
BORGO SAN LORENZO – Accadde 50 anni fa, l’Arno devastò Firenze il 4 novembre 1966. In questi giorni sono tanti i ricordi dell’alluvione, anche nel Mugello, i cui abitanti avevano con la città interazioni, lavoro, interessi e legami. Tra i vari racconti uno di quelli che colpisce è quello di Anna moglie di Stefano Barletti della Pasticceria Aurelio di Borgo San Lorenzo, che per l’occasione ha organizzato nel suo locale un allestimento con tante foto e materiale del ristorante di famiglia che all’epoca suo babbo Pacifico Mazzuferi, conosciuto da tutti come Nino, gestiva di fronte a Ponte Vecchio.

Anna ci spieghi come nasce questa iniziativa? Per Firenze l’alluvione ha rivestito una grandissima importanza. Particolarmente per me e la mia famiglia, per mio babbo, è stata devastante. Mio padre aveva in quegli anni trasformato una trattoria in un locale di lusso. Aveva lavorato all’Hotel Lucchesi, da Donai come capo barman. Siccome aveva un carattere molto tosto, decise di mettersi in proprio e quando trovò l’occasione di questa attività si dedicò a renderla di grande qualità: si fece stampare i piatti dalla Ginori, l’argenteria dai fratelli Calderoni, tutti vini importanti per l’epoca. Aveva avuto grandi nomi come clienti, Gassman, Anita Ekberg. Era a Ponte Vecchio, erano gli anni ’60 a Firenze, tutti passavano di lì. Poi venne l’alluvione. Quella sera tornò alle due di notte, rimanendo d’accordo con il portiere dello stabile accanto: “Nino, ha fatto tante volte l’acqua alta, ti telefono se c’è un’emergenza”. Mio babbo non fece in tempo a tornare a casa che alle quattro sentimmo squillare il telefono: “Ti entra l’acqua dentro”. Riuscì a parcheggiare l’auto in piazza Pitti e fu l’unica cosa che salvò, che era più in alto rispetto al locale. L’Arno era un’autostrada con auto, bestie morte, carri, pezzi di qualsiasi cosa. Dove questi sbattevano, automaticamente rompevano. E una 1100 sfondò la vetrata del ristorante e poi fece un buco nel pavimento, devastando tutto. Passata l’alluvione, i proprietari del fondo non intesero rimetterlo a posto, sicché mio padre prese per tanti anni uno spazio di fronte, che era di una pelletteria che non riaprì, facendo il “Bar Arno”, una realtà all’avanguardia nel settore per l’epoca. Facevamo primi e secondi come fanno oggi tutte le attività di ristorazione del centro. Poi ci trasferimmo a Tavarnelle aprendo il ristorante La Fattoria (una nota a latere, il mondo è piccolo: è uno dei miei ristoranti preferiti in tutta la zona fiorentina, un ottimo maialino con patate speziate, scopro oggi che fu fatto dal babbo di Anna).

Cosa vuoi ricordare con questa installazione? Voglio raccontare la mia alluvione, quella che ho visto con i miei occhi e con quelli della mia famiglia. Ero una bambina, ma ricordo tutto. Oltre ad essere un’occasione di ricordo per parlare di aneddoti e di racconti, il motivo rimane semplicemente quello intimo e personale, di ricordo di mio padre.

La gente come si spostava in quei giorni in cui le strade erano fiumi? Passavano da subito dei grandi gommoni privati o mezzi natanti messi a disposizione dalle autorità e dai Vigili del Fuoco. Io mi ricordo di questa bambina, s’era in terza elementare insieme, prima la vidi salire al primo piano della sua abitazione e poi sul tetto. Quando l’acqua arrivò al livello proprio del tetto fortunatamente passò questo gommone e io ad urlare dalla finestra: “Viene da me, viene da me”. E tutta la sua famiglia si trasferì i giorni dopo a casa mia, fino a che l’acqua iniziò a defluire. Poi ognuno di tirò su le maniche e si mise a togliere il fango e a recuperare quello che aveva la fortuna di ritrovare. Io me la ricordo come una cosa molto umanitaria, in cui crebbe un forte spirito di collaborazione, cooperazione. I fiorentini hanno tanti difetti, c’erano certamente gli angeli del fango, altrimenti tutto il patrimonio storico, culturale e artistico sarebbe andato in malora, ma tutti si impegnarono per dare un mano. Io vidi tanta solidarietà. Nell’esperienza terribile, ci fu questa cosa veramente bella in cui Firenze tutta si riscoprì come comunità, vicina, prossima, tutta la città si strinse come una grande famiglia.
E il sarcasmo e l’ironia fiorentina? Oh, non si potrebbe riempire una biblioteca con tutto quello che c’era scritto per le strade. Ovunque frasi ironiche. I ristoranti avevano scritto: “Oggi niente arrosto, solo umido”. Poi ricordo una frase che mi fece ridere: “Se volete vedere il mi’ soggiorno, passate dal giardino, l’è tutto lì”. Oggi festeggiamo Halloween, ma forse bisognerebbe festeggiare più una nostra ricorrenza, una come questa. Quell’anno l’Arno ci fece proprio uno scherzo, Halloween ci fu davvero.
Un anno dopo. Il 4 novembre del 1967 c’era apprensione? Se c’era, era stata esorcizzata proprio dall’ironia e dal sarcasmo. A parte che dopo neanche un paio di mesi da quel 4 novembre, Firenze era già tutta completamente pulita, figurati l’anno successivo. Ma ti voglio raccontare un aneddoto. Io ero murata in casa perché avevo la nonna anziana, ma mia madre mi raccontò che su Ponte Vecchio avevano messo una calza con un cartello: “C’hai fatto tanto confondere, ma una calza per la Befana non ti si pole negare”. Dopo neanche sessanta giorni, la gente ironizzava già sul disastro.
Un sorriso certamente amaro ma che aveva dilavato ogni preoccupazione.
Massimo Mugello
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 4 novembre 2016



