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Il restauro della facciata Vigesimo, facciata nuova
Il complesso nasce dunque come convento e la Chiesa adiacente è di tipico impianto romanico con l'abside rivolta ad est e la facciata ad ovest. Sia la facciata che l'interno della Chiesa hanno subìto molti maneggiamenti prima di giungere fino a noi tanto che di romanico è rimasto quasi esclusivamente l'orientamento. L'ultimo di questi interventi è dell'epoca tardo barocca e più precisamente del periodo compreso fra il 1740 e il 1748.
Il Barocco non ha avuto molta fortuna in terra fiorentina: la tendenza all'immobilismo e la memoria dei periodo di splendore rinascimentale creano i presupposti per una autentica resistenza a questo nuovo stile. Da qui la grande importanza della facciata della Chiesa di S. Maria a Vigesimo, unica testimonianza vera nel suo genere nella valle dei Mugello. Mi piace immaginare quale doveva essere l'aspetto della valle dello Stura alla metà del Settecento: la strada che collega Firenze a Bologna adesso passa a fondo valle per poi affrontare la Futa, il paese di Barberino cresce proprio lungo questa nuova via di comunicazione e anche l'aspetto della natura cambia notevolmente grazie all'opera dell'uomo che cerca sempre più di conquistarsi spazi da coltivare. A quei tempi priore alla Badia a Vigesimo è l'Abate Veneziani, che con molto impegno cerca di restaurare e ampliare tutto il complesso architettonico del convento ma soprattutto concentra i suoi sforzi per la riconfigurazione della facciata della Chiesa. Non sappiamo chi sia stato l'Architetto incaricato di disegnare il nuovo aspetto della facciata della Chiesa ma è possibile immaginare che giungendo per la prima volta alla Badia di S. Maria a Vigesimo sia rimasto colpito, come tuttora accade, dalla meravigliosa espressione della natura che la circonda e dai colori che essa trasmette: boschi, campi di grano, terre lavorate e fiori che hanno avuto grande influenza sull'aspetto finale della facciata e sulle scelte cromatiche. L'opera è interamente realizzata con intonaco di calce; la muratura sottostante in mattoni e pietre che lo sostiene è già modellata con tutte le curve e le volute visibili a lavoro finito, a dimostrazione che chi l'ha realizzata aveva in partenza le idee molto chiare. La sabbia per l'intonaco è stata presumibilmente presa dallo Stura o dalla Sieve; la calce invece fatta sul posto cuocendo le pietre e idratandole successivamente; la colorazione, ispirata al marrone della terra lavorata e al giallo dei campi di grano, è ottenuta con polveri di terre locali. Un maldestro restauro compiuto alla metà del 1800 ha coperto, con un anonimo grigio, gli splendidi colori originali e trasmesso a noi l'idea che la facciata fosse sempre stata così. Per fortuna l'intonaco ha conservato gelosamente la sua colorazione originaria permettendo di leggere ancora, sotto lo strato superficiale, le autentiche tonalità cromatiche. Chi ha potuto vedere da vicino la facciata prima del restauro si è sicuramente reso conto dell'avanzato stato di deterioramento in cui si trovava. Ancora più impressione ha fatto la comparazione delle fotografie scattate in questo ultimo secolo: se fino al 1975 la conservazione era apparentemente buona, negli ultimi venti anni il fenomeno di degrado ha subito una accelerazione esponenziale dove piogge acide e inquinamento in generale non hanno avuto sicuramente un peso secondario. La filosofia del restauro, realizzato grazie al fattivo e concreto contributo della filiale di Barberino della Cassa di Risparmio di Firenze e all'aiuto dei parrocchiani barberinesi, è stata quella di recuperare, per quanto possibile, i materiali e le antiche tecniche di lavorazione. Di grande sostegno pratico è stata la Soprintendenza per i Beni Architettonici di Firenze soprattutto per quanto riguarda la composizione dei materiali e le colorazioni.
Tutto l'intonaco è stato steso manualmente o con l'aiuto di modine in legno realizzate sul posto; anche tutte le imperfezioni riscontrate sono state rispettate come ad esempio il notevole disassamento della cuspide rispetto all'ideale asse di simmetria che taglia in due la facciata. E' rimasto da restaurare il pronao e le due statue, realizzate intorno al 1744 dal maestro Arrighi, rappresentanti l'allegoria della Misericordia e della Giustizia. Queste statue sono molto particolari perchè realizzate sempre in intonaco e sono sotto tutti i punti di vista parte integrante della facciata: il loro restauro è possibile solo sul posto e richiede molta attenzione e manodopera specializzata. Grazie al contributo di persone ed enti sensibili è stato dunque possibile ridare vera luce ad un elemento architettonico di grande importanza per la zona come la facciata della Chiesa di S. Maria a Vigesimo capace così di continuare a proporsi come testimone di uno stretto legame fra uomo e natura importante trecento anni fa come oggi. |
| © il filo, Idee e notizie dal Mugello, ottobre 1996 |


La
composizione dei nuovo intonaco è sostanzialmente simile a quello
antico, con sabbia vagliata, per avere la stessa granulometria
riscontrata in quella esistente, e con legante di calce di grassello;
la colorazione è quella originale, realizzata con la tecnica
dei mezzo affresco, e i pigmenti sono naturali a base di terre,
con grassello e caseina (prodotto dal latte) in qualità di collante.