MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
Non ho ben capito come sia stato possibile, ma dopo due ore abbondanti passate a fissare la grande porta di vetro dell’ala ‘Arrivi’ dell’aeroporto Las Americas di Santo Domingo, mi sono trovato mio fratello alle spalle. La nostra vacanza di Natale è iniziata così: con un’attesa larga e un abbraccio stretto. Per diciassette giorni abbiamo condiviso quasi ogni istante, per sedici notti il letto da una piazza e mezzo (scarsa) di camera mia: un’immersione nella relazione fraterna senza precedenti. Il pensiero del suo arrivo mi aveva causato una certa frenesia: smaniavo di farlo entrare nella mia vita, nelle complessità rumorose di questa città e mi domandavo il modo migliore per realizzare questo obiettivo. Le cose belle, poi, sono molto più semplici. Abbiamo passato due settimane ‘chill’. Chill, vocabolo inglese ormai sdoganato in Italia, letteralmente significa ‘rilassante’, ‘tranquillo’, ma di fatto il significato deve essere molto più ampio dato che, con questa parola, mio fratello riesce a fare a meno del 90% degli aggettivi.
Immagino quindi sia qualcosa di bello, qualcosa che ha a che vedere con la serenità di poter essere semplicemente fratelli, gli stessi che hanno passato gli anni a annoiarsi sullo stesso divano, a lottare per le stesse coperte e a condividere la colpa per ogni vetro o lampada rotto da una pallonata, solo da un’altra parte. In queste due settimane abbiamo surfato nell’Oceano Atlantico la mattina dopo un temporale e passato tutto il giorno successivo nel letto del nostro albergo con il mal di stomaco; abbiamo ballato fino al mattino sul lungomare di Santo Domingo sotto il diluvio di pioggia e ron del capodanno dominicano e, una volta tornati a casa, abbiamo giocato a burraco. Io ho vinto e lui ha rosicato. Abbiamo visto la spiaggia più bella della nostra vita e, di fronte all’acqua cristallina, lui ha pensato bene di farmi un frizzino con l’asciugamano. Abbiamo mangiato empanadas buonissime e parlato del carteggio Einstein-Freud e dopo di cose più importanti, che rimangono fra noi. La maggior parte del tempo, però, ci siamo lamentati della Fiorentina e visto video stupidi. Mi si è riempito il cuore vedendolo insegnare ai miei bambini e ci siamo salutati ai controlli di sicurezza con tre parole, un abbraccio sobrio e nessuna promessa. Prima di partire per l’aeroporto, abbiamo giocato a burraco. Lui ha vinto. Quando è partito stavo ancora rosicando. È bello avere un fratello.
Averlo avuto qua mi ha spinto a riflettere su uno degli aspetti più assurdi e quotidiani di questa esperienza: le mie sorelle per caso nonché colleghe di Servizio Civile: Nunzia, Priscilla e Francesca. “Questo viaggio è troppo grande perché possiate viverlo da soli” ci avevano detto in formazione e io avevo passato quei quattordici giorni a studiare le mie future compagne di avventura. Posso concludere serenamente di non aver capito niente di nessuna delle tre. È veramente strano essere gettati dall’altra parte del mondo a condividere la casa e il lavoro con tre sconosciute. Qualche mese prima di partire scrivevo sul mio diario: “Impareremo ad Esserci e a volerci bene, in qualche modo, ci piaccia o no, saremo troppo importanti l’uno per l’altra”. Eppure, non è facile.
Quattro quasi-trentenni con storie personali già ingombranti e due settimane di formazione come unica memoria collettiva, spinti qua dalle motivazioni più distanti e con stili diversi di intendere il Servizio, di spendere il tempo libero e di gestire la coinquilinanza. Siamo partiti carichi, vale a dire: siamo partiti ingenui e molte delle nostre ingenuità sono crollate come castelli di carta. Eravamo convinti che avremmo condiviso ogni serata. Abbiamo retto circa un mese, alla fine del quale, il semplice suono del raggaetton, anche a distanza, riusciva a farmi innervosire. Eravamo convinti di riuscire a gestire le faccende di casa affidandoci alla spontaneità e alla responsabilità di ognuno. Abbiamo retto quattro mesi. Qualche giorno fa abbiamo convocato la prima riunione ufficiale fra coinquilini. L’ordine del giorno prevedeva semplicemente l’organizzazione dei turni di cucina e pulizia. La discussione è durata più di due ore e ci ha permesso di prendere coscienza della tensione silenziosa che era cresciuta fra di noi, del fatto che sono le cose piccole che rovinano le cose grandi. Cucinare una cena non significa solo cucinare una cena, condividere una serata non significa solo condividere una serata e, soprattutto, le frasi buttate là per sbaglio, le porte chiuse ignorate, una decisione presa senza coinvolgere tutti sono formiche che scavano abissi fra le persone, fin quando non si ha il coraggio di parlarne. Al tempo stesso, non posso che meravigliarmi degli esiti di questi cinque mesi di convivenza. Ho passato la prima parte dei miei venti anni in una bolla di amici e ambienti simili a me. In questa bolla, tutti i miei passi avevano un senso: ciò di cui si parlava era della massima importanza per tutti e le conclusioni largamente condivise, gli interessi non facevano fatica a incastrarsi, le storie ad essere ascoltate e le persone a immedesimarsi. Anche quando ho iniziato a lavorare, una volta uscito da scuola, potevo comunque rifugiarmi nel mia tribù: è bello far parte di una tribù! Stavolta è diverso: siamo diversità che si sono incontrate e non si possono evitare per più di qualche giorno. Vorrei provare a raccontarvi le mie coinquiline ma mi servirebbe molto più spazio e comunque non credo riuscirei a spiegarmi oltre tre o quattro stereotipi e un episodio che non le racconta, se non in minima parte. Con Nunzia tiriamo spesso fuori l’idea di scrivere un romanzo, un contenitore di contraddizioni e ricerche. A volte mi sembra l’unica strada possibile per provare a raccontare una persona senza farle un torto. Mi piace soffermarmi, invece, sui piccoli miracoli prodotti dall’incontrarsi ogni giorno in una convivenza “forzata”: le ore passate a ascoltarci senza capirci fino in fondo e la capacità, più rara, di comunicarci quando non condividiamo le scelte dell’altro ma offriamo comunque la nostra presenza sotto forma di aiuto materiale o in lunghissime ore di psicoterapia gratuita e incompetente per amori andati male, classi ingestibili e abitudini dominicane che non riusciamo a spiegare. Alti e bassi, insomma, uniti da un dato di fatto: spesso siamo, l’uno per l’altra, l’unica spalla su cui davvero piangere, l’unico abbraccio in cui davvero gioire. Ci sono altezze e profondità, mi pare, a cui i telefoni non arrivano e allora ci arriva Francesca che nel tragitto da casa a scuola riesce a parlare per mezz’ora filata, raccontandosi senza filtri e animando il mio silenzio assonnato; ci arriva Nunzia che ride quando accenno qualche passo, però poi mi ha trascinato a una scuola di salsa, salvandomi dalla condanna a vivere la mia vita alle periferie delle piste da ballo; ci arriva Priscilla, che quando mi sveglio è sempre già in piedi e ha preparato il caffè per tutti. A volte, al vedermi, mi abbraccia e quando dopo qualche secondo faccio per sottrarmi mi dice: “Non ancora…”.
P.S. Venerdì 9 gennaio, come da tradizione, i bambini sono venuti a scuola con i regali ricevuti per la Fiesta de los Reyes (la nostra Epifania). Ho chiesto se non fossero stati portati da Babbo Natale e una bidella mi ha spiegato che: “Babbo Natale porta i regali ai ricchi, Los Reyes ai poveri”. Durante la ricreazione, per l’occasione allungata ben oltre l’ora, mi sono gustato l’incredibile capacità di questi bambini di divertirsi condividendo in diverse centinaia lo stesso cortile, stretto e lungo, ovunque limitato da reti metalliche taglienti.
Ho sorriso ripensando a quante volte in Italia mi è stato vietato di portare i bambini fuori perché nel giardino era già presente un’altra classe. Mentre la pallonate sibilavano a centimetri da chi saltava la corda in mezzo a un campo senza porte e le macchinine dei più piccoli si scontravano al centro delle quattro basi immaginarie di una partita di baseball fra le due seste elementari, ho pensato che non c’era alcuna lezione pedagogica da trarre da questo. Semplicemente si può incantarsi di fronte a un “fiore che nasce dalla crepa di un muro in rovina. Senza compiacersi dell’idea che la rovina sia necessaria ai fiori, e ne venga riscattata” ma provando il desiderio di prendersi cura di quel fiore.
Tutto questo per dire che, fra i molti regali, anche il nostro è arrivato. Nelle foto della fattura trovate tutti i dettagli: le iniziali dei donatori, i soldi raccolti (1 euro equivale a 73 pesos dominicani) e i materiali acquistati con i relativi prezzi. Abbiamo raccolto 290 euro (21170 pesos dominicani), frutto dei contributi di cinque donatori e del sottoscritto. Con questi abbiamo comprato 20 palloni, 20 cinesini, 2 pompette ad aria, 2 borsoni e 2 paia di guanti da pompiere.
Se i ragazzi sapranno prendersene cura (abbiamo eletto i responsabili della cura dei materiali per il primo mese) resteranno nella scuola per anni. Ho chiesto di riprendere il momento della consegna dei palloni alla “squadra” di sesta elementare. Il professore che lo ha fatto non riesce a inviarmi il video, risolveremo appena lo vedrò e ve lo farò avere al più presto. Gustatevi intanto la gioia nei loro ringraziamenti. È una piccolissima parte di quella che avete regalato. Grazie per esservi presi cura di questo fiore!
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – gennaio 2026


