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| LETTERATURA MUGELLANA: LUIGI FIACCHI, DETTO
IL CLASIO
Il
favolista di Scarperia
Poesia lieve è quella che si riscontra nella produzione
favolistica di Luigi Fiacchi detto il Clasio (1754-1825). Anche per il poeta Fiacchi, nativo di
Scarperia, sarebbe piuttosto difficile, così come lo era per il Pananti, riscontrare, al
di la della nascita, dirette ascendenze mugellane, a meno che non si voglia ascrivere come
carattere della vallata quello spirito arguto e pungente, tipico piuttosto della cultura
fiorentina, o piuttosto quell'ingenuità e bucolicità che forma i versi del Clasio. La
sua è infatti una levità che talvolta sfiora l'Arcadia, anche se la classicità del
verso, l'attenzione per il bell'idioma sono rinsanguate dalla quotidianità delle vicende
trattate, seppur assai trasfigurata dovendo assurgere ad insegnamento morale universale.
D'altra parte il Mugello non compare mai in forma diretta nei versi
clasiani se non con qualche più generico riferimento al "gelido Appennino", e
sembrerebbe anche piuttosto scontato e forzato il voler trarre un parallelo tra contenuto
delle sue favole e mondo campestre che dette al poeta i natali, solo perché le strofe
favolistiche del Clasio sono popolate, e potrebbe essere altrimenti in un favolista?, da
ogni sorta di animali, che danno forma a dichiarati intenti pedagogici. Ammaestrare
divertendo era l'intento del Clasio sacerdote, dove morale e vita cristiana, realismo e
saggezza popolare si fondevano, esplicandosi nelle classiche chiuse che fornivano la
morale della vicenda tratteggiata.
Dire all'amico un suo futuro danno
Ch'e per recargli affanno,
Ben fatto egli è, se scampo alcun si trova:
Ma se scampo non v'è, dirlo che giova?
è il saggio interrogativo che chiude la
storiella del cavallo che annuncia al bue la sua prossima destinazione, ovvero il
macellaio.
Quella del Clasio è una morale piana e
pratica, che insegna a contentarsi di poco, ad accettare il proprio ruolo.
Non ci lagnam dei mali,
Perché son'usi amareggiar sovente
I nostri di' mortali;
Poiché se finalmente
Ritorna il ben, maggior piacer si sente.
(L'Orso e la Volpe)
Per far cotanto strepito
Quel Corvo ebbe la morte:
Tu, chetamente, goditi
Quel che ti da' la sorte!
Una morale la cui radice religiosa non viene spesso
mostrata, ma è comunque evidente e talvolta apertamente esibita.
Il
Pastore e il Girasole
Le sue parole
A un Girasole
Rivolse un giorno un Pastorel così:
- Dirmi ti piaccia
Perché la faccia
Tu sempre giri al portator del di'?
A quel Pastore
Rispose il Fiore:
- S'io guardo il Sole, il mio dover tal è:
Che per lui solo
In questo suolo
Io nacqui, e s'io pur cresco, è sua mercè.
Egli le spoglie
Di verdi foglie,
Ei pur del fiore il bel color mi da'.
Insomma ad esso
Dover confesso
La vita, il nutrimento e la belta'.
Or tu se vuoi,
Apprender puoi
Il tuo dovere,
o Pastorel, da me:
Tu pur sovente
Alza la mente
A chi la vita ed ogni ben ti diè!
Un'ultima citazione darà ulteriore prova delle
tipiche movenze favolistiche del Clasio.
La
cera e il Mattone
Disse al Mattone la Cera un di':
- Dimmi chi duro ti fe' così?
Se anch'io potessi farmi sì dura,
Per me sarebbe dolce ventura.
Compar Mattone così rispose:
- Nella fornace l'uomo mi pose,
E quivi il fuoco per otto di'
Mi cosse, e duro mi fe' così.
La folle Cera, sentendo questo,
In un gran fuoco saltò ben presto...
Ma ohimè! diversa sorte l'accolse;
In fumo e fiamma tutta si sciolse,
E l'infelice tosto finì
La vita, e dura si fe' così.
Qualunque cosa, che altri si faccia,
Benché util traggane, sulla sua traccia
Tu non dei correre così veloce:
Quel che a lui giova, forse a te nuoce.
Nell'epoca in cui visse, il Clasio non fu il solo a scrivere
favole: apologhi e novellette con la morale erano prodotti comune nella seconda metà del
'700. E al Clasio spesso si affianca il favolista Lorenzo Pignotti, anch'egli toscano, di
Figline Valdarno, e frequentemente si sono confrontate le opere dei due autori. Così se
al Pignotti generalmente si riconoscono maggiori doti satiriche e più incisiva valenza
sociale alle sue favolette, il poeta scarperiese è considerato superiore per pregio di
lingua, per eleganza e fluidità di stile, che i critici definiscono, forse con troppa
generosità, "quasi metastasiano". Sicuramente nelle 100 favole del Clasio, meno
nei suoi Poemetti e sonetti, che risentono maggiormente del peso manierato dell'arcadia,
vi è facilità di ritmo, unita a una buona inventiva di episodi originali e a un
sentimento della natura piuttosto vivace e aggraziato. E per dirla col Bargellini,
"con questo pretino lindo e aggraziato... più tenue ma più spontaneo, più dolce e
raccolto (del Pignotti) la parola italiana non arriva a grandi altezze, ma si forma un
mondo suo, familiare e bonario, un orticello casalingo dove il favolista vive pienamente
la sua modesta vita".
Paolo Guidotti |
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© il filo, Idee e notizie dal
Mugello, gennaio 1997 |
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