MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha svolto il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, ed è stata un’esperienza straordinaria. Che ora volge al termine. Giovanni l’ha raccontata in questi mesi sul proprio diario online sul Filo. Ecco qui l’ultimo capitolo.
Le ultime settimane di scuola sono il mio periodo preferito: lo erano quando ero studente e il vento caldo all’uscita dal liceo mi scompigliava i capelli, promettendomi un’estate immensa di fiumi, amori e noia; lo sono da quando a scuola ci lavoro e sento l’ambiente rilassarsi, le tensioni sciogliersi, le discussioni allungarsi e farsi più intime, tutto essere più simile a come potrebbe essere. Sono seduto in mezzo al patio e sto giocando a scacchi con Nadel, mentre il mio telefono riproduce i merengues di Juan Luis Guerra. A volte vince lui, le altre dice di avermi lasciato vincere. Attorno a noi, studenti che corrono e sudano, spesso si avvicinano e mi chiedono un sorso di acqua.
“Non le fa schifo, profe, lasciar bere tutti dalla sua borraccia?”, mi chiede Nadel. Mi prendo un attimo prima di rispondere. Mi sembra che nella domanda si nasconda qualcosa di importante.
Ho comprato questa borraccia a Decathlon, un mese prima di partire, era l’inizio di agosto. La prima cosa che penso è: sono già passati dieci mesi…mi sembra impossibile. Era ieri che lottavo col centralino per fissare i vaccini, ieri che sono arrivato, ieri che scrivevo l’articolo di metà servizio e mi sembrava di essere partito da sempre e di non dover tornare mai più. Come è possibile che sia già l’ora di tornare a casa? Non posso fare a meno di chiedermi a cosa sia servito questo tempo che mi scivola cosi rapidamente fra le dita.
Ci sono delle felicità che non sono eterne, e infatti finiscono. Passare un anno della mia vita a Santo Domingo, essere spedito nel pieno dei miei venti anni dall’altra parte del mondo, insegnare a uno scalmanato gruppo di 300 pre-adolescenti in una scuola senza spazi né personale rientra in questo ristretto mucchio di esperienze che ti cambiano la vita… e poi passano. Eppure qualcosa rimane per sempre. Rimane per sempre l’odore del barrio di Cristo Rey, la sua musica di clacson e bachatas, la sensazione di sentirmi a casa quando qualcuno mi grida: “Ioooba!” mentre sfreccio senza casco per le viuzze del quartiere, abbracciando disperatamente il motoconcho spericolato di turno. Rimane l’amore filiale che ho provato per suor Elizabeth, bambina e mistica, che ci ha accolto come una mamma dal primo giorno e, come una mamma, ci ha tenuto nascoste le cose che non eravamo pronti a sapere; poi, un giorno, mi ha invitato nella sua officina e mi ha raccontato tutto, con amore e verità. Rimane per sempre lo sguardo vibrante di ascolto di sor Yaskalia, mentre come un fiume in piena le racconto i miei dolori senza un fuori e piano piano li sento sciogliersi e uscire dagli angoli degli occhi. Rimane il sogno diventato realtà di vedere Buenos Aires. Rimane per sempre l’imbarazzo di invitare una ragazza a ballare un ballo che non conoscerò mai ma a cui, adesso, sento che non potrò più rinunciare. Rimane il sapore della frutta più buona dell’universo e dei cinque manghi con cui mi sono sbrodolato a Playa el Valle quando, distratto dalla bellezza di un posto allucinante, mi sono scordato di comprare da mangiare e Jonathan el Barbaro, impietosito, mi ha regalato la sua frutta. Rimangono le empanadas, el locrio, la yaroa, el mofongo, el sancocho, el pescado frito, los tostones, i panini di Barra Payan e la pizza buonissima del Caminetto e quella della Casa dei Fratelli che è cattiva, ma il posto è stupendo. Rimangono le ore spese a cercare di leggere le onde, la luce che, al tardo pomeriggio, dipinge l’oceano, i lunghi viaggi in pullman, a sentirmi un vagabondo. Rimane lo spagnolo, e nello spagnolo un’incancellabile cadenza toscana che tanto fa ridere i miei studenti.
Soprattutto, appunto, rimangono i miei studenti e il pezzo di strada che abbiamo percorso insieme. Tutto il bene che ci siamo voluti. Jeremy, che a inizio anno mi ha stampato un pugno sulla mandibola e che, come nei migliori cliché, è finito per diventare il mio braccio destro negli allenamenti dei piccoli. Miranda, che a dicembre mi diceva in lacrime di voler mollare il calcio e a Aprile è riuscita, da sola, a mettere insieme la prima squadra di futsal femminile di Cristo Rey. Joemil, che mi ha fatto commuovere all’ultima interrogazione di inglese, raccontandomi la storia di suo padre e guadagnandosi l’unica sufficienza della sua pagella, perché ci sono cose più importanti dell’inglese e delle pagelle. Rosmil, che dopo una lezione su Keats mi ha portato un pacco di poesie di suo pugno e non ho dubbi che un giorno, se lo vorrà, sarà una grande poeta. Anyer, che è stato il primo a essere cacciato da un allenamento ma anche il primo a abbracciarmi l’ultimo giorno di scuola. Ruby, che a fatica mi arriva al bacino e un giorno, esasperata dall’ennesima ora di spiegazione, mi ha gridato, con tanto di dito puntato: “ma lo sa che non è mica obbligatorio fare lezione tutti i giorni?”. Tutti i miei giovani calciatori che mi hanno regalato una storia da film: a settembre ci allenavamo in un campo di fango, condiviso con diverse squadre di peloteros e io pregavo perché nessuno venisse centrato sulla tempia da una palla da baseball; a gennaio ci allenavamo in un quadratino di cemento e vetri e ogni settimana timbravamo almeno un ingresso al pronto soccorso; a maggio siamo arrivati terzi con entrambe le squadre al torneo che abbiamo sognato per tutto l’anno e abbiamo pianto assieme sul pullman del rientro. Damian, che non ha imparato neanche una parola di inglese ma ogni volta si è seduto accanto a me in pausa pranzo. Ci siamo voluti un bene infinito, più volte ci saremo volentieri presi a cazzotti, ci siamo affidati per sempre pezzi di noi, provando a renderci più ampi, più spaziosi, più capaci di accogliere. È stato indimenticabile. Allora rivedo Nadel, che sta davanti a me, in attesa di una risposta. Nadel, che una volta mi ha regalato un scatola da bruciare e, mentre la carta ardeva, è comparso il messaggio: “La tua dolcezza fa la differenza. Tenquiuuu”, suggerendomi che forse sono più bravo a voler bene che a insegnare inglese.
Un anno fa, mi sono raccontato tante bugie sul perché partivo. Mi sono detto che affrontavo il viaggio come si concede un “ultimo ballo” a una cosa in cui si è creduto molto, giusto per non avere il rimorso di non aver mai sentito, fino in fondo, la mia casa in qualche altrove. Mi sono detto che lo facevo per testare le mie idee pedagogiche nella terra della teologia della liberazione e della pedagogia degli oppressi, di Maturana e Che Guevara. Mi sono detto anche che partivo per il 15% dei posti nei concorsi pubblici, per non disperdere il mio entusiasmo e la mia voglia di ribaltare la scuola in anni di precariato e frustrazione. Mi sono detto queste e altre cose. La scusa più raffinata, però, è sempre stata la stessa: ho avuto una vita splendida e desidero restituire il tanto che ho ricevuto.
Un anno dopo ripenso a questa frase e mi pare, per una volta, di vedere una verità. Penso a tutto l’amore che ho dato e a tutto quello che ho ricevuto e, per quanto tenti, non riesco a dividerli, non riesco a capire dove finisce l’amante e inizia l’amato, dove finisce il maestro e inizia l’allievo. Dare e ricevere non sono due momenti distinti. Dare e ricevere sono la stessa cosa. Sento Gibran nelle orecchie: Vi sono quelli che danno senza pena e senza gioia, e senza premura di virtù;/ Essi sono come il mirto che respira la sua fragranza nell’aria della valle/ perché, in verità, la vita dà alla vita mentre tu, che ti stimi un donatore, non sei che un testimone./ La generosità ha come madre la terra feconda e come padre Dio.
Mi toccano il braccio. È Juan, detto El grillo, per ricordarmelo una volta mi ha regalato una mantide religiosa di plastica. Trovando la mia borraccia vuota, è andato a riempirla al primo piano e ora pretende un sorso di acqua fresca. Forse Nadel si è stancato di attendere una risposta, forse ha già capito tutto, meglio di Gibran…
“Che strano, profe: lei lascia bere tutti, ma la sua borraccia non è mai vuota…”. Proprio così.
P.S. Alla fine, a forza di passare di mano in mano e di bocca in bocca, la mia borraccia e la sua carica batterica sono andate perdute, ma non dirò niente a Nadel. In compenso, due giorni prima della fine della scuola, ho ritrovato un quadernino di appunti che avevo perso a ottobre. Nell’ultima pagina qualcuno ha scritto Te amo, profe. Mi piacerebbe rispondere perché lo sapesse: Yo también.
Il viaggio è finito, è già il tempo di tornare, processo difficile che coincide solo in parte con l’atto del rientro. Ho le tasche piene di storie, gli occhi di lacrime, le orecchie di merengue. È stato indimenticabile viverlo. È stato bellissimo raccontarlo. Grazie di avermi dato uno spazio e una scusa per farlo.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 4 luglio 2026



