BARBERINO DI MUGELLO – Quella festa di addio l’ha colpito e commosso. Don Stefano Ulivi, in procinto di lasciare Barberino per il suo nuovo incarico di parroco a Impruneta, ha ancora negli occhi e nel cuore quella chiesa stracolma e la manifestazione di affetto che i Barberinesi gli hanno tributato.
Don Stefano, puoi raccontare le tue emozioni?
“Nel mio cuore c’è la celebrazione di ieri l’altro, una celebrazione “folle” per certi versi, con una partecipazione di popolo mai vista. E poi quello striscione in chiesa dei “mangiapreti” del bar, e la commozione, la tanta emozione da parte di tutti. E’ stato un bellissimo bagno di popolo, con le mie comunità parrocchiali che si sono strette intorno a me, dimostrandomi tutto il loro affetto e anche il dispiacere per la mia partenza. Una bambina mi ha detto: “Non hai mica avuto una bella idea ad andare via…”, e in chiesa, dietro di me, sentivo i chierichetti piangere, e cercavo di non voltarmi altrimenti mi sarei commosso anch’io…”
Un dispiacere, per la partenza, che si avverte anche “fuori” di chiesa…
“Sì, in effetti anche i non credenti mi dicono che mi hanno sentito vicino pure loro. Ogni due-tre mesi facevamo la cena ‘dei disperati’, coi ‘mangiapreti’, e io ci andavo sempre volentieri, e se una volta non potevo andare, la cena non veniva fatta. E volentieri mi fermavo spesso al bar, a parlare, a scherzare. Parlare del calcio, della Fiorentina, scherzare coi tifosi della Juve, e poi la mia passione per la moto. Così come ho partecipato a tante manifestazioni pubbliche, e anche i funerali ho cercato di farne più possibile io, per star vicino alla gente, anche nel momento del dolore. Questo stare insieme alle persone l’ho fatto cercando sempre di essere sacerdote. Sono in mezzo a voi come uomo e come prete, perché Dio ama tutti e sta accanto ad ognuno, e per ognuno magari ha una parola diversa, che può essere la carezza come lo scappellotto.”
Tirato anche qualche scappellotto?
“Quando era necessario. Scappellotto morale, si intende. Tipo: ‘Non entri mai in chiesa, guarda che anche te hai bisogno di Dio… Vogliamo pensare che il Signore ci apre a qualcosa di più grande?’. Ma la cosa importante è stare in mezzo alle persone, anche senza dir niente. Vai a benedire il Palio del Cantamaggio e poi ti metti a ballare con loro, prendi una birra con loro. Poi capita che si sposa l’amico e vengono in chiesa, o vengono per un funerale. E il rapporto cresce. Perché la nostra fede ha bisogno di relazioni, si basa sulle relazioni. Credo che questo i Barberinesi lo abbiano apprezzato, mi hanno sentito uno di loro, non una persona lontana, avulsa dalla realtà”
Quale, secondo te, il miglior pregio dei Barberinesi?
“Sanno aggregarsi in un attimo, per fare cose concrete. Si mettono insieme, fanno, risolvono il problema. Se condividono una cosa si aggregano. A Cavallina e a Barberino ci sono due gruppi che dicono il Rosario. E a ottobre e a maggio lo fanno tutte le sere, dopocena. Sono due gruppi di una quindicina di persone ciascuno. A gennaio li ho visti riunirsi per pregare a Badia. Hanno questa religiosità antica, ma fatta ancora di valori importanti. E lo fanno in gruppo, insieme, e ci si crede fino in fondo”.
E un difetto dei Barberinesi?
Talvolta si manifesta un carattere chiuso. La scarsa capacità di emozionarsi. Si collabora e si lavora accanto, ma condividere i sentimenti spesso si fa fatica.
In questi anni come sono stati i rapporti con le istituzioni locali?
“Direi ottimi. Ripenso alla testimonianza della sindaca, durante la celebrazione, che si è emozionata insieme a me, penso al maresciallo Fiore con il quale abbiamo collaborato tantissimo. Maresciallo e sindaco li ho sentiti partecipi della parrocchia, sempre vicini e disponibili a venire incontro alle esigenze della comunità. E questo anche col sindaco precedente”.
In questi dodici anni a Barberino qual è stato il momento più coinvolgente?
“Troppo facile rispondere: sicuramente il terremoto, ci ha segnati tutti, e ci ha accomunati, è nata una grandissima collaborazione, e quando è arrivato il covid forse non ha fatto così tanti danni, perché eravamo uniti e preparati”.

Un’ultima parola rivolta ai Barberinesi?
“Già ho utilizzato la celebrazione, domenica scorsa, per fare un immenso ringraziamento a tutti. La prima parola dunque è un grande grazie. E poi mi verrebbe da dire: amatevi, come dice il Signore, state uniti, perché le nostre parrocchie avranno senso se sono unite. Io ho cercato di basarmi sempre sull’Unità pastorale, ho voluto un unico consiglio pastorale, perché credo molto nell’unità. E non solo perché i preti vanno a diminuire, ma perché l’unione fra le varie comunità farà la forza. Chiudersi nel campanilismo significa morire ognuno nel proprio recinto”.

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 22 Settembre 2026











