MUGELLO – Nei giorni scorsi sono stati presentati a Vicchio i risultati del Mugello Study (articolo qui), coordinato dal Professor Claudio Macchi, Direttore della Struttura organizzativa dipartimentale di riabilitazione generale Azienda ospedaliera universitaria Careggi- Istituto Fondazione Don Gnocchi Firenze, nato e residente nel comune di Vicchio di Mugello. Uno studio epidemiologico promosso e finanziato dall’Istituto Fondazione Don Carlo Gnocchi, in collaborazione con l’Università Degli Studi di Firenze e la Società della Salute del Mugello. Per il quale tra il 2010 e il 2012 sono stati visitati al proprio domicilio ha quasi 500 ultranovantenni residenti nei comuni del Mugello.
L’obiettivo dello studio era “fotografare” la popolazione ultranovantenne del Mugello nei vari aspetti sanitari e sociali attraverso un metodo di indagine multidisciplinare, al fine di monitorarne lo stato di salute e individuare i principali determinanti che hanno influenzato l’invecchiamento di questa fascia di popolazione.
In totale sono stati raccolti dati su 475 ultranovantenni di cui 29 ultracentenari.
I partecipanti sono stati raggiunti al proprio domicilio da medici ricercatori della Fondazione Don Gnocchi appositamente arruolati e specificatamente preparati. Tutti gli anziani sono stati sottoposti a una visita multidimensionale geriatrica valutandone in primo luogo gli anni di scolarità, lo stato coniugale, la composizione del nucleo familiare, le abitudini di vita, la vista, l’udito, la storia lavorativa ed eventuali patologie professionali, l’aderenza alla dieta mediterranea.
Poi sono stati valutati, oltre l’anamnesi fisiologica, familiare e patologica, numerosi fattori quali lo stato cognitivo, il tono dell’umore, la qualità della vita, le abilità della vita quotidiana. Il protocollo prevedeva infatti di valutare l’indipendenza funzionale per aspetti come farsi il bagno, vestirsi, usare la toilette. O ancora per i trasferimenti, la continenza e il mangiare, usare il telefono, fare la spesa, cucinare, fare lavori di casa, lavarsi i panni, usare i mezzi pubblici, prendere le medicine, usare il denaro. Valutando poi anche l’attività fisica e la forza muscolare, la dieta, la qualità del sonno, le cadute, il rischio di disabilità incidente, la spesa calorica giornaliera media, i farmaci assunti.
Oltre alla visita specialistica comprendente anche l’esame obiettivo neurologico, sono stati rilevati tutti i dati antropometrici e cardiovascolari. Infine, ma non di secondaria importanza, soni stati prelevati dei campioni ematici, sui quali sono stati eseguiti esami di routine e test specifici, allo scopo di definire il profilo genetico. Infine, attraverso un processo di crioconservazione, è stata creata una banca biologica costituita da aliquote di plasma e di siero che consentono lo studio del DNA, delle cellule progenitrici circolanti, dei polimorfismi genici e di altri parametri per ricerche future.
Degli intervistati oltre 423 (l’89%) si trovavano al proprio domicilio e i restanti in Rsa, ed erano per la grande maggioranza donne: il 73%. Se le donne, quindi, mostravano una maggiore probabilità di vivere fino a 90 anni, gli uomini mostravano un livello di disabilità significativamente inferiore e anche migliori performance nella velocità di cammino e nella forza muscolare, e un inferiore livello di deterioramento cognitivo. Tra gli ultracentenari 1 su 5 era di sesso femminile, ma anche in questo caso gli uomini erano in migliori condizioni fisiche e mentali.
Si legge nelle presentazioni dello studio: “Gli uomini erano significativamente meno disabili e con meno problemi cognitivi rispetto alle donne, il che è un riscontro comune negli studi sulle persone molto anziane. Sebbene siano state proposte numerose ipotesi, è probabile che gli uomini rappresentino semplicemente un gruppo più selezionato”.
I soggetti intervistati sono stati monitorati anche in seguito: a 12 mesi dall’inizio della ricerca l’80% degli intervistati risultava ancora vivente, mentre a 10 anni risultavano viventi 16 partecipanti, che a questo punto avevano varcato la soglia dei 100 anni.
Dalle conclusioni dello studio prende forza l’ipotesi che la mortalità negli ultranovantenni non sia un processo casuale, ma che esistano dei fattori di rischio, che possono essere diversi da quelli che riguardano gli anziani di fasce di età più giovani.
Ad esempio la conservazione di un buono stato cognitivo sembra avere un ruolo primario per la sopravvivenza nel breve e lungo periodo. Per la comunità appare quindi importante porsi come obiettivo sanitario la prevenzione del decadimento cognitivo promuovendo l’assunzione o il mantenimento di corretti stili di vita. Promuovere attività fisica adattata per gli anziani affetti da comorbilità (AFA) e incoraggiare e promuovere il mantenimento di una rete sociale. Ottimizzare la terapia farmacologica per ridurre la polifarmacoterapia che come abbiamo visto correla con peggiori condizioni fisiche.
I dati raccolti in questo studio hanno permesso di pubblicare oltre 25 lavori scientifici, su riviste internazionali, che hanno portato un contributo importante allo studio della popolazione ultranovantenne del Mugello. Per visionare questi è sufficiente ricercare sul web “Mugello Study – Fondazione Don Gnocchi”.
I dati ottenuti da questa indagine hanno permesso preziosi approfondimenti su segmento della popolazione che da qualche decennio è in espansione ponendo la medicina davanti ad una grande sfida: confrontarsi con pazienti sempre più anziani, nei quali spesso le malattie hanno un decorso diverso rispetto ai soggetti più giovani, nei quali è frequente l’associazione di diverse patologie e che necessitano di percorsi assistenziali territoriali sempre più specifici ed efficaci.
Nicola Di Renzone
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 9 Maggio 2023







