
di Claudio Carpini
Fermo l’occidente non più parole antiche
Voci soffocate senza senso
Regredisce il sapore della vita
Tempo della mediocrità imperante
Il futuro ormai è cosa inadeguata
Forse degli imprevisti riceverà la storia
per ognuno di noi non sarà facile il cammino
[Ivo Guasti, Un modo di vivere, p. 44]
Ivo Guasti vedeva il mondo con gli occhi di un Poeta. E un poeta, quando è tale, vede le cose prima che succedano. Agli storici non puoi chiedere di fare altrettanto: sono bravi a fare profezie post-eventum, a mettere in fila i fatti e interpretare le cause, non a leggere il futuro anticipando gli effetti. Quando lo fanno, di solito vanno incontro a brutte figure. Dunque, rispetto alla tragedia che si sta compiendo in Ucraina, vorrei proporre alcuni elementi di fondo. Non sono, forse, particolarmente originali, ma ritengo valga la pena ripeterli per comprendere come siamo arrivati sul baratro di una guerra planetaria. Comprenderlo adesso, non sposterà la difficile – se non impossibile – opera di mediazione di questi giorni. Ma potrebbe essere un promemoria per un “dopo” che speriamo arrivi molto presto.
Il primo aspetto fondamentale è la natura della Russia. Che è sempre stata imperiale e imperialista (non è la sola: gli Stati Uniti non lo sono meno, semmai lo sono in maniera diversa). Per capirlo, basta guardare il dettaglio dello stemma che campeggia sulla bandiera alle spalle di Putin nelle riprese di questi giorni. Di quello stemma, ben visibile è soprattutto l’artiglio dell’aquila bicefala che stringe il bulbo crucigero, il simbolo del potere imperiale.
L’anima russa è descritta molto bene nelle pagine che concludono il bellissimo Tarass Bulba di Gogol. Il romanzo venne scritto alla metà degli anni Trenta dell’Ottocento, ma è di assoluta attualità. “[..] Si leverà dalla terra russa uno Zar al quale nessuna forza al mondo negherà di sottomettersi” fa dire Gogol a Tarass, concludendo con una epigrafe di orgoglioso nazionalismo “Ma esistono al mondo fiamme, tormenti, forze che possano vincere la forza russa?”. Ecco, oggi quello Zar è Vladimir Putin: è lui che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha restituito una dimensione imperiale alla Russia.
L’illusione che dopo il 1990-91 la Russia potesse essere ridotta ad una potenza regionale era, appunto, un’illusione: non importa quanto forte sia la sua economia o quanto potente il suo esercito. Neanche le manifestazioni di protesta che si sono svolte a Mosca e San Pietroburgo devono illudere troppo sulle presunte capacità di Putin di tenere sotto controllo la situazione interna: una buona parte dell’opinione pubblica è dalla sua parte, soprattutto nelle aree interne del paese. E poi, come tutti gli stati autoritari, la macchina della manipolazione del consenso e della repressione del dissenso lavorano a pieni giri. Di che natura sia l’anima russa, in quel quadrante d’Europa, lo sanno benissimo le nazioni che sono emerse dalla dissoluzione dell’impero sovietico: è per questo che Lituania, Lettonia ed Estonia si sono affrettate ad entrare prima nella NATO e poi nell’Unione europea: perché sapevano benissimo che altrimenti sarebbe stato solo questione di tempo, quello necessario alla Russia per ricostruire la propria potenza. E, con la lungimiranza dell’esperienza, queste nazioni si sono affrettate a “gestire” la questione delle minoranze russe sul proprio territorio: alle quali non è stata mai concessa la doppia cittadinanza (cosa che è valsa anche qualche accusa sul piano della tutela dei diritti umani).
Secondo aspetto. La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha portato un eccesso di entusiasmo nel mondo occidentale. Qualcuno (Francis Fukuyama) parlò addirittura di “Fine della storia”, in una delle profezie più clamorosamente sbagliate della storia. L’occidente ha avuto la percezione che tutto fosse ormai nelle sue mani: la crescita del globalismo, la caduta di barriere economiche e culturali sono stati i corollari di quella sensazione di trionfo che seguì la caduta del muro di Berlino e che da allora non ci ha mai abbandonato. Aver portato alla dissoluzione dell’Unione Sovietica ha comportato decisamente troppa sicurezza e questo eccesso ha condotto l’occidente ad affidare gran parte del proprio benessere a stati autoritari, nella presunzione di poterli controllare. È stato un errore strategico determinante. Non solo nei confronti della Russia: anche della Cina (proprietaria di tanti asset strategici in tutto il mondo) o della Turchia (reclamata addirittura entro i confini dell’Unione Europea). Per non parlare del mondo arabo, del quale non viene compreso fino in fondo l’equivoco tra presenza di governi autoritari, ma laici o “democratici”, ma legati ad un islam non di rado integralista.
La presunzione di poter “controllare” – spesso senza conoscere – queste tensioni ha presentato più volte conti salatissimi. La situazione che si è creata in Ucraina è senza dubbio la più grave e la più incerta negli esiti, ma di certo non l’unica. Se e quando ne usciremo, dovremo chiedere ai nostra rappresentanti nei governi e nelle istituzioni internazionali un approccio nuovo e più maturo. Ammesso che ciò sia possibile: come ha notato Putin (e molti altri osservatori) rispetto alle sanzioni che potranno essere imposte alla Russia, il mondo è ormai così globalizzato che prima che i sanzionati, il conto lo pagano – e salato – i sanzionatori. Che infatti sono cauti: perché il gas russo ci serve eccome, come l’import dalla Cina, che in certi settori ha ormai un ruolo egemonico difficile da scalzare.
Anche perché, guarda caso, questi mondi sono cerniere che fanno presto a saldarsi tra di loro: la cautela della Cina sulle sanzioni, il ruolo di spalla della Bielorussia e – notizia di poche ore fa – della Corea del Nord, la posizione mediatrice della Turchia sono elementi che peseranno moltissimo sulle trattative del momento. Anche sulla posizione dell’ONU (del quale è lecito chiedersi se ha ancora una funzione), sulle cui risoluzioni peseranno non solo l’opposizione della Russia, ma anche l’astensionismo annunciato dalla Cina.
Detto questo, e fatti i conti con gli errori del passato anche recente e della presunzione di un occidente che ha pensato di poter controllare il mondo, mentre il mondo andava ben oltre i suoi margini, dobbiamo anche essere chiari. Chi è l’aggressore e chi l’aggredito è chiarissimo e il tentativo di Putin e del suo gruppo dirigente di riscrivere la storia è da un lato paradossale, dall’altro intrinsecamente sbagliato.
Putin è paradossale quando dice l’invasione è una azione per “denazificare” l’Ucraina. La storia di quei paesi è molto complessa: ridurla a questo aspetto è una mistificazione. Ma è una mistificazione nella quale anche gli europei sono caduti, quando condannano le politiche “populiste e nazionaliste” di paesi come Ungheria e Polonia. Quei paesi sono profondamente nazionalisti: non potrebbe essere diversamente, perché indipendenza e possibilità di autodeterminarsi sono state conquistate (e a che prezzo!) da appena tre decenni, dopo mezzo secolo nel quale l’occupazione (diretta o come sfera di influenza) dell’Unione Sovietica è stata pesante e crudele. I fatti di Ungheria del ‘56, la Primaversa di Praga del ‘68, le iniziative di Solidarnosc in Polonia, la catena Baltica tra Vilnius e Tallin non sono state dimenticate. Sono parte della costruzione di identità: e chi ha da poco lottato per essere una nazione è meno disposto a “cedere” sovranità in contesti globalizzati che non condivide fino in fondo. Ammesso e non concesso che questa cessione di sovranità sia davvero una cosa auspicabile, naturalmente.
La prospettiva data da Putin della geopolitica riscrive la storia quando dice che l’Ucraina è sempre stata russa. La riscrive dal suo punto di vista imperiale e di nuovo fa emergere tutte le preoccupazioni delle giovani nazioni di quell’area, dando nuovamente ragione a quanti, paesi baltici in testa, sono sempre stati guardinghi nei confronti delle aspirazioni russe. Putin sbaglia non solo perchè quell’area non è sempre stata russa. Andando a ritroso, potremmo addirittura dire che è stata prima di tutto lituana: era parte importante del Granducato di Lituania, un grande organismo statale capace di governare un territorio immenso tra Mar Baltico e Mar Nero dalla seconda metà del Duecento fino al 1569 e di farlo con un approccio multietnico, multiculturale e multireligioso che non ha eguali nell’Europa di quei secoli. Ma non è questo il punto. Putin sbaglia anche perché le nazioni si formano, si dissolvono e si ricreano. Le pretese della Russia sono oggi anacronistiche e il modo di rivendicarle completamente sbagliato: come se l’Austria invadesse l’Alto Adige perché cento anni fa faceva parte dell’Impero Austroungarico.
In realtà, le accuse di fascismo, le rivendicazioni di tipo etnoculturale, la tutela di presunte minoranze prevaricate sono solo tentativi di dare giustificazione ad un’azione che ha il solo scopo di definire una sfera di influenza più ampia di quella attuale e volendo più simile a quella del 1990. Temo che Putin non abbia fatto i conti fino in fondo con la fierezza di popoli che non accetteranno facilmente l’occupazione. Lo abbiamo visto nelle immagini di questi giorni: ucraini che tornano in patria per combattere, cittadini che si organizzano con armi di fortuna per resistere. Quelle terre hanno una tradizione di resistenza importante almeno come quella che i paesi occidentali hanno avuto contro il nazifascismo e forse anche più forte. In Lituania e negli altri stati baltici, tra il 1940 e la metà degli anni Cinquanta, i “Fratelli del Bosco” combatterono fieramente contro l’Armata Rossa, addirittura vestendo una divisa “regolare” e definendosi come Esercito di Liberazione Lituano. In Ucraina i rapporti di forza sono impari, ma la resistenza potrà essere molto lunga. Quanto questo logorerà Putin non è dato saperlo e probabilmente molto dipenderà anche dal punto di equilibrio che i negoziati porranno in essere.
Ecco, questo è un altro punto critico per leggere la storia in quell’area. Putin, nelle sue richieste fatte prima dell’invasione, ha messo bene in chiaro i suoi obiettivi e la sua visione: impegno a non far mai entrare l’Ucraina nella NATO, dalla quale far uscire anche i Baltici, retrocessi anche rispetto all’Unione Europea. In sostanza, il ripristino dell’area di influenza sovietica. Che nasceva però da un atto che per i popoli dell’Europa dell’Est è considerato una vergogna e che risale all’agosto del 1939. Il 28 agosto di quell’anno, i Ministri degli Esteri della Germania Nazista e dell’URSS sottoscrissero un trattato di non aggressione. L’accordo (noto come Patto Ribbentrop-Molotov, i due Ministri degli Esteri) aveva un addendum segreto che venne reso noto ben dopo la fine della Seconda Guerra mondiale e che di fatto divideva le sfere di influenza delle due superpotenze dell’epoca.
I paesi dell’Europa orientale (e Lituania, Lettonia ed Estonia in particolare) hanno considerato una vergogna non tanto la sottoscrizione del patto tra due stati autoritari, ma soprattutto il fatto che dopo la fine della guerra sostanzialmente le grandi potenze (USA, Francia, Inghilterra in primis) abbiano legittimato quell’accordo, consegnando gli stati Baltici all’URSS, in una visione di realpolitik tutta giocata sulla pelle viva di quei popoli e di quelle nazioni.
La rinascita di quelle nazioni iniziò proprio con il ricordo di quel patto scellerato: la Via Baltica, la catena umana lunga 600 chilometri tra Vilnius e Tallin lungo la E67, si ebbe il 28 agosto 1989, cinquantesimo anniversario del Patto. Le crepe nel muro iniziarono quel giorno. Ecco, il punto di svolta dei negoziati sta tutto qua: nel delicato equilibrio tra una guerra mondiale e una pace da cercare a tutti i costi, determinante per le democrazie occidentali sarà il prezzo da pagare e chi dovrà pagarlo.
Chiudo con un’annotazione che esula dalla visione dello storico, ma che semmai la può attualizzare. Ho letto un tweet di Enrico Letta, che dice di non essere interessato al “dibattito storico, che pure un giorno andrà fatto” e che l’invasione non può essere giustificata con nessuna ragione storica. Più che giusto. Il tema, però, non è storico: per quello ci sono gli specialisti e ci vorrà del tempo perché i fatti si sedimentino e possano essere compresi fino in fondo. Il dibattito da aprire è politico: e questa è una dimensione diversa, che però oggi è indispensabile non solo per individuare responsabilità (amaro calice che la classe dirigente europea dovrà avere il coraggio di bere fino in fondo), ma anche per offrire una visione del mondo diversa da quella che ha permesso che tutto questo accadesse.
Claudio Carpini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 1 Marzo 2022




