
MUGELLO – E’ l’anno della celebrazione del 750esimo anniversario della nascita di Giotto. Tante le iniziative per ricordarlo. Fra queste anche la pubblicazione di un testo, “Sulle orme di Giotto – Percorsi in Mugello” (AA.VV., Edizioni Noferini)”. Da questo volume prendiamo spunto per presentare un affresco di scuola giottesca. Forse.
Bosco ai Frati. Nella sua storia che si perde nei secoli, almeno quattordici, la chiesa, il convento e gli altri fabbricati esterni sono stati più volte oggetto di ristrutturazioni, abbattimenti e nuove fabbricazioni. In qualche caso ci sono delle date certe, in altri casi solo ipotesi. Ed è tramite queste date, quelle sufficientemente accertate, combinate con altre, relative ad eventi storicamente documentati che, a ritroso nel tempo, proveremo a ricostruire il contesto di un’opera, una pittura, rinvenuta a seguito di un restauro, nella sagrestia della chiesa del convento.
Si tratta di una parte d’affresco riemerso durante alcuni lavori di tinteggiatura della sagrestia, alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, ed è posizionato nella parte alta della parete su cui poggiano i rivestimenti lignei dei banconi medicei, replica cinquecentesca di altri, più antichi e andati distrutti in un incendio, donati dalla famiglia Ubaldini.
E’ la rappresentazione di un “San Francesco entro una cornice quadrilobata, databile ai primi anni del XIV secolo”. Un volto scarno, la fronte aggrottata, lo sguardo degli occhi accentuato dalle pieghe della pelle di lato, le mani con le stimmate, l’aureola ed il taglio dei capelli, tipici in altre rappresentazioni trecentesche. Tratti del disegno e del metodo di pittura che, in relazione alla probabile data di realizzazione, convergono, dunque, attorno all’inizio del XIV secolo. Il tutto corroborato anche dal colore cinerino del saio francescano che ne attesta uno stile pittorico particolare, molto antico, e da quella cornice presente in altre opere di scuola fiorentina, sempre in quel periodo giottesco.

Sagrestia della chiesa nel convento di San Bonaventura al Bosco ai Frati
Adesso proviamo a giustificare questa ipotesi di datazione, con gli elementi, documenti e testimonianze, tramandati nel tempo. L’affresco è eccentrico rispetto alla geometria della lunetta del soffitto a vela della sagrestia. Poiché quest’ultima venne rifatta ed ampliata durante i lavori condotti dall’architetto Michelozzo, negli anni dal 1427 al 1436, quella mancata centratura all’interno della lunetta lascia, pertanto, supporre che possa essere un affresco precedente all’intervento voluto da Cosimo “Il Vecchio”, quindi prima del patronato de’ Medici, iniziato attorno al 1420.
Sappiamo anche, sempre muovendosi all’indietro con le date, che per circa 80 anni, a causa della peste, il convento venne abbandonato dagli stessi frati francescani, a partire dal periodo compreso fra il 1346 ed il 1349. Ecco, con ragionevole certezza, il primo limite temporale che è possibile individuare per quell’affresco dovrebbe essere antecedente la data di quella epidemia di peste. Dunque, come anticipato, all’inizio del XIV secolo. Proprio negli anni di piena attività di Giotto e della sua bottega, più in generale.
Altri particolari lo avvicinano al periodo giottesco. Per esempio, la cornice polilobata che racchiude l’affresco ne richiama altre, simili. Quelle delle formelle poste originariamente sull’armadio della sagrestia di Santa Croce, a Firenze, opera di Taddeo Gaddi (1300-1366), attivo per oltre vent’anni nella bottega di Giotto. Così come, sempre di questo stesso autore, i busti dei santi e dei martiri nel soffitto della cripta nella chiesa di San Miniato a Monte, a Firenze.
Del resto anche lo stesso Giotto ha dipinte alcune sue opere inscritte in questo modello decorativo, o forse ne è proprio l’ideatore. Alle estremità del grande crocifisso nella chiesa del convento di Ognissanti, a Firenze. O come in certe scene negli affreschi della Cappella degli Scrovegni (dal 1303 al 1305) e, lui stesso o suoi collaboratori, nella basilica di Sant’Antonio (1306, Cappella delle Benedizioni), a Padova. In particolare per la raffigurazione dei busti delle sante, in una striscia di affreschi nella Cappella delle Benedizioni.
Ovviamente non esiste, almeno nell’archivio del convento, alcun documento antico, o scheda monografica recente, che possa dare contezza per poter attribuire l’affresco ad uno specifico pittore, così come ad un preciso periodo temporale dell’arte stessa. Ci sono però le prove costituite da quelle date, secondo la ricostruzione poc’anzi sviluppata, e gli indizi, fra somiglianza e similitudine, che scaturiscono dal confronto con altre opere del periodo giottesco. Proprio questi evidenziano un ulteriore particolare, affatto secondario, il dettaglio dell’annodatura del cordone sopra il saio di San Francesco. Un nodo molto simile a quelli dipinti, in diverse opere, secondo lo stile della bottega di Giotto.
Ecco, nella difficoltà di attestare, con prove ineluttabili, la paternità dell’affresco, riemerso nella sagrestia del convento di Bosco ai Frati, ad un artista definito, occorre tuttavia tener presente tutti gli indizi che lo fanno appartenere, indubbiamente, al periodo giottesco.
Gianni Frilli
(Fotografie di Francesco Noferini)
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 11 settembre 2017



