MARRADI – La croce monumentale di Monte Beccugiano, sul valico tra le valli del Lamone e dell’Acerreta, ha compiuto qualche mese fa i 25 anni. Eretta in occasione del Grande Giubileo del 2000 per volontà di don Anselmo Fabbri, allora parroco di Sant’Adriano e parroco emerito di Lutirano, subì un atto vandalico nel 2021. E Gianluca Massari ripercorre i momenti che hanno portato un gruppo di volontari a recuperare la croce e rimetterla al suo posto.
«Di fronte a una violazione ci si sente perduti, vulnerabili: una delle tante conseguenze del male. Si prova un senso di abbandono, di prostrazione, di impotenza, come se la propria vita fosse stata violata, portata via. Tutto questo può produrre incattivimento, rabbia, chiusura. E invece proprio questa ferita ci fa riscoprire quanto riguarda la bellezza che il male tenta di rovinare… Ma forse anche quella spogliazione ci interpella […]»
Sono le parole del card. Zuppi, arcivescovo di Bologna, alla messa celebrata giovedì 19 scorso, quale atto di riparazione per il furto di gioielli che il Mercoledì delle ceneri ha spogliato l’icona della Madonna di San Luca degli ex voto. E sono espressioni in grado di interpretare anche le emozioni e i sentimenti che all’alba del 30 gennaio 2021, hanno attraversato pure la comunità lutiranese, nello scoprire che la croce monumentale di Monte Beccugiano, era stata abbattuta da ignoti vandali, nottetempo: una bravata, si pensò, ma pur sempre un atto lesivo e sacrilego.
La Madonna di San Luca spogliata di quei doni preziosi, che parlano di sofferenza, fiducia, speranza e sono segno della devozione nonché dell’affetto quasi millenario dei bolognesi alla loro celeste patrona: il Monte Beccugiano, al valico tra la Valle del Lamone e la Valle Acerreta, anch’esso improvvisamente orfano, brullo e spoglio di quel legno maestoso che i marradesi avevano eretto e che era come cresciuto quale albero, vessillo di fede e civiltà. Nella visione di don Anselmo Fabbri e del falegname Agostino Sartoni, la croce era stata collocata a ricordo del Grande Giubileo del 2000, e nella coscienza di molti, rappresentava ciò che il santuario di San Luca è per i bolognesi, così riconoscibile e identificabile, così segno di casa, illuminato anche di notte. E non solo: con quel suo rapporto fisico con la città, con la visibilità in lontananza, con quell’imporsi allo sguardo, un richiamo familiare alla fede, anche per i non credenti, i cosiddetti lontani, la maggioranza anche nel nostro territorio e ancor più in una città fortemente secolarizzata; se ha ancora senso utilizzare queste categorie, o non sarebbe piuttosto meglio parlare di cultura postmoderna e società postsecolare, spirituale ma non religiosa
Domenica 21 febbraio 2021, in singolare coincidenza con la memoria di San Pier Damiani, vescovo e dottore della Chiesa, che in qualità di fondatore dell’eremo di Gamogna e di Badia della Valle, è figura identitaria per la Valle Acerreta, la croce fu ricollocata, grazie all’opera ammirevole dell’Associazione Volontari Valle Acerreta, dopo appena 23 giorni dal suo abbattimento. Un tempo relativamente breve ma pesante, scandito penosamente dal trepidare dell’attesa, fino al giorno in cui lo smarrimento, lo sconcerto e lo sgomento lasciarono il posto alla gioia, alla consolazione, e alla gratitudine di una comunità intera che attorno a questo simbolo si ritrovò e scoprì sé stessa, la propria identità: toccò con mano come da un singolo atto inintelligente, negativo, ne possano scaturire paradossalmente molti altri positivi, dinamici, di crescita umana e spirituale. Ed è il valore intrinseco della croce, di quanto questo simbolo rappresenta: il passaggio dalla morte alla vita: la croce caduta, gettata a terra, disprezzata, è altrettanto significativa della croce elevata sul monte, ammirata, perché l’esaltazione e l’umiliazione sono entrambe parte integrante del suo orizzonte di senso che è la redenzione; e ora, nella coscienza spontanea della comunità, ha acquisito una maggiore eloquenza, è verità. È più capace di dire, di rivelare l’umano, attraverso la sofferenza, la fiducia e la speranza. “Dalla ferita filtra la luce”, secondo il poeta e mistico persiano del XIII secolo Rumi, e anche secondo il poeta e cantautore contemporaneo Leonard Cohen, che parla di crepa, cioè limite, difetto, per esprimere la stessa idea della fragilità quale punto di forza. Anche l’icona biblica di Giacobbe, azzoppato e benedetto, ci rivela il passaggio relazionale dalla fiducia in sé stesso alla fiducia in Dio, attraverso la perseveranza, che diventa storia, vissuto condiviso di una comunità. Infatti l’abbattimento della croce, il suo recupero e la sua ricollocazione, fu occasione preziosa per la comunità locale di entrare in relazione con la più ampia comunità diocesana e civile, sia romagnola che toscana, che si scoprì così più partecipe e consapevole di questa parte di territorio.
Le croci poste sui monti non sono la raffigurazione storica di una concezione egemonica politico – religiosa datata: sono a ben vedere, riconducibili piuttosto a quanto intendeva limpidamente e profeticamente, al di là di ogni sterile contrapposizione ideologica e contro la dittatura del relativismo, San Giovanni Paolo II, per radici cristiane dell’Europa, testimonianza tuttora capace di definire la strada per il presente.
Gianluca Massari
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 21 febbraio 2026







