MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale:
Venerdì 29 maggio 2026. Oggi è stato un giorno di molte lacrime. Ultimo giorno di scuola per le classi della secondaria, ultimo giorno a Cristo Rey per le seconde medie, ultimo grado ospitato nella scuola. Il mio primo “mai più” dominicano. Forse già il più difficile. Mai più l’attesa della mia ora dietro i grandi pannelli di legno che delimitavano il perimetro della 2A, per poi entrare e essere investito da mille: “oggi facciamo lezione fuori?” (a proposito, mai più fare lezioni all’aria aperta a metà anno scolastico!); mai più Jeremy per tutta l’ora a chiedermi dove deve migliorare come calciatore mentre tento disperatamente di spiegare la forma negativa del present simple; mai più ore da favola in 2B a domandarsi come sia possibile che dei ragazzi così silenziosi e attenti possano non fare i compiti a casa una volta che sia una; mai più Rosmil a chiedermi di leggere una sua poesia (ne conservo una nel diario talmente bella che muoio dalla voglia di farla conoscere al mondo, ma preferisco aspettare il giorno in cui sarà lei a pubblicarla); mai più entrare a chiamare i ragazzi per gli allenamenti per scoprire che Braulio, il barbuto e burbero coordinatore della 2A, ha sospeso il laboratorio a tutti perché non hanno dormito nell’ora del descanso; mai più essere ignorato da trentacinque quattordicenni mentre scrivo alla lavagna alcune useful expressions; mai più le domande scomode di Lia, le urla di Ana e Yuliana, Dariel che esce senza permesso e se lo becco fa la faccia da pesce e ritorna a posto come un sonnambulo; mai più Rafael che mi saluta con “Benediciones papà”; mai più allenamenti che a volte sembrano guerre, a volte circhi, a volte feste, ma quasi mai allenamenti.
Penso a queste e a mille altre cose, mentre i coordinatori delle due classi pronunciano i loro discorsi di addio. La voce di Massiel, docente di matematica, si rompe a metà dell’opera, persino Braulio ha gli occhi umidi e un fazzoletto nella mano. Il suo discorso inizia così: “In questi anni che abbiamo passato assieme ci sono stati momenti belli e momenti brutti. I momenti belli sono stati di più. Ma non molti di più”, tutti ridono, qualche ragazza piange. Io reggo, vorrei pronunciare le mie poche parole di saluto senza lacrimoni. Ci riesco, ma mentre torno alla mia sedia, Anyer si alza, mi abbraccia: “Te voy a extrañar mucho, profe”. Ripenso al martedì in cui decisi di rispedirlo in classe a metà allenamento. “Perdon, profe”, mi aveva detto, ed era corso in classe senza aggiungere altro. Sento una riga calda scendere sulla guancia sinistra. “Anche tu mi mancherai”. Mi mancherai tantissimo.
Sento il bisogno di fare un passo indietro. Lunedì 25 maggio sono tornato a casa dopo due meravigliosi giorni di surf in cui le spiagge atlantiche deserte mi hanno fatto pensare che l’oceano fosse tutto per me. Ero partito verso il nord per fare spazio, per essere preparato per gustare e celebrare gli ultimi quattro giorni coi miei ragazzi. Oltre alla maniera di incastrare la bellezza di settanta interrogazioni in tre giorni, avevo pensato e ripensato alle ultime cose da dire, alla possibilità di regalare delle foto, all’ultima poesia da leggere in classe. Ovviamente, il Caribe ha sempre altri piani e più caotici. Nella notte fra lunedì e martedì, col bagno incomprensibilmente fuori uso e senza elettricità, ho vomitato talmente tante volte che al mattino suor Elizabeth non ha voluto sentire storie e mi ha trascinato al Pronto Soccorso. Ha anche pensato bene di scrivere un messaggino ai miei genitori e alla responsabile di progetto in Italia, così che mi sono trovato a gestire la giornata di nausea facendo lo slalom fra l’amore preoccupato di due mamme. L’esperienza della sanità dominicana valeva comunque la pena di essere vissuta (e anche i quaranta euro che mi è costata). Neppure il tempo di chiedermi il nome, i sintomi e eventuali allergie ai farmaci che ero sdraiato su un lettino che riusciva a contenermi fino ai polpacci, con una flebo reidratante nella vena più sporgente della mano e un siero antivomito iniettato nella chiappa destra senza troppe filosofie (l’ho sentita indolenzita per due giorni). Abbandonato dalla nausea, sono caduto in un sonno che avrebbe tanto voluto essere profondo, ma purtroppo il pronto soccorso dominicano non ha niente di diverso da un qualsiasi altro luogo dove siano riuniti due o più dominicani. Due volte sono stato svegliato dal ritmo forsennato di un merengue, una terza da un’infermiera che gridava infervorata: “Chi è più saggio di re Salomone? Nessuno, ya tu sabes!”.
Ho passato due giorni a casa. I pochi liquidi che non mi hanno fatto sudare via la febbre e il maggio dominicano, me li hanno estratti i brodi bollenti che mi preparavano le suore. Risultato: giovedì mattina mi sentivo un fiore. Sopravvissuto alla mia prima malattia dominicana, il problema tornavano ad essere le settanta interrogazioni con un solo giorno a disposizione. È, a questo punto, il momento di aprire una parentesi che mi porto dentro da diversi mesi. Non mi piace valutare. Addirittura detesto valutare se valutare significa tradurre la performance, o peggio, l’anno scolastico di uno studente in un numero. In buona parte, ciò dipende dal fatto che non sono capace, ma principalmente, il fatto è che fatico a incastrare i miei modi di essere, motivare e stare in classe in un sistema che ruota attorno a un voto. È una questione strettamente personale, un po’ filosofica, un po’ viscerale. Mi intristisce vedere classi di ribelli, capiultrà e cospiratori tremare e ammutolirsi quando entro in classe con le schede sotto braccio per poi ignorare buona parte di ciò che valutazione non è. Riconosco che per gli studenti questo momento ha un grande valore, anche emotivo e cerco di rispettarlo. (Lancio, anzi, un appello agli insegnanti convinti della bellezza della valutazione che mi leggono: contattatemi, consigliatemi video, letture o rituali, convertitemi! Voglio crederci!) Ma, ad essere sincero, il grande problema che ho coi sistemi che ruotano attorno al voto, è che camminano a braccetto con una compagna molto pericolosa: la tentazione dell’autorità.
L’autoritarismo è una tentazione inestinguibile per chi, come gli insegnanti, si trova in una posizione di potere. Una cosa contro cui si combatte ogni giorno per chiuderla nell’armadio delle strategie che farebbero tanto comodo, ma non sono educare. La tentazione dell’autorità è quella vocina che dice che quando gli studenti fanno confusione o non prestano attenzione, il miglior modo di riportare l’ordine è minacciarli: togliere la ricreazione o le ore di laboratorio, abbassare di qualche decina di punti il voto (in Repubblica Dominicana si valuta in centesimi) o la nota de valores (che sarebbe il voto in condotta). Parlo spesso del tema in classe, specialmente con i grandi.
Una volta una ragazza mi ha detto che il motivo per cui la minaccia funziona tanto è che se i voti sono bassi, a casa volano gli schiaffi. Ogni minaccia si regge su un’altra minaccia più grande e spaventosa. La tentazione dell’autorità è l’invito a mantenere le distanze coi ragazzi; non farsi toccare; non lasciarsi sfidare; per nessun motivo, mai e poi mai, farli sedere alla cattedra; non impelagarsi in discussioni scomode. Il risultato è che i ragazzi diventano sordi a qualsiasi altro incentivo o argomento e parlare di responsabilizzazione è come parlare di Atlantide o appendersi al collo un cartello con scritto “SCEMO”. Mi sono rifugiato dai salesiani perché il motto: “Basta che siate giovani perché io vi ami” e il fulgido esempio offerto da chi l’ha coniato, mi sembravano antidoti sufficiente. Non lo sono. Voto, disciplina, postura corretta, ricreazioni dimezzate e laboratori sospesi sono la quotidianità a Cristo Rey; lo dico con il più grande amore e una stima infinita per questi professori che si trovano per anni a provare a spiegare le equazioni e il periodo ipotetico di fronte a classi di quaranta studenti: tutti sono eroici, alcuni, inoltre, sono bravissimi e hanno tutta la mia invidia. Più e più volte mi hanno aiutato a riportare l’ordine in classe, insegnandomi trucchi, canzoni e strategie che mi porterò dietro per sempre. Come alla fine di ogni periodo, quindi, e con maggior enfasi, dato che siamo giunti al capolinea, mi hanno rispiegato l’importanza della valutazione, la necessità di scomporla in competenze e di inserire un commento per ogni competenza per assicurarsi contro le proteste dei genitori. Soprattutto, mi hanno detto, se uno studente è andato male tutto l’anno e ha fatto il macello a ogni lezione, tienilo in conto nella valutazione. Fosse stato per me avrei chiesto ai ragazzi di autovalutarsi e poi avremmo discusso della loro autovalutazione. Ma come sempre, in questi casi, mi tornano alla mente le sagge parole del mio formatore pre-partenza: “Se una suora fa una cosa che non ti piace, fosse anche uno schiaffo a un bambino, tu che fai? Che fai? Ti mordi la lingua e ti fidi. Ecco che fai. Perché dieci mesi dopo, al più tardi, tu te ne torni a casa e lei rimane lì, coi suoi difetti in prima linea. Vuoi fare la differenza? Vuoi fare la rivoluzione? Resta lì. Altrimenti sei solo un rivoluzionario di passaggio e quelli fanno più danni che altro”. Sento la sua voce nella testa ogni volta e ogni volta penso che ha ragione. Educare è innanzitutto Esserci, Stare, Stare Lì. Poi, dopo, si può parlare di voto, di responsabilizzazione e di pedagogia. Insomma, è giovedì mattina, ho sette ore per inserire le settanta valutazioni che mi mancano e consegnare i registri.
La mia prova finale per le seconde medie consiste in una lunga presentazione personale in inglese che tocchi un po’ tutti i temi trattati quest’anno. Giocoforza la discussione è sommaria e la valutazione approssimativa. Qualcuno, quasi sempre una studentessa, brilla, qualcuno boccheggia. In un modo o nell’altro, tutti sufficienti (anche perché, essendo la verifica di recupero tre giorni dopo la fine della scuola, non percepisco il senso di “rimandare” uno studente che si è già deciso di non bocciare). Poi arriva Jo (nome di fantasia). Jo ha un bel viso rotondo, occhi neri e profondi, intelligenti, la sua espressione trasmette una specie di bontà astuta. Io e Jo abbiamo un rapporto ambiguo. Da quando ha saputo che non ho più una fidanzata, mi offre spassose lezioni su come parlare alle ragazze (“sopratutto” dice Jo “falle domande e guardala quando risponde. Come è venutà qua? In aereo? Allora chiedile come è andato il viaggio, palomo”), ma alla valutazione del terzo periodo, prima ha provato a non presentarsi facendo finta di niente, poi si è presentato, ma con un testo palesemente scritto da una compagna qualche minuto prima. Non ha voluto ammetterlo. Qualche giorno dopo si è scusato. Stavolta arriva con un grande foglio e un sorriso fiero. “Profe, il testo è tutto mio ma devo confessare che me lo ha tradotto Chat GPT, però l’ho imparato”. Ci sorridiamo. La prima parte del testo parla della morte di suo padre, avvenuta qualche anno prima. Una storia veramente dolorosa che rimane a coloro ai quali Jo deciderà di affidarla. Alla fine gli dico: “Sono molto orgoglioso del tuo lavoro e mi dispiace per tuo babbo, stai bene?”. Jo mi risponde: “Va tutto bene” poi ci pensa un attimo e mi incalza: “allora…quanto mi mette?”. Come si fa, mi chiedo, a capire quanto vale da 0 a 25 la storia di un ragazzo, raccontata in un inglese stentato ma comprensibile, imparato, sapendo il livello di partenza, a prezzo di ore di pratica? Lo guardo e lo amo molto. Scordo tutto quello che mi hanno detto sul tener conto dei voti passati. “Ventitré, Jo, ti metto ventitré. Ottimo lavoro, davvero!”.
Infine, è venerdì. Nessuno degli studenti è stato rimandato in inglese, qualcuno probabilmente lo avrebbe meritato. Non ci penso mentre me li abbraccio stretti, cercando di scordare che forse è per l’ultima volta. Chiedo un’ultima foto ai ragazzi del laboratorio di calcio. Mentre Francesca scatta, i ragazzi gridano. “Ganamos el Triplete, Iooba!!!”. È passato poco meno di un mese, il nostro terzo posto, poi secondo, poi primo, per le cronache di corridoio è già un Triplete. Mi chiedo cosa sarà diventato, la prossima volta che ci vedremo.
Giovanni Berti
©️ Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello –31 Maggio 2026








