MUGELLO – Sono in arrivo le bollette per il pagamento della TARI, la tassa per i rifiuti. Nel servizio di smaltimento sono impiegati operatori diversi, a seconda della scelta deliberata dai comuni. In attesa della raccolta porta a porta, di un rafforzamento di quella differenziata, e della realizzazione di un’isola ecologica comprensoriale, parliamo delle tariffe. Il peso dell’iniquità.
Qui da noi, come del resto in quasi tutte le altre parti della penisola e isole comprese, i rifiuti, icona del benessere contemporaneo, non sono assoggettati ad un prezzo correlato alla loro quantità e tipologia. Già, prima di tutto non si pesano. Tantomeno se ne controlla la composizione. L’industria energumena dello smaltimento dei rifiuti, nel foraggiare i propri tritattutto, non pensa a tali disquisizioni. Che sottigliezze, oggettivamente, non sono.
Quindi il tutto è disciplinato secondo il dettame della tradizione un tempo in uso nella Roma antica. Si tassa la classe sociale, il censo di chi produce i rifiuti. Un problema per le cosiddette utenze “non domestiche”, quelle commerciali, artigianali, industriali e del terziario. Un calcolo determinato, appunto, in funzione dell’arte e del mestiere, e del metro quadrato. Con un mero esercizio da azzeccagarbugli assurto a normativa, che mal si concilia con la realtà del vivere quotidiano. Ne scaturisce una sorta di imposizione vessatoria per certe categorie, un contributo più contenuto, forse lieve, per altre. Insomma, una iniquità tributaria.
Il tutto prende spunto da un decreto statale, il D.P.R. numero 158/1999 per gli amanti dei riferimenti legislativi, con il quale si intese stabilire il criterio per determinare le tariffe. Leggendolo oggi, contestualizzandolo, se ne ricava appieno la grossolanità. Innanzitutto il vizio italico, di voler, sempre e comunque, rimarcare una differenziazione, attribuendo coefficienti e benefici in relazione alle aree geografiche, nord, centro e sud. Come se l’immondizia fosse diversa al variare della latitudine. Sicché è il momento per una prima osservazione, perché?
Poi, credo con non poco sforzo nell’uso di un normale comprendonio, venne formulata una declaratoria per le varie tipologie di utenze “non domestiche”. Era, ed è tuttora, definito il metodo normalizzato. Un coacervo fra allegati e tabelle, con l’individuazione di 21 categorie, suddivise per mestiere ed attività. Ad ognuna di queste fu attribuito un indice empirico, con una finestra di applicazione fra un valore minimo ed un massimo, quale sintesi della vocazione a produrre rifiuti. Il coefficiente più alto come sinonimo di una maggiore produzione di immondizia.
Scorrendo i valori medi di questi indici, associati alle categorie, si notano delle evidenti storture. Per certi versi incomprensibili. Così ci si trova che le agenzie bancarie hanno un coefficiente medio, su scala nazionale, di 4,31 molto inferiore ai 6,58 dei campeggi e dei distributori di carburante (chissà perché questi abbinati), al 7,87 di uno studio tecnico, all’8,75 di una edicola, ai 19,39 dei supermercati, ai 47,42 dei bar, ai 60,75 di ristoranti e pizzerie, al 74,25 dei fruttivendoli, pescherie e fiorai. Poveri loro, quest’ultimi.
Eccoci, adesso le osservazioni prendono corpo. Tante quante una caterva, con molti perché. Come può lo sportello di una banca con le frequentazioni giornaliere dei clienti, i propri dipendenti, produrre meno rifiuti di uno studio tecnico, con a ruolo due soci, oppure della bottega di un fioraio, che peraltro riversa nei rifiuti organici ogni suo avanzo? Proseguo. Ma un supermercato che ha i reparti ortofrutta, pescheria e fiori come può avere un coefficiente di tassazione molto più basso del negozietto del fruttivendolo o del pesciaiolo?
No, non è possibile, qualcosa non torna. E i perché sono troppi per essere esposti nella loro intierezza. Emerge una certezza. Non pesando e non catalogando i rifiuti succede che questi siano, in effetti, oggetto di una valutazione sul profitto presunto dei titolari di una qualsiasi attività, indipendentemente dall’immondizia prodotta. Ciononostante è lecito dubitare anche su questo aspetto. Ma sarà vero che l’attività di ortofrutta e pescheria sia più redditizia di uno sportello bancario o di un supermercato? Insomma un sudiciume, diffuso e maleodorante.
Gianni Frilli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 20 maggio 2016






