MUGELLO – Stefano è un motociclista che ha subito un bruttissimo incidente quest’estate sulle strade mugellane. E la sua famiglia ha voluto condividere con noi la lettera che hanno scritto ai sanitari che hanno aiutato Stefano:
“Mi chiamo Venere Ferro e sono la zia di Stefano Belsito, un ragazzo di diciannove anni di Prato che l’11 luglio 2026 è rimasto vittima di un gravissimo incidente in moto nei pressi di Traversa, nel Comune di Firenzuola, lungo il Passo della Futa.
Proprio perché la storia di Stefano è iniziata nel territorio che ogni giorno raccontate e già in data 11 luglio avevate dato notizia pubblicata, del grave incidente che ha lo coinvolto Stefano: Incidente di moto sulla Futa 19enne in codice rosso, ho pensato di condividerla anche con la vostra Redazione.
Dopo l’incidente Stefano è stato soccorso e trasportato in codice rosso con l’elisoccorso all’AOU Careggi di Firenze, dove è iniziato un percorso lungo e difficile. In quelle ore e nelle settimane successive abbiamo incontrato medici, infermieri e operatori sanitari che, oltre alla straordinaria competenza professionale, hanno dimostrato un’umanità che la nostra famiglia non potrà dimenticare.
Ho sentito per questo il bisogno di far pubblicare la lettera di encomio e ringraziamento che ha scritto mia sorella Helga, la mamma di Stefano.
Non desideriamo visibilità per noi. Vorremmo, invece, che attraverso la storia di Stefano potesse arrivare più lontano il nostro grazie a tutte le persone che hanno contribuito a salvargli la vita e che continuano, ancora oggi, a rappresentare per noi una parte importante del suo ritorno alla vita”.
Ecco la lettera completa:
Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari e a tutto il personale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze, con particolare gratitudine al personale del DEAS, della Terapia Intensiva, della Traumatologia e dell’Ortopedia Generale
Per conoscenza:
Alla Direttrice Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi Dott.ssa Daniela Matarrese
Alla Direttrice Sanitaria dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi Dott.ssa Silvia Guarducci
Al Direttore Generale dell’Azienda USL Toscana Centro Ing. Valerio Mari
Al Direttore Sanitario dell’Azienda USL Toscana Centro Dott. Lorenzo Roti
Sono trascorsi due mesi da quel terribile sabato 11 luglio e soltanto adesso riesco a trovare la forza e la lucidità per scrivervi. Per settimane è stato come se il tempo si fosse fermato, congelato in quelle ore interminabili di paura e di attesa, quando ogni minuto sembrava non passare mai e tutto ciò che esisteva era l’angoscia per la vita di Stefano.
Quella bella mattina di sole mio figlio era con il gruppo dei suoi amici sulla sua moto lungo la strada del Passo della Futa. Poco prima di mezzogiorno, nei pressi della località Traversa, nel Comune di Firenzuola, l’incidente.
Da quel momento, la nostra vita è cambiata.
Ricordo come se fosse adesso la telefonata ricevuta mentre ero a Barberino: le parole allarmate dell’amico di Stefano che mi avvisava del terribile accaduto, la corsa disperata verso Firenze senza sapere quanto fosse grave, senza sapere nemmeno se fosse ancora vivo, e poi l’attesa che sembrava non finire mai.
Stefano, soccorso sul luogo dell’incidente, era stato trasportato con l’elisoccorso Pegaso all’ospedale di Careggi e ricoverato in codice rosso per il grave politrauma riportato. Presentava un trauma cranico commotivo e gravissime lesioni agli arti inferiori, con fratture multiple e scomposte del femore, della tibia e del perone. A rendere il quadro ancora più drammatico era il coinvolgimento dei vasi femorali, che metteva in pericolo non soltanto la sua gamba, ma la sua stessa vita.
Ricordo l’arrivo al Careggi e quell’attesa interminabile senza notizie, sospesi nell’angoscia e nella paura. Poi qualcuno venne da noi e ci chiese se volevamo vederlo, avvertendoci che avremmo dovuto essere forti. Sono parole che una madre non dimentica.
Con l’anima a pezzi io e mio marito trovammo il coraggio di entrare. Ricordo ancora la testa che mi girava, le mie labbra che lo baciavano, le mani con cui cercavo di pulirgli il sangue dalla bocca. Stefano chiedeva di bere, ma non poteva. In quei pochi istanti cercavo soltanto di fargli sentire che ero lì, accanto a lui.
Fu proprio in quel momento di smarrimento e di dolore che incontrammo per la prima volta la vostra straordinaria umanità.
Una dottoressa ci accompagnò dai chirurghi ortopedici e vascolari, che ci spiegarono con grande chiarezza la gravità delle condizioni di Stefano, ciò a cui stava andando incontro e i rischi dell’intervento che si rendeva necessario con estrema urgenza.
Dopo aver dato l’autorizzazione cominciò un’altra attesa, ancora più lunga, furono ore interminabili, trascorse senza sapere se nostro figlio sarebbe riuscito a superare quell’intervento.
Erano circa le undici e mezza di sera quando finalmente i chirurghi uscirono dalla sala operatoria e ci dissero che l’intervento, dal punto di vista tecnico, era andato bene. In quel momento, dopo tutte quelle ore di paura, riuscii a fare una sola domanda, quasi con un filo di voce: «Ha ancora la gamba?». Mi risposero di sì: erano riusciti a salvarla.
Non dimenticherò mai quell’istante!
Dopo aver trascorso un’intera giornata con la paura di perdere Stefano, sapere che era vivo e che la sua gamba era stata salvata significò ricominciare, per la prima volta, a sperare.
Il 22 luglio, Stefano tornò nuovamente in sala operatoria per un secondo importante e delicatissimo intervento ortopedico di ricostruzione delle fratture dei piatti tibiali.
Il Dott. Fabio Luise ci mostrò la TAC eseguita prima dell’intervento e, con grande disponibilità e umanità, ci spiegò ciò che quelle immagini raccontavano e quanto fossero state gravi le condizioni di Stefano. Nelle sue parole percepii quanto quel ragazzo di appena diciannove anni avesse preoccupato profondamente anche chi lo aveva preso in cura. È uno dei tanti momenti in cui abbiamo compreso che, accanto alla straordinaria competenza professionale, c’era una partecipazione profondamente umana.
Lo abbiamo affidato alle vostre mani, è stata una vera e propria lotta contro il tempo, ma dietro le porte della sala operatoria si è compiuto un capolavoro di competenza e tempestività.
Vorrei ringraziare ciascuno di voi, dal primo all’ultimo: chi lo ha accolto al DEAS, chi ha lavorato per lui in sala operatoria, chi lo ha assistito nelle fasi più critiche e chi ha continuato a seguirlo giorno dopo giorno in reparto.
Medici, infermieri, operatori sanitari e tutte quelle persone delle quali forse non abbiamo mai conosciuto neppure il nome, ma delle quali non dimenticheremo la presenza.
Nessuno, se non chi attraversa un’esperienza simile, può comprendere fino in fondo il cuore di una madre che cerca continuamente negli occhi di chi cura suo figlio una risposta, una rassicurazione, un piccolo segnale a cui aggrapparsi. Ricordo l’attenzione con cui veniva osservato, i controlli continui, le trasfusioni, l’ossigeno, ogni parametro seguito con cura. Ma ricordo anche le parole, gli sguardi, la disponibilità a spiegarci ciò che stava accadendo e la sensibilità con cui avete saputo accompagnare anche noi.
Un ringraziamento di cuore va a tutti i medici e agli specialisti che, con competenza e dedizione, si sono presi cura di Stefano fin dalle prime, drammatiche ore e nelle diverse fasi del suo percorso, dalla complessa gestione delle lesioni iniziali ai successivi interventi e controlli.
Un pensiero particolare va ai medici che hanno affrontato i due delicati interventi chirurgici. Ai Dott. Antonio Ciardullo, Stefano Bianco, Walter Dorigo ed E. Munaò, che nelle drammatiche ore dell’11 luglio hanno lavorato insieme per salvare Stefano. Ai Dott. Luca Giannini, Andrea Cambiganu, Massimo Sangiovanni, Capasso e Anselmi, che il 22 luglio lo hanno seguito attraverso il secondo importante delicatissimo intervento ortopedico. A tutti loro va la nostra più profonda riconoscenza.
Il nostro grazie si estende alla Dott.ssa Silvia Predella, alla Dott.ssa Marina Orlandi, al Dott. Cristian De Amicis, alla Dott.ssa Laura Paperetti, alla Dott.ssa Giulia Guazzini e al Dott. Soltan Mirblook Shalmaei, al Dott. Fabio Luise e a tutti i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari che, nei giorni e nelle settimane successive, hanno continuato a prendersi cura di Stefano con attenzione e dedizione dal punto di vista clinico e morale.
Avete permesso a me e alla mia famiglia di restargli accanto per quasi un mese, supportandoci con una vicinanza che non dimenticheremo mai.
Siamo abituati a pensare ai medici come a figure imperturbabili e professionali.
Spesso ci dimentichiamo che dietro il camice bianco ci sono donne e uomini con le proprie famiglie, i propri pensieri e le proprie fatiche, capaci di mettere tutto da parte per guidare con fermezza e dedizione la vita degli altri nel momento più buio.
Oggi guardo Stefano vivo. Lo vedo muovere leggermente le dita, compiere i primi piccoli movimenti in acqua e riconquistare, giorno dopo giorno, gesti che fino a poco tempo fa sembravano impossibili. Sono progressi piccoli solo all’apparenza: per noi hanno un valore immenso, perché significano vita, futuro e speranza.
Per settimane il tempo era rimasto fermo a quel sabato 11 luglio. Oggi, guardando Stefano, sentiamo che quel tempo ha finalmente ricominciato a scorrere.
Non esistono parole sufficienti per ringraziare chi ha contribuito a restituire il futuro a un ragazzo di diciannove anni e a permettere a una madre di vederlo ancora parlare, sorridere, muoversi e sperare.
In ogni piccolo traguardo che Stefano riuscirà a raggiungere ci sarà anche una parte di ciò che avete fatto per lui, per sempre.
Con infinita riconoscenza,
la mamma, Helga Ferro,
la famiglia e Stefano
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 settembre 2026




