Venerdì 24 aprile, il presidente di Renovo spa Stefano Arvati, ci ha concesso un’intervista molto approfondita, che esplora le questioni del Biodistretto di Petrona dal punto di vista dell’imprenditore.
Noi della redazione de “Il Filo del Mugello” abbiamo raccolto un set di domande, che potremmo suddividere in due gruppi: il primo relativo ad alcuni dubbi suggeriti dalla gente, il secondo per dare modo di farci raccontare i fatti secondo Renovo.
Si coglie l’occasione per ringraziare Marco Talluri, direttore di TeleIride, per l’ospitalità.
La Simulazione di IBioNEt (Università degli Studi di Firenze). Nel vostro comunicato la enumerate come punto di forza, eppure sulla stessa piattaforma è stata fatta una simulazione aggiornata per la disponibilità di biomassa entro la filiera corta che dà risultati opposti, proibitivi, rispetto ai vostri. Come è possibile?
La simulazione che qualcuno ha fatto è un’emerita sciocchezza. Ho qui la lettera di IBioNet, che è il portale che va a determinare la sostenibilità economica delle varie centrali di cogenerazione. Indica come suggerimento di ridurre a 35 km il raggio per i cogenerativi. Non si riferisce ad impianti di pellet. Non è tema di disponibilità di biomasse, ma di valutazione dei costi di trasporto. E riguarda solo l’impianto cogenerativo. Chi ha fatto quella simulazione che contesta la nostra ha messo tutto anche l’approvvigionamento del pellet, il quale ha un altro criterio, un valore aggiunto diverso, che lo rende sostenibile nei costi di trasporto. IBioNet parla sempre di sostenibilità economica per il reperimento di biomasse per gli impianti cogenerativi, i calcoli che ci vengono contestati si rifanno ai due impianti, quindi anche a quello per la produzione di pellet. Se calcoliamo solo l’impianto cogenerativo, senza mettere anche la produzione di pellet che non rientra giustamente in questo, è ampiamente sostenibile.
IBioNet è una piattaforma che esegue simulazioni. E, come in tutte le simulazioni, ci sono approssimazioni generali più o meno rilevanti. Avete un piano di approvvigionamento specifico su Petrona che indica in maniera inequivocabile i lotti da cui proviene il legname e le quantità?
Certo. Allora, quello che vogliamo fare nel Mugello è esattamente il contrario di quanto viene insinuato nei discorsi che stiamo sentendo. Perché oggi chi usa il pellet deve sapere che arriva per la maggior parte dell’Ucraina, dai paesi dell’Est e ultimamente dagli Stati Uniti. Non c’è tracciatura. Oggi le famiglie del Mugello usano pellet non certificato, nella stragrande maggioranza.
Noi vogliamo fare invece pellet certificato come tracciatura. Quindi che deve partire da questi boschi. E questo è un valore aggiunto per il nostro prodotto. Il legno verrà dai comuni del Mugello. Probabilmente si sconfinerà in Casentino e anche verso l’Emilia. Ribadisco per il pellet, non per l’impianto cogenerativo. E questo è normale: quando si parla di raggio, si parla di cerchio. IBioNet si ferma e si riferisce solo nella Toscana, ma il raggio dei 70 Km cade nella confinante Emilia Romagna, che è tutto zona boscata. Ma non c’è solo IBioNet come documentazione. Ci sono delle ricerche fatte dalla Regione Toscana, che poi sono state riprese nel protocollo d’intesa firmato il 14 dicembre 2012, che parla di 700mila tonnellate di sostanza secca in tutta la regione.
Ovviamente per Petrona abbiamo un piano di approvvigionamento specifico: secondo voi chi finanzia un impianto di questo tipo se il suo piano di approvvigionamento non è chiaro? E’ chiaro che c’è ed è chiaro che ci siamo mossi da alcuni mesi, perché altrimenti nessuna banca ci finanzierebbe.
Queste domande nascono dal fatto che qualcuno segnali la notizia che alcuni Comuni, in particolare Molfetta e Pontremoli, vi abbiano negato l’autorizzazione proprio a causa di questioni legate all’approvvigionamento. Le stesse fonti sostengono che, contro questi Comuni, Renovo spa abbia ricorso al TAR. Ci potete dire come sono andati questi procedimenti?
Questa notizia non è assolutamente vera. Le vicende di Pontremoli e Molfetta sono diverse. Il comune di Pontremoli ci ha revocato l’assegnazione per aver avuto un giorno di ritardo nel pagamento dell’acconto del prezzo. E’ così. Lì c’è una chiara volontà del Comune che prima ci fa versare e poi, vedendo un’opposizione all’impianto, ha usato questo escamotage, che a mio avviso è illecito, per revocarci l’area. Per questo abbiamo fatto ricorso al TAR, perché ci sentiamo danneggiati. L’impianto era già stato autorizzato. La questioni dell’approvvigionamento e delle emissioni avevano superato una valutazione positiva. Il discorso è nato dopo e in più, aggiungo, si sono trattenuti anche i denari.
Invece a Molfetta non ci hanno rilasciato l’autorizzazione, anche se c’era la posizione dell’Arpat e dell’Asl positiva, per una presunta insufficienza di informazioni sull’approvvigionamento. Noi abbiamo ricorso perché il piano di approvvigionamento era stato presentato. Loro non ne hanno tenuto conto.
C’è chi parla di circa 50 progetti di impianti a biomasse che Renovo spa avrebbe previsto in tutta Italia, nessuno, almeno fino al 2013, ad eccezione dell’impianto di Iglesias, effettivamente realizzato e funzionante. E’ vero? Volete fare una smentita?
Assolutamente falso. Il progetto dei 50 progetti è vero, era nato nel 2010, quando pensavamo che l’Italia fosse un paese normale. Ma, in realtà, stiamo ultimando già l’impianto di Iglesias che è esattamente identico a quello di Petrona. Abbiamo già iniziato i lavori a Caltagirone in Sicilia. Poi altre due iniziative, una in Veneto e una in Lombardia. Come centrali cogenerative sono tutte uguali. Di fianco, alcune fanno il pellet, altre fanno altri prodotti.
Parlerei ora dei rapporti tra Renovo spa e Pianvallico spa, che esisterebbero, pare secondo alcuni documenti, dal 2013. Perché Renovo spa non ha partecipato al bando di evidenza pubblica, facendo andare deserta anche la proroga? Ha preferito andare a negoziazione diretta perché non era stata per tempo informata del bando?
Quando Renovo ha deciso di fare l’impianto in Mugello, questi bandi erano già chiusi. Ci è stata offerta questa opportunità di Petrona, dopo la chiusura dei bandi, e io -come normalmente avviene in qualsiasi altra parte del mondo- ho fatto negoziazione. Ho ottenuto un piccolo sconto. Voglio rilevare che lo sconto (circa il 13%) riguarda solo un lotto. Gli altri lotti, che rappresentano il 55% di tutto il terreno acquisito, sono stati acquistati a prezzo pieno.
L’ultimo dubbio che ho registrato è: ma la compravendita dei terreni è terminata? Quando vi fu autorizzato l’impianto, avevate già acquistato i lotti del PIP di Petrona?
Abbiamo fatto i contratti di acquisto, che prevedono una tempistica di acquisizione, di versamenti, di pagamenti. Le procedure autorizzative si sono allungate. Comunque i contratti di compravendita li abbiamo già tutti stipulati, versati gli acconti. In particolare, quando fu autorizzato l’impianto, avevamo già stipulato i contratti di compravendita. Sennò non ci avrebbero rilasciato l’autorizzazione.
Io ero fra i presenti della conferenza stampa del 10 febbraio ed insieme a tutti i presenti abbiamo visto un progetto completo di biodistretto. Come mai sono state richieste le autorizzazioni dei vari impianti costituenti una per volta? Non era meglio presentare tutto il progetto insieme? Non era meno rischioso per voi? Se ora per esempio un singolo impianto costituente vi venisse bocciato?
I progetti dei due impianti, quello di cogenerazione e quello del pellet, non sono stati presentati lo stesso giorno, ma a beve distanza l’uno dall’altro. A giugno scorso mi pare. Anche perché fu un requisito dell’ente autorizzatore: l’impianto cogenerativo è stato autorizzato perché useremo il termico per una rete di teleriscaldamento da costruire – che faremo – a favore sia delle imprese vicine sia del nostro impianto di pellet, che ha un suo iter.
E’ chiaro che, siccome progetti di questo tipo hanno dei costi enormi anche solo per l’autorizzazione, li presentiamo quando abbiamo una ragionevole certezza che ci venga autorizzato l’impianto cogenerativo. Questi impianti si intersecano. Uno è sinergico all’altro. E non può vivere uno senza l’altro. Questo è il concetto. Altrimenti io devo fare il pellet con il gas metano, ma mi sembra una scelta non imprenditorialmente valida, e neanche ambientalmente.
Andiamo dalla parte del suo punto vista. Perché secondo lei sarebbe importante realizzare questo impianto nel Mugello?
Al di là che è un tipo di impianto che comunque è fortemente voluto dall’Europa, dall’Italia e dalla Regione Toscana. Questo deve essere chiaro: noi non stiamo proponendo qualcosa contro la volontà pubblica o un impianto che non serve a niente. Esistono delle leggi, dei protocolli d’intesa. Ritorno a quello siglato il 14 dicembre 2012 da 14 enti tra cui Regione Toscana, CGIL, CISL, UIL, Confagricoltura, Coldiretti, CIA, Lega delle Cooperative e Confcooperative, che dicevo prima, in cui si parla di 70 megawatt da sviluppare in Toscana, in rapporto alla disponiblità di biomassa che c’è.
Renovo quindi che cosa fa? Cerca di collocarsi in un territorio e di capire le esigenze, i problemi e quindi le potenziali opportunità, per cercare di produrre energia, ma soprattutto prodotto. In questo caso il nostro prodotto qui è il pellet.
Abbiamo visto che in Italia si consumano 3milioni e 300mila tonnelate di pellet, di cui 3 milioni vengono dall’estero, quindi Ucraina, Russia. Crediamo, da azienda italiana, che produrre in Italia, far lavorare le persone, creare una filiera locale, sistemare al contempo i boschi -che qua sono in una situazione di completo abbandono- sia importante. Perché peraltro darebbe una svolta decisa a tutte le filiere di gestione del territorio nel settore legno che son state abbandonate nei decenni. Oggi i boschi sono inaccessibili, devi creare dei sentieri nuovi: servono investimenti per i quali un’impresa forestale piccola non ha la forza. Questo progetto va ad sviluppare tutte queste filiere, mettendo in rete tutte le imprese forestali che vorranno entrarci, per gestire e attivare tutte le realtà di approvvigionamento della zona, partendo dalla disponibilità dei terreni. Ci sono importanti tenute che sono abbandonate. Quello che noi faremo è concretizzare tutti gli accordi che abbiamo fatto in questi mesi, dove andremo ad acquisire la disponibilità dei terreni, dall’affitto, alla concessione, all’acquisto. Gestiremo l’approvvigionamento in relazione ad andare a recuperare la parte buona della pianta ai fini delle imprese di costruzione di case in legno. Abbiamo fatto un accordo con Federlegnoarredo, federazione imprese settore mobile e arredamento, per alimentare le imprese, in primis toscane, che operano in questo settore. Perché questo? Perché anche loro potranno dire che quello che realizzeranno sarà fatto con legno Made in Italy. E non un legno che non si sa da dove viene, ma con uno che è cresciuto qua in Italia, nel Mugello. Questo è il valore aggiunto. Tutti i loro associati acquisteranno in prelazione il legno che noi andremo a portare fuori dal bosco. Ovviamente legno che serve alle loro costruzioni, quindi la parte buona della pianta. La parte meno buona la destineremo al nostro impianto che produrrà pellet di alta qualità “A1plus tracciato”. Anche qui è un valore che diamo al nostro prodotto. E’ un discorso di marketing, ma anche di sostenibilità ambientale. Stiamo studiando con Legambiente un marchio che vada a certificare la tracciatura, per dire in maniera inequivocabile che questo prodotto proviene da questi boschi.
La terza parte della pianta, le ramaglie, le andremo ad utilizzare in loco. Andando ad attivare piccoli micro-cogeneratori sul territorio al servizio di micro-reti di teleriscaldamento. Ma micro, eh. Perché abbiamo visto che la rete di teleriscaldamento importante non sta in piedi. Quindi andiamo ad alimentare quelle due tre unità private o comunali che hanno bisogno di energia termica. Sono piccolissimi impianti. Noi così usiamo tutta la pianta, ed il bosco viene pulito. Dicono che si rade al suolo il Mugello: ci si dimentica che ci sono delle regole da rispettare, c’è una normativa regionale che è molto stringente.
Ma torniamo all’impianto industriale che produce pellet. L’energia che produco va ad abbassare i costi per la produzione del pellet. Ho un costo alto di approvvigionamento, visto che uso legno locale e non da chissà dove. Devo quindi abbassare i costi di energia. E questo è il modo ideale.
L’altro vantaggio forte è che, a livello regionale, il nostro pellet non deve più fare migliaia di chilometri con un autocarro che viene dalla Polania, dall’Ucraina, dalla Romania o dagli Stati Uniti. Ed eccoci a quello che mi piacerebbe che mi venisse chiesto dalla gente che risiede in questi comuni: vogliamo avere un’agevolazione. Ma è chiaro che gliela do.
Ha già pensato ai vantaggi economici che potrebbe offrire alla gente del territorio?
I vantaggi economici sono molteplici. In generale questo impianto fa muovere una settantina-ottantina di persone, tra chi andrà nel bosco a lavorare, chi si occuperà di logistica, chi di attività diretta dell’impianto, chi di manutenzione. Va a dare un vantaggio economico ai proprietari terrieri locali. E poi c’è anche la possibilità di un vantaggio che si può esplicare con un’agevolazione sul prezzo del pellet o su quello della caldaia. Perché l’idea è di far cambiare, in modo agevolato, alle famiglie la loro stufa a legna, che inquina moltissimo: fino a 30 volte rispetto ad una moderna stufa a pellet, sono dati pubblici. A livello generale questo produrrà anche a livello ambientale un grande beneficio.
Chi parla di combustione con disonestà intellettuale notevole confonde quella non assistita da quella assistita, che è un mondo completamente diverso. Quello che è stato descritto dai nostri detrattori è un impianto che non ha niente a che vedere con il nostro. Questo mi dispiace molto e che mi fa anche arrabbiare.
Quindi mi faccia capire. Lei sostiene addirittura che la creazione dell’impianto e quindi della filiera che ha descritto, con la sostituzione di tutte le vecchie caldaie e stufe con modelli più moderni a pellet che hanno filtri e controllo delle emissioni, addirittura sarà un miglioramento ambientale e di salute per il territorio?
Assolutamente sì. Ma non lo dico io. Basta vedere i dati pubblici per il consumo di gasolio e gpl della provincia di Firenze. Sono molto elevati. Parlo soprattutto per le aree montane che non sono metanizzate. Tutta questa gente per riscaldarsi che cosa fa? Usa stufa a legna o Gpl o gasolio.
Se si riuscisse a fare una politica di conversione di queste caldaie, strutturando dei sistemi finanziari agevolativi con le banche -con cui ho già parlato, ce ne sono diverse disponibili- si darebbe un doppio vantaggio: un risparmio enorme alla famiglia, passando dal Gpl al pellet, e per ogni stufa o camino sostituito, circa 30 volte in meno di emissioni.
Inoltre voglio sottolineare che le squadre che andranno a lavorare nei boschi saranno tutti a norma di legge, dovranno essere in regola, con tutte le garanzie in termini di sicurezza sul posto di lavoro. E saranno tutte persone che saranno prese in loco. Non porto uno dall’Alto Adige per farlo pernottare in albergo, non so se mi spiego. Questo contribuisce ad avere una certificazione. Averla, io credo, per una famiglia del Mugello, ma anche dell’Italia, può essere un dato importante. E ho creato occupazione e ho messo apposto il bosco. Io mi continuo a chiedere: che cosa ho fatto di male ideando questo progetto?
Poi si apre un altro tema. Se vado a pulire i boschi e a ritrovare i vecchi sentieri, non creo un parco e quindi recupero il territorio anche per un punto di vista turistico, rendendo fruibili sentieri ed itinerari? Non c’è quindi anche il turismo nella mia ottica di filiera? Questo è il nostro progetto. Che porteremo anche nella Lunigiana, nel Bellunese, nel Trevigiano.
Fabrizio Nazio
© Il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile 2015





