Nell'anno delle celebrazioni laurenziane, che hanno
interessato anche il Mugello, non poteva essere dimenticato un episodio che, anche so non
strettamente legato alla figura del Magnifico, ben dimostra l'intenso legame esistente tra
la famiglia medicea ed il Mugello: si tratta della importante e famosa produzione della
bottega delle maioliche di Cafaggiolo. Questo aspetto non è sfuggito al Lions Club
Mugello, che ha voluto organizzare, lo scorso 21 ottobre, una serata dedicata alle
ceramiche di Cafaggiolo, illustrate in maniera esauriente e chiara da Alessandro Alinari,
considerato uno dei massimi esperti e studiosi sull'argomento. La serata, seguita con
estrema attenzione da un folto pubblico, nel Palazzo dei Vicari a Scarperia, è stata
introdotta dal presidente dei Lions Club Mugello dott. Rovero Rogai e da Brunetto Lisi,
coordinatore della manifestazione, i quali hanno illustrato i significati e le ragioni
dell'iniziativa. Per contribuire ad una più ampia diffusione della comunicazione di
Alessandro Alinari, sarà forse utile ripercorrere, ben più superficialmente, le vicende
della maioliche di Cafaggiolo, custodite nei musei di tutto il mondo.
Probabilmente
intorno al 1495 Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici, ritiratosi a
vivere nella quiete della villa di Cafaggiolo, che aveva ricevuto
in proprietà dal cugino Lorenzo il Magnifico, è seguito da due vasai
di Montelupo che avevano lavorato per lui a Firenze, ai quali concede
in affitto alcuni ambienti ed una preesistento fornace, annessi all'edificio
della villa. Si tratta dei fratelli Piero e Stefano di Filippo Schiavon
(cioè proveniente dalla Schiavonia, più o meno l'attuale Croazia).
Negli ultimissimi anni del XV secolo i due fratelli di Montelupo si
stabiliscono in alcuni locali annessi alla villa medicea di Cafaggiolo,
forse il luogo delle attuali scuderie, dando così inizio alla produzione
delle maioliche di Cafaggiolo che raggiunse il proprio culmine nella
prima metà dei Cinquecento.
I pezzi certamente provenienti dalla bottega di Cafaggiolo
sono contrassegnati dal monogramma composto dalle lettere S e P intrecciate (probabile
riferimento alle iniziali dei nomi dei due vasai fondatori della fabbrica Stefano e Piero,
anche se alcuni vi hanno voluto leggere una contrazione della parola latina SEMPER, motto
della famiglia medicea, volendo con ciò accentuare i legami con la illustre fami glia).
All'inizio la produzione di albarelli, vasi, boccali, piatti, coppe, ecc. è
caratterizzata dalla decorazione cosiddetta "porcellana antica toscana",
costituita da motivi floreali azzurri (caratteristico è il tipo dei fiore a mezzaluna
dentata) su fondo bianco, unita spesso alla raffigurazione di stemmi nobiliari;
particolare importanza possono rivestire le armi matrimoniali (composte dall'unione fra
quelle delle due famiglie unitosi in matrimonio), che consentono talvolta una preziosa e
precisa datazione dell'oggetto su cui sono raffigurate. Si trattava di una produzione di
notevole qualità ma ripetitiva nelle tipologie decorative, derivate da quelle in uso a
Montelupo, ove certamente i due fratelli le avevano apprese, circostanza che avrebbe
rischiato di appiattire la maiolica mugellana in una produzione di comune diffusione.
Ma un decisivo ed eccezionale salto di qualità si verifica
quando inizia a lavorare all'interno della bottega (che sarà sempre condotta dagli eredi
di Piero e Stefano) il figlio di Stefano (questultimo muore nel 1532 circa, mentre
Piero scompare nel 1507),
Jacopo, che
firma pezzi di livello veramente alto. Alcuni suoi piatti figurati, come quello
raffigurante il pittore maiolicaro
(probabilmente un auto- ritratto), quello con Giuditta e
Betulia, o quello con Diana che osserva il
sonno di Endimione (vedi foto), mostrano in tutta evidenza le notevolissimo qualità
del loro realizzatore, tanto vicino ai modi del Botticelli da far sospettare che la sua
formazione sia avvenuta proprio all'interno della bottega del grande pitttore fiorentino.
Ma le raffinate ed eleganti linee botticelliane sono magnificamente unite a riferimenti
precisi ad artisti come Filippino Lippi e Donatello. Un altro splendido esempio delle
possibilità di Jacopo è costituito dal grande boccale col
ritratto di papa Leone X, realizzato a Cafaggiolo nell'autunno del 1515, quando il
primo pontefice appartenente alla famiglia Medici sostò alcuni giorni nella villa
mugellana. Lo straordinario e potente profilo di Leone, un vero e proprio ritratto, sembra
quasi richiamare l'energia dei Pollaiolo. Inoltre, una ulteriore caratteristica tipologica
dell'arte di Jacopo è costituita dall'utilizzo della decorazione a grottesche, che egli
realizza con freschezza, fantasia e vivacità.
Quindi,
le sue straordinarie qualità stilistiche e pittoriche nonché la sua
tendenza a considerare la superficie del pezzo da decorare come un
campo totalmente libero e disponibile per la narrazione di storie,
fanno sospettare una sua opera di pittore di dipinti o affreschi,
tanto che non riuscirebbe sorprendente se un giorno si riuscisse a
ricostruire e riconoscere anche una sua attività in tal senso, attività
che certamente deve aver praticato e conosciuto nel caso di una sua
presenza all'interno della bottega del Botticelli. In seguito, sempre
per rimanere aggiornati e commercialmente competitivi, i vasai di
Cafaggiolo si avvalsero della collaborazione di decoratori provenienti
da importanti e famosi centri di produzione di ceramiche come Faenza,
Deruta ed Urbino. Dall'opera di costoro scaturiscono lavori di assoluto
prestigio e di grande fascino cromatico, ispirate spesso allo stile
ed alle opere dei maggiori artisti dei Cinquecento italiano, che venivano
conosciute attraverso la loro riproduzione e diffusione attraverso
le incisioni che ne venivano tratte.
I vasai di Cafaggiolo ebbero però
una fornace anche nella vicina località di Galliano, che aveva sede presso la villa Il
Monte (tuttora esistente), la quale è raffigurata sopra un bel piatto custodito al museo
dei Bargello. Nel corso della seconda metà del XVI secolo (Jacopo rimane attivo almeno
fino al 1576) la qualità della produzione di Cafaggiolo sembra declinare progressivamente
verso prodotti di uso comune, fino a scomparire già nei primi anni dei Seicento per causa
sconosciute, ma che forse possono essere identificate nella mancanza di personalità
artistiche in grado di rinnovare le tipologie e di mantenere il livello qualitativo della
produzione. La manifattura, dunque, scompare dopo aver vissuto per poco più di un secolo,
lasciando, però, una splendida eredità alla storia dell'arte ed alle genti del Mugello.
Marco Pinelli