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I SOLDI DEL PARROCO

Tra elemosine, "stipendi" e bilanci

Come partecipare economicamente alla vita della Chiesa

TRASPARENZA E CONDIVISIONE

L'avvicinarsi della dichiarazione dei redditi, alla quale è collegata la scelta su dove destinare l'8 per mille, e la recente presentazione da parte delle parrocchie dei loro "bilanci" dà occasione per tornare a parlare delle "finanze" dei sacerdoti e delle comunità parrocchiali. Anche perché risulta evidente che sull'argomento vi sono, da alcuni anni, forti novità: "offerte deducibili", la "firma per l'8 per mille" i "consigli per l'attività economica della parrocchia", i bilanci affissi in fondo chiesa, con tanto di spese e di entrate rendicontate alla lira. Tutti nuovi elementi, che fanno emergere un impegno di chiarezza e un tentativo di maggior coinvolgimento da parte di tutta la comunità cristiana nel reperimento e nella gestione delle risorse economiche.

Sull'altro fronte permangono qua e là alcuni pregiudizi: c'è chi non vuole cancellare la vecchia immagine della "chiesa ricca", chi paventa ancora la prevalenza sul Dio uno e trino del "dio quattrino", chi contesta le gestioni e le scelte troppo accentrate da parte del parroco.

Del resto l'aspetto finanziario non fa eccezione, anzi: esso è legato, come tante altre parti della vita umana, ai limiti e alle caratteristiche dei singoli, al loro grado di coerenza e di responsabilità personale. Ma non vi è dubbio che la direzione presa, quella della trasparenza e della condivisione, non può che aiutare a far crescere tutti, sacerdoti e laici, nella costruzione di una comunità sempre più libera e fraterna.

Congrua addio

Non abbiamo affidato indagini alla Doxa, e non abbiamo sentito tutti i sacerdoti mugellani. Ma da quelli interpellati un dato emerge sicuro. Il vecchio sistema della "congrua" non lo rimpiange più nessuno. Da una decina d'anni il modo di dare ai sacerdoti italiani uno "stipendio" mensile è cambiato, e secondo i nostri intervistati, è cambiato sicuramente in meglio.

Non ne fanno una questione economica, anzi. Il vecchio sistema in molti casi assicurava mensili più ricchi, ma -ci viene spiegato- con molte disuguaglianze.

"In passato -spiega don Carlo Giorgi, proposto di Firenzuola- c'erano parrocchie ricche e parrocchie povere. Ad esempio in Mugello era nota per la sua grande floridezza la parrocchia di Fagna".

E così c'erano sacerdoti senza un soldo e sacerdoti con molte possibilità.

Se ne lamentava mons. Bonanni, vecchio pievano borghigiano, che in una sua relazione nel 1953 evidenziava l'inesistenza di entrate economiche per la parrocchia di Borgo San Lorenzo, che aveva solo un poderuccio che non rendeva nulla. Mentre lì vicino, la parrocchia di San Giovanni Maggiore era dotata di sei floridi poderi.

La rivoluzione dell'Istituto per il Sostentamento

Il nuovo concordato ha chiuso questo capitolo, facendo cessare il sistema cosiddetto "beneficiario": è sorto così l'Istituto per il Sostentamento del Clero, che ha accorpato tutti i beni ecclesiastici, con il compito specifico di farli fruttare e fruttare bene, compito affidato a ciascun Istituto Diocesano: terreni, case e quant'altro, devono produrre reddito, reddito che forma la "cassa" da cui attingere per gli stipendi a tutti i sacerdoti.

Lo "stipendio" del prete

E' infatti questo Istituto che garantisce a tutti i sacerdoti italiani un mensile, senza differenze di parrocchia e di località. In sintesi il meccanismo funziona così: ogni comunità dà al suo parroco 100 lire ad abitante ogni mese (ai cappellani 50 lire). Una parrocchia di 2000 abitanti come Firenzuola dà al suo proposto una quota di 200 mila lire, Borgo San Lorenzo con i suoi quasi 9000 abitanti ne mette a disposizione circa 900 mila, Cavallina, con 1500 abitanti, dà una quota di 150 mila lire. Il resto lo aggiunge l'Istituto per il Sostentamento, che versa a ciascun sacerdote la differenza per raggiungere il totale dello stipendio, che è fissato dai vescovi ed adeguato di anno in anno.

E da buoni "operai della vigna" i sacerdoti guadagnano una cifra piuttosto contenuta: un milione e 400 - un milione e 500 mila lire al mese. Senza tredicesima, e senza straordinari.

Può sembrare un po' pochino, ma i nostri sacerdoti mugellani si accontentano. "E' sufficiente per vivere decorosamente", riconosce don Carlo di Firenzuola; "Del resto -aggiunge don Giancarlo Corti, pievano di Borgo San Lorenzo- va considerato il contesto: è vero che non è certo uno stipendio da ricchi, ma è anche vero che non abbiamo una famiglia da mantenere e che le spese degli immobili, manutenzione, luce, riscaldamento, acqua, sono a carico della parrocchia. Questa quota mensile offre una certa sicurezza, che comunque non deve diventare un invito al quieto vivere. Anche perché se pure il prete non fa voto di povertà, uno stile di sobrietà, di essenzialità deve mantenerlo".

Anche don Giuliano Landini, di Vicchio, si dice soddisfatto: "E' vero che i soldi sono meno rispetto al vecchio sistema, ma ora tutto è più trasparente, più equilibrato, la gente sa quanto prende il proprio parroco, ed è una quota sufficiente per le necessità personali". E sulla distinzione tra bilancio della parrocchia e finanze personali del sacerdote insiste anche don Michele Scudiero di Cavallina: "E' un sistema che garantisce al sacerdote un minimo di indipendenza economica, senza dover gravare sulla parrocchia".

E' tempo di "bilanci" parrocchiali

Adesso infatti c'è maggiore distinzione nei fondi parrocchiali: il parroco ha il suo "mensile", formato come si è visto sopra, e tutto il resto, in sostanza, è della parrocchia e deve essere impiegato per la parrocchia: le offerte, le raccolte, le donazioni. E per evidenziare tutto questo ora c'è perfino l'obbligo di presentare il bilancio parrocchiale, che molti parroci affiggono volentieri in fondo chiesa.

Non tutti: don Tommaso Pizzilli, proposto di Scarperia confessa ad esempio la sua insofferenza nel dover parlare ed occuparsi di soldi e bilanci: "Mi rifiuto -ci risponde- di parlare di soldi: credetemi, è una cosa che mi urta. Sono prete non per occuparmi delle cose materiali. Non so neppure quanto prendo, me ne disinteresso completamente, e così è sempre stato: quando ero alle Filigare, e dovevo occuparmi delle stalle della parrocchia, del podere, andai in depressione. In verità di cose, anche impegnative ne facciamo, come il restauro della Madonna dei terremoti, i tetti dell'MCL e della Chiesa, e, questo è bello, la parrocchia non ha una lira di debito. Inoltre ogni realtà legata alla parrocchia ha amministrazioni separate, l'MCL come la Misericorda, la Casa di Accoglienza come la Casa di Rostolena e la Scuola Materna: ognuno ha i suoi bilanci ed io non ne voglio sapere. Le istituzioni, la burocrazia, gli uffici, i bilanci, non li sopporto, e rimpiango l'epoca apostolica, quando si faceva a meno di tutte queste cose. Sarò un pessimo amministratore, ma preferisco affidarmi alla Provvidenza".

In genere però i parroci mugellani pare abbiano accettato questo nuovo uso del resoconto.

Bilanci molto diversi tra loro nella consistenza: la parrocchia di Borgo San Lorenzo, ad esempio, quest'anno ha sfiorato il mezzo miliardo: tra le entrate 269 milioni con le "elemosine" delle Messe, 52 milioni di offerte per il SS.Crocifisso, 38 milioni e mezzo di raccolte per giornate particolari versate alla diocesi, 25 milioni di entrate versate alla Caritas parrocchiale, per 409 milioni di totale. Tra le spese -per un totale di oltre 451 milioni- il peso maggiore lo hanno gli interventi sugli immobili, 204 milioni, mentre acqua, luce e riscaldamento pesano per 58 milioni. All'attività pastorale vanno 85 milioni e alla carità 91 milioni.

Nella parrocchia di Cavallina il bilancio medio annuo si aggira sui 35-40 milioni, anche se nel 1997 i numeri sono consistenti per gli interventi straordinari alla struttura della chiesa, che hanno portato ad entrate per 115 milioni e ad uscite per 118 milioni.

130 milioni è invece il bilancio di Vicchio, mentre a Caselle, Cistio e Villore non si arriva a 15 milioni. 60 milioni di entrate conta invece la parrocchia di Firenzuola, e la voce principale è rappresentata dalle collette festive, 24 milioni, e da altre raccolte e offerte che hanno fruttato altri 26 milioni. Le uscite quest'anno hanno superato i 90 milioni, 10 milioni per le attività pastorali, circa 15 milioni per la carità, e 32 milioni per lavori straordinari. E a sanare il disavanzo, per fortuna, è intervenuto un lascito di 40 milioni del vecchio proposto, don Puccetti, che nel testamento ha destinato la somma ai lavori urgenti per la canonica e la chiesa.

La "cara" manutenzione

Ovunque un peso notevole, nei bilanci, lo hanno i lavori alle strutture e manutenzioni. Il "mattone" conta più dell'attività pastorale? "Non direi proprio -risponde don Carlo di Firenzuola-: è pastorale anche la disponibilità di ambienti decorosi: non si tratta di far bellezze, ma di rendere gli ambienti accoglienti. Tanto più che molte strutture, specie in campagna, sono fatiscenti". Don Landini di Vicchio concorda: "Il problema grave è la manutenzione dei fabbricati: nella nostra unità pastorale siamo circa 6000 abitanti e 7-8 edifici, con annesse canoniche. In passato tutto era lasciato alla buona volontà del parroco e vi sono situazioni piuttosto problematiche".

In aiuto delle parrocchie più piccole o delle manutenzioni più onerose interviene ora il "Fondo comune diocesano", un'altra novità rispetto al passato: "Ogni parrocchia -spiega mons. Corti- versa il 3 per cento delle sue entrate a favore di questo fondo, formato anche dal 10% di tutte le operazioni di vendita e di acquisizioni di eredità degli enti ecclesiastici". Il fondo mette in pratica il principio della solidarietà tra parrocchie: e l'anno scorso dal fondo sono giunti contributi, per la manutenzione dei beni parrocchiali, superiori al miliardo e mezzo.

Mugellani generosi

Su un'altra cosa i parroci del Mugello sono tutti d'accordo: la gente di questa terra è generosa: "La gente vede con i propri occhi -dice don Landini- e ha fiducia in ciò che viene fatto e nel modo di utilizzo dei fondi. E c'è grande attenzione alla vita della Chiesa: non solo con le offerte: penso alle persone che fanno le pulizie, che curano gli ambienti, che ci sono vicine". "La mia esperienza -nota don Scudiero- dice di una popolazione che risponde positivamente, sensibile verso la Chiesa e le sue proposte, e noto anche un bello sforzo di collaborazione". "L'attenzione, e direi, la grande delicatezza nei confronti delle parrocchie e dei sacerdoti -aggiunge mons. Corti- mi sembra una caratteristica della nostra gente. Mi domando: forse perché i sacerdoti qui sono sempre stati vicini alla gente, a servizio della gente? L'esempio più recente è quello della parrocchia di Bivigliano, nella vicenda dei mesi di malattia del parroco: la comunità ha preso in mano la situazione e ha portato avanti con dignità la vita della parrocchia, stando vicinissima al suo prete".

 

L'OBOLO MODERNO, ISTRUZIONI PER L'USO

Partecipare anche sul piano economico alla vita della Chiesa e della propria parrocchia ha varie modalità. Accanto a quelle classiche, l'offerta nella "busta", nella "cassetta", nella "cesta", vi sono anche sistemi più moderni, ai quali forse molti non si sono ancora abituati.

Il primo -che non costa niente sul piano personale- è il famoso 8 per mille: ogni contribuente può, al momento della dichiarazione dei redditi "votare", con la propria firma, per destinare una quota del fondo -pari all'8 per mille del reddito tributario nazionale-, destinato dallo Stato all'attività delle Chiese o dello Stato stesso. In calce al modulo della dichiarazione dei redditi vi sono diverse caselle: firmando quella della Chiesa cattolica si accresce la percentuale ad essa destinata nella suddivisione che verrà poi fatta.

Si tratta di un'operazione molto semplice. C'è però una sola complicazione: l'eliminazione, per certe categorie di persone -lavoratori dipendenti e pensionati- dell'obbligo di presentazione della denuncia, fa sì che questi possano venire esclusi dall'aver voce in capitolo nella destinazione dei fondi per l'8 per mille. Un rimedio c'è: basta presentare copia della propria dichiarazione all'Ufficio delle Imposte: è una piccola noia, ma ne vale la pena: in questo modo è possibile dare anche il proprio contributo.

Un'altra forma per contribuire al sostentamento dei sacerdoti e alla vita della Chiesa è rappresentato dalle "offerte deducibili": versando tramite bollettino la propria offerta all'Istituto per il Sostentamento del clero, la cifra sarà deducibile dalle tasse, fino a un importo massimo di 2 milioni.

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, marzo 1998
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