“QUANDO ERO
MAESTRA”,
UN NUOVO LIBRO DI DONELLA LASCIALFARI
La
scuola di Donella
A
circa due anni dal suo ultimo Lettera ai figli, Donella
Gori Lascialfari torna a riproporsi ai suoi lettori con questo
Quando ero maestra (Firenze, Pagnini, 2009, pp. 124,
euro 13,00), un libro che, come si intuisce assai agevolmente
dal titolo, ha come nucleo tematico dominante la lunga e felice
esperienza di insegnante elementare dell’autrice. Pure qui
dunque, come del resto nelle altre sue opere, tutto prende le
mosse e ruota attorno a “scene di vita vissuta”, che
rappresentano l’oggetto di interesse prevalente di Donella e la
materia che lei riesce a plasmare con maggior perizia. È proprio
ciò che ha fatto parte della sua esistenza e della sua storia
personale a rappresentare la fonte da cui fluisce solitamente la
narrazione, sia che venga espressa in forma poetica sia
prosaica.
Anche in questa pubblicazione dunque
la cifra autobiografica risulta dominante, ma non fine a se
stessa. Essa infatti finisce col costituire un punto di
osservazione privilegiato per riguardare alla scuola di ieri con
l’intento di rivolgere con interesse ed attenzione l’occhio sul
mondo della scuola di oggi e attraverso esso sulla società
odierna.
Nonostante l’uscita dagli organici
del Ministero, Donella non ha smesso di essere insegnante e di
intendere la scuola come uno dei percorsi con maggior impatto
sociale. E come darle torto! Scuola e società stanno tra loro in
un rapporto a doppio binario in cui il mondo dell’istruzione
riflette il volto del contesto sociale di riferimento, con tutte
le rughe che ben conosciamo, ma al tempo stesso può
rappresentare lo strumento più efficace per innalzare il livello
di civiltà di una civitas. È proprio sulla base di questa
convinzione che le pagine di Donella Gori Lascialfari trovano
una loro ragione di esistere anche al di là della dimensione
personale dell’autrice.
Così tra le righe che ripercorrono
con efficace piglio narrativo esperienze di scuola di montagna,
magari a pluriclassi come quella di Montecuccoli, traspaiono
convinzioni pedagogiche forti, provate sul campo ed adeguate,
diremmo, con metodo induttivo alla realtà contingente. Da qui lo
sforzo costante della maestra di non fermarsi al lavoro
didattico svolto in classe, ma di cercare di capire anche ciò
che stava dopo – e talvolta anche prima – quelle ora passate sui
banchi, nella vita di quei bambini. Da qui la ricerca di un
rapporto, fin da quei primi anni sessanta, con la famiglia; cosa
quanto mai all’avanguardia per i tempi e soprattutto di non
poche difficoltà, se si pensa che si trattava di famiglie
contadine o di pastori con un gran bisogno di braccia anche
giovani per mandare avanti le loro attività. La maestra
Lascialfari riteneva però utile coinvolgerle, se non altro per
cercare di renderle consapevoli dell’importanza della scuola e
della sua funzione sociale.
A tale aspetto si ricollega anche
l’esperienza della scuola popolare di Cintoia, nel Comune di
Barberino di Mugello, frequentata quasi esclusivamente da
immigrati meridionali richiamati al nord dalla domanda di
manovali creata dallo sviluppo edilizio di quegli anni o di
operai da inserire nei processi produttivi delle prime fabbriche
mugellane o di quelle del pratese. Quindi quel tipo di scuola si
trasformava in un coacervo di lingue, tradizioni, consuetudini
non molto dissimili dalle classi attuali della nostra scuola
dell’obbligo.
Si tratta di pagine dal vago sentore
maltoniano, della Maltoni dei Quaderni di San Gersolè, con l'uso
ancora della penna e del calamaio, le lettere alla maestra,
l’osservazione di un’eclissi, e con echi crepuscolari come il
ricordo del caffè Ecco delle bustine di Idrolitina per gassare
l’acqua da bere; sono però anche pagine che propongono
convinzioni e pratiche pedagogiche di una persona che ha vissuto
in modo totalizzante il suo essere insegnante di scuola
elementare. Non ci si inganni però, perché dietro questa che
definirei “pedagogia del buon senso” c’è un solido sostrato
teorico con tanto di galleria di numi tutelari, da Jean Piaget,
a Jerome S. Bruner, a Carl Roger e infine a tal Célestin Freinet
fondatore e maestro di una scuola popolare francese con non
pochi punti in comune con quella a noi più vicina di Barbiana.
Sullo sfondo delle esperienze
personali di Donella Gori Lascialfari si incastonano anche
giudizi di valore sui cambiamenti, anche normativi, che hanno
caratterizzato la vita della scuola nell’ultimo mezzo secolo.
Nella seconda parte del libro, che ha come titolo Alcuni
argomenti che mi hanno appassionato, troviamo questioni in
stretta connessione tra passato e presente, come il problema
della promozione della lettura e della scrittura,
dell’insegnamento della Religione, di quello della lingua
straniera, dei compiti a casa, del rispetto della disciplina. Si
tratta di tematiche, come ad esempio quella dell’introduzione
dei moduli organizzativi della ex scuola elementare e della loro
recente abolizione, che offrono l’opportunità all’autrice di
esprime considerazioni e valutazioni sulla stretta attualità e
sul futuro del sistema formativo italiano. Si tratta,
sottolineo, di considerazioni, valutazioni e giudizi che in
quanto tali appartengono alla sfera della soggettività e quindi
non tutto può apparire condivisibile; resta però il fatto che
con questa pubblicazione l’autrice pone la sua attenzione su un
mondo, quello della scuola appunto, nei confronti del quale
nessuna persona, a prescindere dal ruolo sociale che ricopre,
anzi proprio a causa di esso, non può sentirsi in alcun modo
estraneo né rimanere indifferente.
Bruno Becchi
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, gennaio2010

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