BARBERINO DI MUGELLO – I sacerdoti del Vicariato del Mugello, a turno, propongono una riflessione tratta dalle letture della Messa domenicale. Oggi è la volta di don Stefano Ulivi, pievano di Barberino di Mugello.
Giovanni, figlio di Zebedeo, insieme al fratello Giacomo (Mc 3,17) conosciuti come “figli del tuono”, a dimostrazione del loro carattere impetuoso, fa un intervento nel quale mostra, in maniera un po’ presuntuosa, la consapevolezza che lui, insieme agli altri discepoli, ha una maggiore autorità spirituale rispetto ad altri: “abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva” (Mc 9,38).
Peccato che proprio poco prima, lui e gli altri discepoli non avessero dato né un grande esempio di capacità, né un grande esempio di umiltà: non erano riusciti a scacciare un demonio, pur essendo discepoli di Gesù (Mc 9,18) e avevano “fatto a gara” a chi fosse il più grande (Mc 9,34) Sinceramente, non erano dei grandi modelli di discepolo!
Per Gesù i discepoli sono una “cosa seria” e sono importanti proprio perché suoi discepoli. Chiunque farà loro del bene non perderà la sua ricompensa nel regno dei cieli. Questa promessa di benedizione da parte di Gesù è legata al fatto che il discepolo non è portatore di sé e di una visione personale del mondo, o di Dio, ma al fatto che è un fedele discepolo di Cristo. Quanto è importante per noi cristiani non portare avanti una nostra immagine di Dio e del mondo, ma l’immagine di Dio e l’immagine del mondo che Gesù Cristo ha predicato! Siamo noi creati a immagine di Dio, e non il contrario! Siamo chiamati ad essere discepoli di Gesù. Tutti in qualunque condizione di vita! Purtroppo per diverso tempo si é creduto che il discepolo fosse soltanto il consacrato o la consacrata ad una vocazione speciale come il sacerdozio o la vita consacrata. È il Battesimo che ci fa discepoli!
La nostra identità di discepoli di Cristo non è un “bollino” di bravura, ma al contrario, è portatrice di una grande responsabilità; la responsabilità di non essere di scandalo, di intralcio, nella vita dei fratelli e delle sorelle nel loro cammino verso Dio.
Lo scandalo richiama l’idea di trappola e di inciampo. Chi scandalizza qualcuno, un “piccolo” evangelico nel suo rapporto con Dio, diventa ostacolo, trappola, inciampo nel cammino di questo fratello o sorella verso Dio. Lo intrappola in una idea o un legame personale e non lo sostiene nel cammino verso il Signore.
Su questo argomento abbiamo una fra le prese di posizione più violente di Gesù, che arriva a consigliare la morte piuttosto che provocare scandali: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare” (Mc 9,42)
Negli esempi che seguono, proprio perché il discepolo è chiamato ad essere esempio e modello di Gesù maestro, egli invitato a mettere al primo posto il signore Gesù fino a mortificare completamente la dimensione carnale e passionale attraverso una triplice simbologia: tagliare la mano, tagliare il piede e cavare l’occhio, qualora essi siano di ostacolo alla vita cristiana. Mi verrebbe da interpretare il triplice simbolismo in questo modo:
La mano come simbolo delle azioni e dei gesti che si compiono. Come ci ricorda il libro del Siracide “Allontana l’errore, regola le tue mani, purifica il cuore da ogni peccato” (Sir 38,10), o il salmo 125, “perché i giusti non tendano le mani a compiere il male” (Sal 125,3)
Il piede come simbolo delle intenzioni e dell’orientamento della nostra méta verso la quale camminiamo: l’obbiettivo della nostra esistenza. Per l’immagine dei piedi la Sacra Scrittura ci ricorda che “I loro piedi corrono al male… i loro pensieri sono pensieri iniqui” (Is 59,7), mentre è importante “dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc 1,79) e camminare “diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Eb 12,13). E non credo che la Scrittura sia preoccupata di darci consigli ortopedici!
L’occhio inteso come la nostra dimensione sentimentale e emotiva. Gli occhi sono visti nella sacra scrittura come la porta di molte tentazioni: perché scatenano la bramosia di “saperne una più del diavolo” facendo dei danni, come accadde nel paradiso terreste (Gen 3,5-6); perché è difficile controllare la bramosia della vista, come dice Qoelet: “Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore,” (Qo 2,10); perché tramite gli occhi si coltiva il desiderio senza freni come ci ricorda l’autore della seconda lettera di Pietro: “hanno gli occhi pieni di desideri disonesti e, insaziabili nel peccato, […] , hanno il cuore assuefatto alla cupidigia, figli di maledizione!” (2 Pt 2,14); perché gli occhi aprono l’ingresso ad una delle tre concupiscenze del mondo di cui ci parla
Giovanni nella sua prima lettera (1Gv 2,16-17). E Gesù parla ancora dell’importanza di tenere luminoso il nostro occhio: “La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso” (Lc 11,34)
Ponendo attenzione a questa simbologia è possibile vedere in questi versetti un invito che viene fatto al discepolo a fare attenzione alla propria vocazione con atteggiamenti concreti: ponendo attenzione ai gesti e alle azioni, scrutando le intenzioni e valutando e correggendo desideri e sentimenti affinché tutta la sua vita sia orientata alla vita vera della quale parla Gesù.
La vita promessa da Gesù che fece esclamare a Pietro: “Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). Sempre attenti a non finire nella “spazzatura”, nella “Geénna” delle intenzioni, dei sentimenti, dei desideri, delle emozioni e delle azioni, contrarie alla volontà di Dio! Qui la posta in gioco è alta e piena di senso. Si tratta della vita vera: la vita in Cristo e nella Chiesa.
Don Stefano Ulivi
Pievano di Barberino di Mugello
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 29 Settembre 2024

