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La copertina di questo mese
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L'AMICO RAFFAELE BARLETTI RIEVOCA
LA FIGURA DEL PROF. RUGGERO STEFANINI

Così  ricordo  Ruggero

Ruggero StefaniniE’ viva in me la memoria di Ruggero Stefanini, professore emerito di Italiano e di lingue antiche mediorientali all'Università di California a Berkeley,  morto il 6 maggio 2005 all'età di 72 anni (era tornato alla fine del 2003 per operarsi di un tumore diagnosticato purtroppo a uno stadio già avanzato). A un anno dalla  scomparsa  lo ricordo ai lettori del Filo perchè la vita e le opere di questo nostro concittadino sono state per molti aspetti esemplari.

   Frequentammo insieme la scuola media dai Salesiani. Ruggero, oltre a distinguersi come studente, ebbe lì i primi contatti col teatro. Completò il Ginnasio al Machiavelli a Firenze e poi frequentò il liceo classico Galilei (insieme all’altro nostro concittadino Roberto Paoli, che si dedicò poi alla letteratura spagnola e ispanoamericana). All'università scelse lettere antiche e si laureò con una tesi sulla lingua degli Ittiti. Ebbe un incarico a Pavia e poi fece il servizio militare negli alpini.  

   Nell'autunno del '61 andò a Berkeley come docente nel dipartimento di Italiano (a Berkeley poteva continuare i suoi studi sugli Ittiti presso l'importante istituto di studi mediorientali di quell'università). Mentre si preparava ad andare negli USA, qui a Borgo era attivo il circolo culturale "I Magelli" e ci vedevamo spesso. Ci diceva che stava facendo esercizio d'inglese. Lui sapeva il tedesco perchè erano in tedesco le più importanti riviste dedicate agli Ittiti: ci sembrava un po' buffo che capisse l'ittita e il tedesco e avesse difficoltà con l'inglese.

   Il suo soggiorno in California è durato più di 40 anni, durante i quali ha salito tutti i gradini della carriera accademica insegnando letteratura italiana (Dante in particolare), filologia classica e l'antica lingua indoeuropea degli Ittiti. Oltre ai lavori di critica letteraria si è occupato di traduzione in inglese di autori italiani e si è interessato sempre al teatro: partecipava volentieri al programma estivo di lingue e letterature straniere a Middlebury, nel Vermont, e lì allestiva sempre una recita, a volte scritta da lui stesso. Negli ultimi anni ha pubblicato anche tre volumi di poesie.

   Ruggero tornava regolarmente a Borgo per lunghi periodi di vacanze estive. Partecipava agli incontri settimanali in casa del Dott. Cesarini, portando notizie dirette dell'occidente americano: un mondo cosmopolita aperto ai grandi popoli asiatici, mondo che conosceva bene (in particolare attraverso i suoi allievi universitari), mondo di cui era osservatore attento e preciso. L'arrivo di Ruggero era annunciato in casa Cesarini ed era atteso con gioia: le prime serate trascorse insieme erano ricche di novità, la sua conversazione era piacevole e ricca di battute. Aveva conservato tutto lo spirito borghigiano, con in più i lampi di humour del mondo anglosassone in cui viveva. Oltre al salotto Cesarini, un'altra occasione d'incontro erano le passeggiate che facevo il sabato pomeriggio con lui e con Roberto: di solito si andava in macchina a Prato all'Albero e poi a piedi per il sentiero che porta al Giogo.

   Nei primi anni 80 io cominciai a occuparmi dell'astronomia nella Divina Commedia e andavo ogni tanto a trovarlo: parlarne con lui mi aiutava e mi dava molta soddisfazione perché aveva una conoscenza perfetta di Dante e della critica relativa più aggiornata. Amava Dante, ma mi metteva in guardia dalla dantolatria, cioè dall’adorazione di Dante retorica e acritica. Se ci si accosta a Dante con spontaneità ci si accorge col tempo che non c’è solo cultura, ma qualcosa che entra nel profondo della nostra vita: si trova continuamente nei suoi versi un modo impareggiabile di dire le cose,e a questi versi si ricorre per esprimerci al meglio. Mi spiego con un esempio. Nell’85, al suo ritorno a Borgo, Ruggero venne a trovarmi all’ospedale dove ero stato operato. Avevo una bella cicatrice e gliela mostrai. Guardò, poi chiuse gli occhi e come in sogno recitò: “ e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto”. Così innalzava una situazione comune a livello di epica: mi accostava a Manfredi, ucciso in battaglia nel 1266! 

   Così tutto è andato avanti fino al 2003. Ruggero era andato in pensione nel giugno '94, ma aveva continuato a tenere  corsi di specializzazione per laureati, nonchè seminari e supervisione di tesi di laurea (tutto questo sia al dipartimento d'italiano che all'istituto di studi mediorientali); inoltre continuava i suoi studi, le sue pubblicazioni e la sua vita nell'ambiente culturale di Berkeley e San Francisco. Semplicemente aveva più libertà nel programmare i soggiorni a Borgo.

   Ai primi di ottobre 2003 andai a salutarlo a casa, alla vigilia della partenza per gli USA. Per la prima volta e di sua iniziativa mi parlò delle sue intenzioni per il futuro. Disse che ormai era giunto il momento di tornare definitivamente: alla sua età non era più il caso di vivere così lontano dalla famiglia. Daltronde  molti dei suoi più cari colleghi a Berkeley non c'erano più. Disse che aveva già aspettato anche troppo, che gli era mancato il coraggio di sistemare tutto, vendere la casa e spedire le sue cose: ma finalmente ora aveva preso la decisione. La sua idea era comprarsi un appartamento, piccolo ma in una zona bella di Firenze: avrebbe frequentato l'ambiente culturale della sua gioventù, quello di cui aveva sempre parlato con i colleghi e gli studenti. Niente gli vietava di far delle visite a Berkeley: specialmente nel periodo invernale, con un clima così mite rispetto al nostro. Insomma questa era l'ultima partenza per il solito lungo periodo di lontananza: gli impegni presi voleva portarli a termine.

   A novembre gli mandai un mail di saluto: mi rispose che non stava bene e stava facendo delle analisi, ma apparentemente niente di preoccupante. A dicembre gli feci un altro mail con gli auguri di Natale: gli dissi che a Borgo gli addobbi comprendevano degli strani pupazzi appesi in alto per le strade. Mi aspettavo come sempre una risposta spiritosa, invece il giorno dopo la risposta fu tragica: "La mia salute ha preso una brutta piega. Parto domani per tornare a casa".

   A Firenze le sorelle avevano già organizzato tutto e fu operato subito. Dopo l'operazione una lunga degenza in ospedale, poi la chemioterapia. Un pomeriggio la settimana andavo da lui: se la stagione e le sue forze lo permettevano si andava fuori, se no si chiacchierava in casa. Cominciava ogni volta l'incontro col mettermi al corrente della situazione sanitaria, le analisi, il programma di cura previsto per le settimane successive. Molto del suo tempo andava in questi impegni, al punto da fargli dire: "Ormai la mia agenda non la faccio più io, me la fanno i medici". I cicli di chemioterapia sono stati molti, e lui sperava sempre di poter avere l'autorizzazione a fare un salto in America per sistemare le sue cose e congedarsi per bene da colleghi, allievi, amici e conoscenti. Ma questa autorizzazione purtroppo non è venuta, perchè sarebbe stata rischiosa una licenza di tre o quattro settimane: in fondo non era indispensabile, e far le cose di corsa non aveva senso.

   Ogni volta il discorso salute si chiudeva il prima possibile e poi non se ne parlava più. C'erano tante cose di cui parlare. Si ricordavano i professori e i compagni dai Salesiani, gli anni della guerra, gli anni degli studi a Firenze con l'abbonamento al treno. Mi raccontava di Berkeley, dei suoi corsi, dei suoi colleghi e dei suoi studenti.. Io, in pensione da pochi anni, gli raccontavo la mia vita passata ad Arcetri. L'astronomia lo interessava molto: un po' perchè era aperto a tutte le forme di conoscenza e provava emozione per l'immensità del cosmo, ma ancor più per la sua dimestichezza con le antiche civiltà mediorientali e con le tavolette d'argilla ritrovate in grande quantità dagli archeologi (tavolette che corrispondono alla biblioteca di un osservatorio, con le posizioni dei pianeti, le eclissi e così via). Sfogliavo con lui le riviste di divulgazione: oltre alle informazioni sul "cielo del mese" ci si fermava su argomenti interessanti e poco conosciuti (per esempio gli asteroidi "Troiani" inseguiti dai "Greci" lungo l'orbita di Giove). Lui amava verificare tutto sull'enciclopedia. Particolarmente  gradito un articolo su Giorgio Abetti e la Torre Solare di Arcetri, apparso nel settembre 2004. Abetti si era formato all'osservatorio di Monte Wilson sotto la guida del grande astronomo George Ellery Hale e, proprio come Ruggero, aveva serbato un ricordo dolcissimo della California ("Io ho sempre il grande desiderio di tornare ancora in California" scrive in una lettera a Hale; "Arrivederci, bella California!" intitola un articolo su una rivista californiana).

   Ruggero ha continuato a incontrare gli amici il sabato sera, nei salotti in cui si è continuata la tradizione del Cesarini. Ha voluto tenersi attivo e sfruttare nei limiti del possibile il tempo libero da impegni coi medici. Ha completato e pubblicato il suo ultimo volume di poesie; ha fatto conferenze a Borgo per gli "Amici della Biblioteca": sul dialetto mugellano, su Dante, sul poeta settecentesco Casti. Era piacevolissimo da ascoltare: il commento più comune che si sentiva uscendo era "Si impara e ci si diverte". Fece anche una lezione ai ragazzi del liceo sulla scrittura cuneiforme.

   Amava le occasioni culturali e i riti accademici, perchè la vita universitaria era stata la sua vita. Mi ha fatto vedere le foto di occasioni solenni: aveva una toga molto bella, andata perduta insieme alle sue cose più care nell'incendio delle colline di Oakland del 1991. Amava i tributi resi a persone di valore scomparse. Partecipò alla giornata dedicata alla memoria di Mauro Bettarini, già preside del liceo; si congratulò con me che ne ero stato promotore e si rammaricò che non si fosse fatto nulla dopo la morte di Roberto Paoli. Allo stesso modo partecipò a Villa Pecori alla giornata in ricordo di Don Giuseppe Tagliaferri, nostro concittadino e Professore di Cosmologia all'Osservatorio di Arcetri .

   A questo proposito voglio sottolineare che, pochi giorni dopo la morte di Ruggero, nel notiziario di Berkeley su internet apparve un resoconto dettagliato della sua attività, e lui veniva definito "il cuore pulsante del dipartimento di Italiano per quarant'anni". Da un sondaggio fatto anni prima fra 2000 studenti, il suo corso su Dante risultava altamente raccomandato e quelli che intendevano specializzarsi in Italiano venivano sollecitati con queste parole: "Tu non puoi uscire da Berkeley senza che Stefanini ti abbia insegnato la Divina Commedia. Le sue lezioni sono così animate ed eccitanti; è più come andare a teatro che a un corso di studi". Daltronde   gli effetti di questo apprezzamento si sono constatati anche qua. Durante la malattia tanti colleghi e amici sono venuti a trovarlo a Borgo, dalla Preside del dipartimento di Italiano a un allievo russo che aveva la tesi con lui. In autunno c’è stato a Berkeley un incontro dedicato alla commemorazione di Ruggero: vi hanno partecipato la sorella Antonietta e il cognato Carlo, che hanno raccontato di un’accoglienza piena di stima e di affetto.

  Negli ultimi mesi i miei incontri con Ruggero avvennero a casa mia perché voleva vedere le opere che avevo su DVD. Alle  cinque si faceva un intervallo e Rosanna preparava il tè coi biscottini. Lui ci raccontava che aveva sempre seguito la stagione operistica al teatro di S. Francisco. C'era anche un'occasione mondana: un grosso imprenditore di origine italiana, ovviamente un appassionato, invitava gli artisti e il fior fiore della comunità italiana a un party nella sua villa a picco sull'oceano. Quelli del dipartimento di Italiano erano fra i primi invitati.

   Un giorno nell'intervallo dissi: "Vedi Ruggero, anche qui si vede l'opera come a teatro, e poi si fa il nostro piccolo party...". Sorrise, dette un'occhiata dalla terrazza sulle Cale e di botto rispose: "Sì, basta che le Cale tu le chiami Pacifico, poi va tutto bene!". Da Ruggero non poteva venire che una risposta così. Era troppo signore e gentiluomo per osservare la pochezza del mio salotto rispetto al teatro di S.Francisco, o il tè della Rosanna in confronto al party dell'imprenditore. Ma sul fatto che le Cale fossero irrimediabilmente tutt'altra cosa che il Pacifico, su questo non poteva sorvolare. E nelle ultime volontà ha chiesto che le sue ceneri tornassero là.

   Nel nostro ultimo incontro abbiamo visto i primi due atti della Traviata: la fine l'avremmo vista la volta successiva. Uscendo era un po' triste, nonostante la bella musica. Capii che pensava alla fine di Violetta, forse anche alla sua. Così, per rompere quel giro di pensieri, dissi: "L'altra volta si era più allegri. 'La Traviata' è una storia di amore e di morte,  mentre 'Così fan tutte' è soltanto una storia di amore e di corna!". Sorrise e disse che avevo  ragione.

   La Traviata non l'abbiamo finita, da quel momento non ho più visto Ruggero. Due giorni dopo riuscì a presentare a Firenze il suo ultimo libro di poesie, ma la mattina successiva stava male. Fu ricoverato a Careggi per qualche giorno, e poi rimandato a casa a morire. Fu assistito amorevolmente dalle sorelle e seguito assiduamente da medici e infermieri. Gli telefonai: brevemente, solo per salutarlo, perchè si stancava subito. Disse che la sua camera era diventata una dependence dell'ospedale, era un via vai d'infermiere e una sala di consulto dei medici: ma tutte brave e care persone. Preferiva che non andassi a trovarlo, un po' perchè si stancava ma soprattutto per pudore: era meglio che non vedessi come lo stava riducendo la malattia. Qualche giorno dopo in un'ultima telefonata ricordo solo di avergli detto: "Ti ci vuole tanto coraggio...Ti abbraccio!".

   E' orribile che lo strapotere del male possa distruggere un uomo in così breve tempo. Ma fortunatamente - o, meglio, provvidenzialmente - contro le cose belle che ha fatto nella vita e contro i dolci ricordi rimasti nel cuore di chi gli ha voluto bene il male non ha potere.

Raffaele Barletti

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, maggio 2006

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