MUGELLO – Prima domandiamoci: quali tecnologie si saranno rivelate cruciali quando questa epidemia sarà finita? Ai primi due posti io metterei quella farmaceutica, perché solo con un vaccino potremo uscirne definitivamente, e quella informatica, perché è grazie a questa se molte attività possono essere portate avanti durante l’isolamento (telelavoro, didattica a distanza, commercio online).
Poi domandiamoci: chi ci fornisce queste tecnologie?
Per rispondere a questa seconda domanda mi guardo intorno e vedo che in famiglia usiamo computer e smartphone statunitensi, coreani e cinesi, lavoriamo a distanza con Zoom e Meet che sono statunitensi, per non parlare di WhatsApp, Google, Skype e via dicendo.
Ah, non esattamente: i miei figli usano per la didattica anche una piattaforma nostrana. Chissà perché ogni volta che ci metto le mani non riesco a togliermi di testa l’impressione che sia stata adottata più per motivi politici che per un vero criterio di efficienza.
Poi consulto “Landscape of COVID-19 candidate vaccines” (fonte OMS) e scopro che attualmente nel mondo sono allo studio una novantina di vaccini, da parte di enti pubblici o privati. Di questi vaccini almeno cinque sono nella fase di sperimentazione clinica. Se scorro la lista trovo: Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Giappone, Germania, Francia, Canada, Corea, Spagna, …
Non trovo l’Italia.
Nei due settori (quello genetico-farmaceutico e quello informatico-elettronico) la cui importanza vitale si è manifestata in tutta la sua chiarezza in questi giorni, l’Italia sta guardare, utilizza i prodotti di altri e li pagherà come altri vorranno.
L’atteggiamento dell’Italia di fronte alla scienza è ben riassunta dall’infelice battuta di un nostro precedente Presidente del Consiglio, “Perché dovremmo pagare gli scienziati se fabbrichiamo le più belle scarpe del mondo?”
Purtroppo non è solo il male di una battuta: la nostra arretratezza in settori tecnologici strategici è stata davvero in qualche modo decisa a tavolino. Si pensi che, a cavallo fra gli anni ’50 e ’60, eravamo all’avanguardia. L’Olivetti produsse il primo personal computer al mondo e competeva alla pari con le industrie statunitensi del settore. L’Istituto Superiore di Sanità di Domenico Marotta aveva fatto decollare la ricerca farmaceutica e la famosa “fuga dei cervelli” a quei tempi era, pensate un po’, dall’estero verso l’Istituto.
Come la politica e un certo mondo imprenditoriale affossarono impietosamente (e stupidamente) queste e altre brillanti realtà italiane è stato ben descritto in due testi la cui lettura consiglio a tutti: Il miracolo scippato. Quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta (di Marco Pivato, editore Donzelli) e Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia (di Lucio Russo ed Emanuela Santoni, editore Feltrinelli).
Naturalmente sarebbe un po’ semplicistico, e in larga misura ingiusto, parlare di “arretratezza scientifica” dell’Italia: la nostra cultura scientifica, benché poco diffusa, è di buon livello, talvolta ottimo. Solo che si tratta di una scienza che non trova in casa propria applicazioni tecnologiche di punta, perché per tali applicazioni occorrono un preciso progetto politico e investimenti enormi, investimenti che non vogliamo o non possiamo (più) fare. Come abbiamo visto, il nostro “progetto” politico è stato, purtroppo, di segno opposto.
Ci accontentiamo quindi di fare una discreta ricerca cosiddetta “di base”, consolandoci con la retorica della ricerca di base che non si può mai sapere a quali applicazioni potrà portare in futuro eccetera, eccetera. Il che può anche essere vero ma, a parte il fatto che queste eventuali applicazioni le sfrutteranno i Paesi tecnologicamente più organizzati, ma il punto è che piuttosto è vero il contrario: là dove c’è più richiesta di ricerca tecnologica si crea anche il terreno fertile per una buona ricerca di base.
L’invito che mi è stato gentilmente fatto a contribuire con queste riflessioni a Note per la rinascita dovrebbe condurre a una doppia indicazione: a livello nazionale e a livello locale.
A livello nazionale bisogna tornare a considerare strategiche e prioritarie l’istruzione e la ricerca, e di conseguenza occorre investire nella scuola e nell’università, finanziare adeguatamente la ricerca pubblica e incentivare quella privata. Certo, chiedendo in cambio efficienza e qualità (cosa che non sempre è stata fatta in passato), perché i soldi pubblici non si possono dare a vanvera.
A livello locale su questo grande tema forse si può incidere poco, almeno in maniera diretta. Quello che però è importante che facciano gli enti locali, le imprese e le scuole del territorio è promuovere la cultura scientifica e tecnologica, e stimolare (e aiutare) i nostri giovani a intraprendere l’avventura di una carriera nel mondo della scienza. E questo lo si può ottenere, fra le altre cose, organizzando incontri, conferenze ed eventi, mettendo a disposizione le strutture per convegni, finanziando borse di studio.
Concludo con una proposta precisa. Gli enti locali potrebbero istituire un premio, o una borsa di studio, per giovani studenti o ricercatori residenti nei nostri Comuni, con questa motivazione: il premio va a una ricerca scientifica o tecnologica che potrebbe rivelarsi utile se dovesse ripetersi un evento epidemico come quello del COVID-19. Ci sarebbe spazio per diverse discipline (biologia, ingegneria, informatica, matematica, statistica, ecc.) e ai nostri giovani arriverebbe un bel messaggio: la nostra Comunità crede nella formazione scientifica, e la ritiene uno degli aspetti fondamentali del nostro essere uomini liberi e in grado di costruire un mondo migliore.
Luigi Barletti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 2 aprile 2020




