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UNO STUDENTE MUGELLANO 
AL SOCIAL FORUM

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo questa esperienza di uno studente di San Piero a Sieve, che ha partecipato al Social Forum Europeo di Firenze.

Settecentomila persone camminano lentamente, invadono i viali fiorentini, le piazze, le strade. Sulle loro gambe e nelle loro teste stanno portando idee di solidarietà, di pace, di giustizia sociale. E stanno urlando al mondo, a quel mondo sordo, fatto di denaro e di profitto ad ogni costo, che si può e si deve cambiare direzione. Non più sfruttamento indiscriminato delle risorse umane e naturali, non più liberismo come unica strada delle economie mondiali, non più guerra. Lo gridano negli slogan, nei canti, lo scrivono sugli striscioni, sulle bandiere, sulle magliette. E non c’è utopia, non c’è retorica. Lo hanno spiegato nei giorni precedenti a questo sabato 9 novembre, parlando, discutendo nelle sale della Fortezza da Basso, al Palacongressi, alla stazione Leopolda. Centinaia di congressi, di conferenze, di dibattiti, incentrati sui temi nevralgici della politica mondiale: economia, ambiente, guerra, religione, sviluppo. Incontri e tematiche importanti, seguiti da migliaia di persone, da migliaia di cittadini convinti che, come dice lo slogan principe del forum sociale, un’altra Europa è possibile.

Nel grande corteo di sabato tante persone e nessun disordine: una grande prova di maturità per il movimento, per l’organizzazione e per la città di Firenze; nessuna vetrina in frantumi, nessuno scontro, nessuna Genova. Ma il forum sociale non doveva e non poteva essere ridotto ad un problema di ordine pubblico: per molti era comodo e preferibile limitarsi ad indicarlo come un semplice atto di protesta, di contestazione, di violenza ideologica e di terrorismo urbano, per avere la possibilità di ignorarne i temi, le proposte, per avere in tasca una facile scusa per non andare al dialogo, per non confrontarsi, per non ripensare le linee politiche ed economiche. Invece il forum non si è limitato alla contestazione: ha proposto, ha discusso, ha insegnato, ha imparato. E questo fa molta più paura a chi sogna una società civile muta e passiva. Perché le donne e gli uomini che hanno partecipato ai lavori e alle conferenze, ai dibattiti e al corteo, lo hanno fatto per mettersi in discussione, per imparare, per crescere, per aprire gli occhi e guardare oltre la televisione, oltre i telegiornali, per non rimanere inerti di fronte alla deriva sociale del nostro pianeta. Il nodo centrale di questo evento così discusso e così criminalizzato è infatti la partecipazione: perché i cittadini del mondo non dovrebbero preoccuparsi del destino del loro pianeta, perché continuare a firmare deleghe in bianco a chi dimostra di non recepire le esigenze della società, perché cedere al fatto che l’unica legge davvero vigente sia quella di mercato, che l’unica direzione possibile sia quella di una sempre più marcata distinzione tra ricchezza e povertà? Nei giorni del forum, a Firenze, sono arrivati in decine di migliaia per cercare nuove strade per la partecipazione, per sottrarre la loro conoscenza ai canali d’informazione convenzionale, per aprire la mente e volgere lo sguardo alle reali esigenze dell’uomo e del mondo. Decine di migliaia di cittadini che chiedevano anche pace e rifiuto della guerra come espansione imperialista dei mercati finanziari, della guerra come dottrina e come unico mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali; tante persone che si chiedevano come fosse possibile, di fronte al disastro ambientale, che nessuna nazione od organizzazione internazionale fosse capace di porre dei vincoli e dei limiti all’inquinamento degli stati industrializzati; ci si domandava dove arriveremo se l’unico scopo della classe politica occidentale sembra quello di favorire l’espansione finanziaria e commerciale di un’oligarchia di imprese, a discapito delle economie locali dei così detti paesi in via di sviluppo e soprattutto se l’interesse globale è quello di garantire all’occidente ricco e opulento sempre più ingenti masse da sfruttare e capitali da investire. Queste domande sono legittime, sono importanti, benedette, salvifiche: è necessario che, nel silenzio dei timonieri, almeno l’equipaggio si chieda se la nave stia affondando e cosa si debba fare per evitare il naufragio di tutti.

Alessandro Giovannelli
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, dicembre 2002

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