’ stato fondamentale l’aiuto di Tiberio, Stefania, Barbara, Sandra, Donatello, Paolo, Concetta, Alessia, Massimo, Emanuela, Marilena, Agrippina, Katia, e poi l’Elen Club per l’ospitalità, la Cooperativa Agricola di Firenzuola, e tutti i 170 partecipanti al pranzo”.

Tutto questo ha prodotto ben 2495 euro, che si trasformeranno presto in un tangibile miglioramento, con la costruzione dei servizi igienici, della scuola e dell’ostello della St. Paul Mission nel villaggio di Kamarchowki, un centro nel West Bengala a 150 chilometri da Calcutta.  E a Ronta c’era anche il parroco di quel villaggio, padre Anthony, che ha brevemente spiegato la situazione delle missioni nelle quali si trova ad operare. Il sacerdote indiano è responsabile di una parrocchia che conta undici missioni, e quarantasette villaggi. In essi, un piccolo gregge di cristiani, oltre 500 famiglie.

Qui non c’è miseria nera e fame, ma siamo ai limiti della sussistenza. E padre Anthony ha scelto come strumento principale di promozione umana l’istruzione. “Le famiglie più povere, che lavorano i campi, sono costrette a spostarsi per molti mesi alla ricerca di lavoro, e portano con loro i figli. Con la creazione dell’ostello, che oggi ospita 160 ragazzi sui 300 che frequentano la scuola, possiamo far sì che i più piccoli possano continuare a venire a scuola. I genitori si fidano di noi, vedono che vogliamo bene ai loro figli, che vogliamo il loro bene, e ce li lasciano con fiducia”.

La parrocchia punta a migliorare anche le condizioni alimentari: la missione dispone di qualche terreno intorno e, nota il parroco, “riusciamo a fare un po’ di riso, abbiamo qualche vacca, galline e maiali e ultimamente abbiamo impiantato anche un orto e una piscina per i pesci, con l’obiettivo di rendere la scuola autosufficiente. Così ora una volta al mese possiamo dare ai bambini un bicchiere di latte e carne, e due volte al mese il pesce. Non è tanto, ma un po’ di proteine in più è importante cercare di fornirle”.

Così le famiglie dei villaggi sono felici di questa presenza: i genitori non sono andati a scuola, ma vedono che per i loro figli la scuola offre opportunità di crescita, e insieme a questo anche cure mediche, e un vitto più sano, che li fa crescere bene. Se la situazione religiosa è tranquilla –“qui non ci sono tensioni e intolleranze con gli indù. Certo facciamo opera di evangelizzazione, perché portare il vangelo è nostro dovere, ma lo facciamo con amore e rispetto e l’adesione è spontanea, spesso in età adulta”-, le condizioni sociali sono difficili: “Purtroppo –continua padre Anthony- vige ancora il sistema delle caste, specie nelle fasce più basse della popolazione. E lo Stato non vuole che i più in basso abbiano la libertà di imparare e crescere: si tiene meglio sotto controllo che non sa né leggere né scrivere. Poi c’è il problema dell’alcolismo, dovuto all’ignoranza: si usa l’alcol per non pensare al domani. Perché la vita è orientata a pensare a cosa mangiare, giorno dopo giorno. Per questo la scuola nel villaggio è come accendere una luce, una presenza che porta un concreto miglioramento della vita in tutta la comunità. Di solito nei villaggi si coltiva soltanto il riso, e non si fa altro che attendere il prossimo raccolto: nella missione invece abbiamo l’orto che consente raccolti tutto l’anno. I bambini, con noi, vedono, imparano, lo dicono ai genitori, è uno stimolo per la famiglia. Quando i bambini vengono a scuola, anche i genitori diventano più responsabili e vedendo i buoni risultanti superano l’iniziale diffidenza”.

  

Anche nel 2009 il viaggio in India

Dall’incontro con padre Anthony è nata anche una nuova iniziativa, o meglio una modifica del tradizionale viaggio che da alcuni anni viene proposto, con meta Calcutta. Agli inizi del 2009 sarà infatti sperimentata un’esperienza molto diversa: non si andrà infatti a Calcutta, ma in villaggio indiano, a Kamarchowki. “Negli ultimi anni abbiamo riscontrato che i volontari nei centri di madre Teresa a Calcutta, dispongono di moltissimi volontari, provenienti da tutto il mondo. Così vogliamo provare ad andare a far servizio nei villaggi, dove invece non ci fa nessuno”: Le donne presteranno servizio, nel villaggio a una decina di km dalla missione –raggiungendolo o in bus o in bicicletta, in un orfanotrofio gestito dalle suore di Madre Teresa, mentre gli uomini saranno occupati in opere edili e agricole. “Potrò dire alla mia gente, ai miei giovani: guardate, queste persone sono venute da lontano, hanno lasciato per qualche giorno casa e lavoro per venire ad aiutarci. per lavorare con noi e per noi. Sarà un incoraggiamento all’aiuto reciproco, ad imparare la solidarietà. Il viaggio si terrà dal 21 gennaio fino all’8 o al 15 febbraio. AL termine è prevista anche la permanenza un paio di giorni a Calcutta, così come la sosta in altri villaggi, sia nella giungla che sull’oceano Indiano.

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, novembre 2008

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