MUGELLO – È appena iniziata la Fase 2 del Covid-19, ma l’emergenza è tutt’altro che alle spalle: il nuovo mostro è ancora in agguato e pronto a colpire al primo passo falso, ed il bilancio delle vittime ha appena superato, soltanto in Italia, le 30.000 unità. Una cifra che rappresenta le vite di tanti uomini (quasi due terzi dell’intero) e donne, con un’età media di 79 anni, terminate in brevissimo tempo, un tempo comunque sufficiente per rendersi conto di non poter dare l’ultimo saluto ai parenti, di non avere una loro mano da stringere… Al di là di ogni sentimentalismo, questa purtroppo è una realtà che non ci saremmo mai aspettati di dover affrontare, ma è la cruda realtà. Inaspettata perfino per quei grandi anziani che dicono di non aver mai vissuto niente del genere se non durante la guerra, pur nella diversità della situazione.
Inevitabilmente il capitolo ‘anziani’ porta ai recenti accadimenti in varie RSA, ampiamente documentati, nel bene e nel male, dalla stampa. Il sistema-Mugello, fatta eccezione per la struttura di Dicomano, sulla quale sono in corso indagini, sembra aver fatto fronte nelle RSA all’imperversare della malattia. Nessun decesso di soggetti residenti nelle altre nove strutture sanitarie assistenziali presenti in zona, e nessun caso di positività.
Calmatesi un po’ le acque, anche perché ci piace pensare che sia così, sentiamo la voce del Direttore di una di queste residenze mugellane, per capire il suo punto di vista di persona molto addentro al problema.
Direttore, nella sua struttura non si sono registrati casi positivi al Coronavirus, ma in altre – al nord ed anche in Toscana – la situazione ha avuto altri risvolti. Come mai secondo lei? Credo che sia un momento difficile, c’è molta caccia alle streghe, o meglio agli orchi, lo abbiamo visto e continuiamo a leggerlo nei servizi e negli articoli; ma vengono portati alla luce anche molti ‘primi della classe’, ed è triste che comunque non esca la realtà del contesto, e cioè un sistema da affinare e verso il quale vi sono ancora molti pregiudizi. Di fronte ad un’emergenza sanitaria senza precedenti come quella che abbiamo affrontato la Rsa, che è pensata per dare risposte socio-assistenziali, si è trovata sprovvista degli strumenti necessari anche solo per progettare una risposta organizzata. Innanzitutto devo precisare che la presenza di una figura sanitaria è lasciata alla singola organizzazione, in quanto il nostro ordinamento non prevede l’obbligo di un Direttore Sanitario. E appunto, laddove essa non vi sia, e pur con tutta la collaborazione da parte dei Medici di Famiglia, manca un coordinamento specifico che abbia le competenze necessarie per fare in modo di proteggere al massimo i degenti e coadiuvare gli operatori.
E lei come si è attivata per evitare che il virus entrasse nella sua RSA? Direi che all’inizio siamo stati colti tutti di sorpresa, istituzioni pubbliche comprese. La principale preoccupazione era che le scorte di DPI, in particolare le mascherine, che erano introvabili, non fossero adeguate ai fabbisogni. Abbiamo subito segnalato il problema alle istituzioni locali – SDS, Azienda Sanitaria, Comune – che si sono attivati ed hanno proceduto alle consegne. Comunque una delle prime misure messe in atto, anche se è costata un po’ perché molti sottovalutavano il problema, è stata la sospensione delle visite dei parenti: prima su appuntamento, poi blocco totale, e così anche per i volontari che quotidianamente gravitano in struttura. Inoltre, su nostra richiesta, la Protezione Civile ci ha gentilmente rifornito di brandine, da utilizzare per l’eventuale permanenza in RSA degli operatori nel caso di loro contatto con soggetti positivi, in famiglia o comunque al di fuori della struttura. Seguendo le direttive nazionali, regionali e dell’Azienda Sanitaria, che venivano aggiornate in base alle evidenze scientifiche, la nostra organizzazione ha approntato i protocolli necessari, che il personale ha seguito scrupolosamente, garantendo la presenza costante, rinunciando alle ferie programmate, gestendo con coscienza i singoli casi, mostrando una competenza superiore alle attese. Il gruppo di lavoro è stato il segreto della nostra riuscita. Infine, sempre rispetto alle misure prese, ne cito una su tutte: la predisposizione di ambienti separati per i soggetti privi di sintomi, per quelli da porre in quarantena (dimissioni da strutture ospedaliere, sintomatologie simi-influenzali…), e l’individuazione di un locale isolato in cui inserire eventuali ‘soggetti Covid’. Adesso, possiamo dire che il Mugello ne sta uscendo bene; abbiamo avuto l’appoggio della SDS, dell’Azienda Sanitaria e del Comune, all’interno di un rapporto collaudato da tempo ed in questo momento proceduralizzato, allo scopo di prevenire e intervenire al bisogno. Qui infatti è stata compresa fin da subito la necessità di “attenzionare” le RSA, inserendole in qualche modo nei percorsi sanitari. Ad esempio, il sistema dei tamponi per il controllo degli ospiti è stato messo a regime con sufficiente velocità, cosa che sappiamo non essere avvenuta in altri territori. Anche lo screening al personale è arrivato in tempi rapidi, se pensiamo che a metà maggio alcune strutture toscane non hanno ancora ricevuto le verifiche. Ci aiuta e ci rassicura molto anche l’organizzazione che la ASL si è data per dare omogeneità alla risposta sanitaria e garantire un livello di assistenza appropriato nelle RSA/RSD (Residenze Sanitarie per Disabili). A livello di zona è stato ultimamente costituito anche un Gruppo di Intervento Rapido Ospedaliero Territoriale (brevemente GIROT), il quale si interfaccia con i Medici di Medicina Generale e con le USCA, Unità Speciali di Continuità Assistenziale, il quale ha il compito di valutare i pazienti Covid positivi o sospetti tali che si trovano a domicilio o in strutture territoriali. In questo modo anche per i nuovi ingressi viene garantita la massima sicurezza. Comunque, nonostante il disorientamento iniziale, e come i miei colleghi ed il mio staff, ho avuto da subito la consapevolezza che si dovesse evitare ogni rischio, perché per dirla con una metafora noi non siamo un fiume, che raccoglie e poi porta via tutto, siamo un lago, dove tutto quello che entra ristagna, e qualora si verificasse qualche caso le conseguenze sarebbero disastrose. Dopo che ospiti e operatori hanno fatto gli screening, con esito positivo, siamo decisamente più tranquilli, ma anche in questa nuova fase occorre stare comunque in allerta, senza dimenticarsi di quello che è stato messo in atto fino a qui.
Direttore, all’inizio di questa chiacchierata mi parlava di un sistema che non funziona, di pregiudizi. Può essere più esplicito sull’argomento? Sì, il tema è complesso, ma c’è da dire innanzitutto che quello delle RSA è un sistema in continua evoluzione; a fronte di un aumento considerevole della richiesta (quasi raddoppiata negli ultimi anni), c’è infatti da ragionare su un reale sviluppo del contesto in varie direzioni, come quella di una maggiore necessità di assistenza. La Regione Toscana ha introdotto nella normativa in materia, da qualche anno, il criterio della libera scelta, e vi è un sistema organizzato di controlli, strettamente legato all’accreditamento, tema quest’ultimo molto rilevante e in itinere. Insieme ad una evoluzione normativa sarebbe anche necessario un cambiamento culturale; c’è molta più attenzione e rispetto, ad esempio, verso un Hospice piuttosto che verso una RSA, in quanto il primo viene identificato come luogo riconosciuto nel quale la persona viene accompagnata in un percorso di fine vita, mentre la RSA è ancora oggi accostata ad una specie di “badantato organizzato”. Anche l’attuale dimensione sociale – ed in questo il Mugello è un’isola felice – va sempre più verso l’individualismo ed una perdita di senso nei riguardi dell’ultima fase dell’esistenza. Si dà attenzione ai beni materiali, e ci si allontana sempre più da una dimensione etico-spirituale. Per cambiare le cose ci vorrebbe un Basaglia bis, una rivoluzione come quella che è stata dal ’78 in poi per i malati psichiatrici, nel senso di ridisegnare le strutture, dando loro un senso diverso, e questo favorirebbe anche un maggiore rispetto sociale.
Nel chiudere questa intervista, le ultime frasi del Direttore mi richiamano alla mente i tanti reportage sulle cattive condizioni in cui vengono tenuti gli anziani ospiti di alcune RSA, e di come sia doveroso denunciarle, ma come sia altrettanto importante non incorrere nell’errore della generalizzazione, perché non è tutto così, anzi. Grazie Direttore, nella prossima parte ci occuperemo del punto di vista dei suoi ospiti.
Elisabetta Boni
©️ Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 15 maggio 2020




