
MUGELLO – Fabio Tani, di Vicchio, è stato premiato la settimana scorsa con i colleghi Vigili del Fuoco e l’Unità cinofila del Comando di Firenze, con la massima onorificienza di Palazzo Vecchio, il Fiorino D’Oro, consegnato dal sindaco Dario Nardella, per essere intervenuti nel salvataggio delle persone rimaste imprigionate sotto le macerie del Rigopiano. “Fabione”, chiamato così da colleghi e amici, è anche istruttore a Borgo San Lorenzo di Krav Maga e Ju Jitsu e ha lavorato per 18 mesi anche al Distaccamento borghigiano prima di essere destinato al Comando di Firenze.
Un Vigile del Fuoco come può essere preparato ad eventi o, ancor peggio, a somme di essi, valanghe con crolli con terremoti come al Rigopiano, che superano il limite umano? Abbiamo una formazione di base altamente specifica, che con la pratica e l’addestramento si riversa nei vari scenari, perché è impossibile prepararsi ad uno determinato, semplicemente perché sarebbe unico.
Quindi a Rigopiano avete applicato l’addestramento su multi scenario? Sì, decisamente sì. Tanti disastri nello stesso intervento. Tuttavia quelli che normalmente sono i punti di riferimento in un crollo, con o senza un terremoto, ossia un tetto, un solaio, delle scale, laggiù non c’erano: avevamo davanti solo una distesa bianca. Quindi siamo arrivati sul posto, onestamente, ci siamo trovati un po’ spiazzati.
Parlando di quello che avete trovato, le immagine che sono giunte tramite i media e i social non sono state chiare. Non si è capito subito se l’hotel era stato solo sommerso o anche travolto e portato a valle dalla valanga, originata dalle scosse di terremoto. Entrambe le cose, prima è crollato, poi spostato dalla forza della valanga, poi sommerso da essa. C’erano due metri e mezzo di neve prima di arrivare alle macerie vere e proprie dell’albergo. Possono sembrare pochi se non si tiene presente che si tratta di neve da valanga, che ha quindi anche ghiaccio, alberi, per altro grossi, terra e rocce. Scavi, dopo venti centimetri trovi pietra che va scalzata, o una pianta che va tagliata, butti poi via la catena della motosega, che si è rotta per aver tagliato non solo legno, ma anche terra e sassi. E dopo altri venti centimetri la cosa si ripete. Prima di arrivare alle macerie e quindi poi alle persone, c’è voluto molto tempo.
I tuoi compiti laggiù quali sono stati? Allora i compiti dell’Usar, Urban Search e Rescue, sono vari, definiti, ma anche intercambiabili. Prima arrivano gli Haz-mat, hazardous materials, che fanno una prima verifica per la sicurezza degli altri operatori, perché non debbano mai diventare parte in causa. Controllano la presenza di sacche di gas, di elettricità, sversamenti di materiale pericoloso. Gli strutturisti poi danno una prima visione alla struttura e valutano se sia relativamente sicuro passare, oppure se occorre mettere in sicurezza. Inizia quindi la ricerca vera e propria, tramite la distruzione di parte di macerie per poter andare a localizzare le persone. A Rigopiano questo è stato particolarmente difficoltoso perché avevamo una distesa di neve di valanga sopra. E quindi, prima di fare tutto questo, abbiamo dovuto veramente cercare e trovare l’albergo. Quello che ci si aspettava, non c’era. Ci avevano detto un hotel di tre piani. Arrivati lì abbiamo trovato solo una distesa bianca.
Tu personalmente hai tirato fuori un sopravvissuto? Sì. Io ho partecipato all’estrazione di tutte le persone vive.
Quale è stata l’emozione? Sono state tante. Difficile descriverle. Perché, lo ripeto, quando siamo arrivati lì le speranze erano poche. Onestamente pensavamo di dover trovare solo delle salme. Quando individuammo, perché ci risposero, la mamma e la Ludovica, la bambina, già lì ti rinnovi e ci metti tutta la tua energia, perché il nostro scopo è quello ovviamente di trovare vite. Quando le trovi, la fatica che avevi durato fino a quel momento viene azzerata. Quando poi sono bambini, l’emozione è stata tantissima.
Nella disgrazia e nel lutto, tutti i bambini sono stati salvati. Sì. Allora, c’è stata un’avvisaglia a monte dell’evento, ossia la scossa di terremoto della mattina. Gli ospiti dell’albergo aspettavano di essere prelevati. Per paura di altre scosse, gli adulti avevano messo i bambini nella sala polifunzionale, la sala giochi, che era scavata nella roccia con mura di cemento di circa un metro, era un vecchio bunker della guerra. Di fatto quella stanza, quando siamo riusciti ad arrivare, l’abbiamo trovata intatta. La catastrofe era rimasta esterna, quindi i bambini, che erano stati messi lì dagli adulti nella zona più solida e sicura, si sono salvati.
Cosa ti ha colpito più di tutto da questa esperienza? La forza di queste persone. Perché sono state due giorni sotto le macerie, al buio, senza mangiare e bere, senza niente. Specialmente tre bambini rimasti al buio da soli, senza sapere che cosa era successo, perché da un momento all’altro si sono ritrovati distaccati anche dai genitori. Dice che hanno pianto solo pochissime volte, quindi hanno avuto una forza enorme, non si sono fatti prendere dalla disperazione né dallo sconforto, e questo ci ha dato ancora più motivazione e forza per intervenire.
Ecco, c’è chi ha chiamato voi soccorritori “eroi”, chi invece ha sminuito dicendo che quello è il vostro lavoro. Tu ti senti un eroe? Personalmente non mi colloco tra gli eroi. Mi colloco tra le persone, quei i professionisti addestrati, che fanno questo particolare tipo di lavoro. Noi ci addestriamo per fare quello, abbiamo le competenze, gli attrezzi per poterlo fare. Ma siamo semplicemente dei lavoratori specializzati, non eroi.
Ci sono stati tanti che hanno “cantato dall’albero”, al caldo dei loro uffici, sulle proprie tastiere, dando giudizi su quanto è stato fatto come soccorso al Rigopiano. E’ stato detto che c’erano pochi mezzi, che gli spalaneve non erano sufficienti, che gli elicotteri sono volati in ritardo… Certamente dopo un soccorso si fa sempre un bilancio di come si è intervenuti, di quello che è stato fatto. Ma prima bisogna sempre contestualizzare. Lì c’era un’emergenza neve diffusa su tutta la zona, tale da avere frazioni con persone anziane isolate da giorni, senza corrente e riscaldamento. Le comunicazioni con l’albergo della mattina avevano assicurato sul funzionamento dei gruppi elettrogeni, che era caldo, avevano da mangiare, celle frigorifere piene. Obiettivamente è stata una concomitanza di eventi che difficilmente si poteva prevedere. Io credo che quello che si poteva fare in quel contesto, con le criticità estreme che ti ho detto, sia stato fatto. Anche perché c’è stata anche una situazione meteo avversa che si è protratta nei giorni successivi, che non ha permesso ai mezzi aerei di arrivare sul posto, se non il primo giorno, quando noi siamo stati sbarcati dagli elicotteri. Ma poi sono rimasti a terra perché la visibilità in quota era bassissima.
I premiati del Fiorino D’Oro sono stati i tredici del team Usar, oltre a “Fabione”, anche Nicola Ciannelli, Mirko Billi, Alessio Giannini, Leonardo Diamante, Davide Lagomarsino, Riccardo Leoncini, Maurizio Pasquinelli, Stefano Primigalli, Luca Samori, Fabio Sani, Gino Giovannetti e Francesco Cenni, e dell’unità cinofila Stefano Feroci e Fabrizio Veraci, che sono intervenuti con Golia e Rocky, un pastore tedesco e un labrador, insigniti anche loro da Nardella con un giglio di Firenze che è andato ad impreziosire il loro collare.
Massimo Mugello
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 6 febbraio 2017


