
BORGO SAN LORENZO – Mi capita spesso di ripensare al Borgo di ieri, al mio paese così cambiato, un mondo ormai scomparso e che noi anziani ricordiamo con nostalgia (la nostalgia della giovinezza perduta) e che i giovani commentano facendo spallucce: “Altri tempi…un altro mondo”.
Eppure mi domando: un mondo scomparso di cui però, vividi, rimangono i ricordi rispetto a un “nuovo mondo” in cui sembra non sopravvivere nemmeno il ricordo.
Mi riferisco al ricordo della morte, a quel “passar della falce”, per dirla manzonianamente ,”che pareggia tutte le erbe del prato”; come fare a non ricordare la morte?
Uno dei maggiori storici francesi Philippe Ariès in un suo importantissimo saggio, “Storia della morte in Occidente”, racconta l’approccio di fronte alla morte nei Paesi occidentali durante i vari secoli venendo a questa conclusione: una volta si cercava di “esorcizzare” la morte, oggi si cerca di “nasconderla”…un po’ come mettere la polvere sotto i tappeti. Un tempo la morte era un evento pubblico: si nasceva e si moriva in casa, all’agonia assisteva tutta la famiglia, anche i ragazzi, addirittura il sacerdote portava il Viatico, accompagnato dai chierichetti, mentre suonava la campana “ad agonia”, si pensava al testamento, si pregava di fare una “buona morte”, considerando quell’addio solo momentaneo. E poi le preghiere e la veglia funebre fatta in casa dove il defunto veniva esposto, i funerali dove in chiesa si cantava il “Dies irae”, la partecipazione al funerale di amici e di parenti ma anche dei “confratelli” delle compagnie a cui molti erano “ascritti”, le condoglianze, il lutto portato “per il rispetto che si deve al defunto”, le visite fatte ai “camposanti” dove si portavano, e qualcuno porta ancora, “lumi e fiori insieme ai nostri pianti”, le Messe fatte in suffragio delle “anime sante del Purgatorio”, il santino con l’effige
Oggi la morte si cerca di nasconderla – ne parla anche nel suo splendido saggio “Scommessa sulla morte” lo scrittore cattolico recentemente scomparso Vittorio Messori – disturba financo il parlarne, si cerca di evitare i parenti i quali, il più delle volte, preferiscono non ricevere condoglianze. Via i fiori (le opere di bene neanche parlarne), abolito tutto ciò che richiama la tristezza a cominciare dal colore nero…perfino i carri funebri sono di color chiaro lucente, abolito il corteo funebre, si cerca di far presto per non disturbare i pochi presenti al funerale che, naturalmente, è vietato ai minorenni che potrebbero impressionarsi …non si muore più in casa ma in ospedale e se il decesso avviene in casa (sempre per non impressionare i bambini!) ci si libera subito della salma spedendola al cimitero e, qualora si metta la croce di marmo sulla tomba, si cerca di non mettere sopra anche il Cristo Crocifisso…visione troppo macabra.
Ora che la Chiesa tollera la cremazione (“tollera” non “raccomanda”) non solo si fanno cremare, come un tempo, gli atei o i pagani ma anche tantissimi cristiani : si spende meno e si evita tutta la burocrazia e le ingenti spese per il loculo. E così, con le ceneri del defunto (molte volte sparse al vento) scompare anche il ricordo…
Ho (ri)incontrato su facebook, dopo una cinquantina d’anni, un caro amico (non sono autorizzato a fare il suo nome) di idee politiche opposte alle mie, ma con una fede più salda della mia, con il quale ci “scriviamo” spesso: lo informo delle novità del nostro “Mondo di cento case”, come intitolò un suo bel libro di bozzetti Amilcare Giovannini…e purtroppo alla nostra età le novità sono, soventemente le morti di qualche nostro compaesano, il cui ricordo rimane nei nostri cuori dove “nessuna croce manca”…poi mi domandava anche “Ma il Tizio è ancora vivo?” e alla mia risposta positiva rispose: “Sai tengo un libriccino in cui appunto tutte le persone defunte che ho conosciuto per ricordarle nelle preghiere…e poi ogni mattina prego per loro quando mi reco alla Messa al Cottolengo” e quando gli domando se sarebbe contento di tornare a Borgo mi dice:”…non vengo a Borgo da una mezza vita …Eppure mi garberebbe morirci come ci sono nato, e possibilmente a Zeti…”
Ecco, forse non tutto è perduto…c’è ancora nel nostro Borgo chi non ha perso la memoria storica, c’è ancora chi vede una vita, oltre la morte e non solo ceneri sparse al vento.
Ma noi, ormai siamo vecchi…ma tra i più giovani c’è ancora chi pensi alla morte e abbia questi ricordi demodé ?..
Molti avranno ancora memoria di un tipo assai caratteristico : Franco (“di Gigione” come patronimico) che, poveraccio, aveva trascorso l’infanzia ai “Nocenti” quindi era passato nei vari Istituti fino a quando, diciottenne, era tornato a casa, senza saper né leggere né scrivere, per una breve vacanza che , invece, breve non fu in quanto – giustamente – non volle più tornare in Istituto trovandosi a proprio agio nel nostro “Natìo Borgo Selvaggio” dove divenne amico di tutti: simpatico e arguto piaceva perché diceva pane al pane e vino al vino, e se c’era da dare di “grullo” o di “Bischero” a qualcuno lo distribuiva equamente tra l’esimio Avvocato, il Signor Dottore e il burbero Commendatore…e così eccolo interloquire quando non gli tornava qualcosa : “Ma un tu t’accorgi che tu se’ un grullo” apostrofava la sua vittima; era presente a tutti i matrimoni ( o meglio a tutti i banchetti) ma faceva le proprie scelte: “Ma via, via, ai matrimoni come quello di…..un ci torno più : un ci hanno fatto nemmeno mettere a sedere! Due crostini e rizzati! e poi troppa marmaglia (ovvero non gli piacevano i convivi numerosi, dove lui non fosse al centro dell’attenzione)”
Non passava domenica che non fosse invitato a pranzo con qualcuno anche se, suonato mezzogiorno, pretendeva di mangiare, anche da solo. in quanto, diceva “Ma io un son mica bischero come voi…a mezzogiorno voglio mangiare”. E alla Signora Ala che gli aveva preparato due chili di lonza stando una giornata ai fornelli, dopo aver divorato tutta la saporita pietanza le disse “Sì, Ala, ma du’ crostini ci sarebbero stati parecchio bene…”
Quando, con Paolo Boni, lo portammo a Firenze a visitare l’Istituto de’ Nocenti, dove era stato da bambino, si commosse e si mise a piangere, ma poi si consolò quando da Sergio ordinammo una chianina di due chili…anche se poi andò a dire a tutto Borgo “Mah! io un l’ho nemmeno assaggiata l’ha mangiata tutta i’ Pucci”
Fin dal suo ritorno a casa frequentò puntualmente il “Bar Italia” allora gestito da Gino e Gigi Cantini, quel “Bar Italia” poi passato a Paolo Timori, un tempo detto “Vaticano” quando il gestore era Toppero , c’era la biglietteria della sita e andavano a giocare a carte i “pipisti”, ovvero i membri del partito popolare.
Con la gestione di Paolo Timori (anche lui prematuramente scomparso) il “Vaticano” divenne non solo casa ma anche “ufficio” di Franco; ed era Paolo Timori che al mattino, alle cinque, se lo portava a consegnare le paste…poi era Paolo a preparargli la colazione, e, a sera la cena. Per le “feste grandi” Franco era ospite della Famiglia Timori e sedeva alla stessa tavola (Paolo metteva in atto quell’adagio manzoniano “E’ più facile servire i poveri che non mettersi seduti con loro alla stessa mensa”) rammaricandosi sempre perché arrivavano tardi a casa…nei giorni festivi. E al Vaticano era, molte volte, lui, ad avviare conversazioni, a tenere informati i clienti sulle nascite, le morti, i matrimoni, gl’incidenti e anche sui fatti più frivoli…
Viveva solo e fu trovato moribondo, in casa, dopo un attacco di diabete , dovette andare all’Ospizio di San Carlo (ora il nome di “Ospizio” viene edulcorato in RSA) dove il nostro Paolo andava giornalmente a trovarlo compiendo due opere di Misericordia: visitare gli ammalati e consolare gli afflitti.
Poi la morte, il funerale, l’inumazione nella nuda terra, in un’aiuola del cimitero della Misericordia…
L’annuncio e poi…l’oblio…passano più di dieci anni e nessuno più parla o sembra ricordare il personaggio, il nostro Franco.
Io non sapevo dell’esumazione della salma, nessuno sembrava saperlo.Poi eccoti Stefano Rossi, uno che aveva conosciuto il personaggio. Uomo schivo e che parrebbe burbero, ma dal cuore d’oro, uno che ha tenuto per anni in piedi il Club Ciclo Appenninico di Borgo, uno che è stato, senza nulla chiedere o ricevere, al servizio del suo paese: mi ferma e mi dice che hanno esumato il corpo di Franco e , siccome non c’è nessuno che ci pensi, prima di metterlo nell’ossario sarebbe bello poter tumulare la cassettina con le ossa di Franco nel loculo dove riposano i suoi genitori…ma per far questo ci vorrebbe una certa somma. E Stefano la raccoglie, qui, tra i clienti di questo bar dove sui tavolini Franco consumava la sua colazione.
Ora, grazie al cuore di Stefano e dei suoi amici, Franco riposa insieme ai suoi genitori nel cimitero della Misericordia…miracoli che succedono in un paese in cui anche la morte non viene nascosta, ma “addomesticata”. In un paese dove c’è ancora onora il corpo del defunto e chi prega per la sua anima.
Pucci Cipriani
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – maggio 2026



