BORGO SAN LORENZO – Attendevamo l’ingresso ufficiale del nuovo pievano di Borgo San Lorenzo don Luciano Marchetti, con la venuta dell’Arcivescovo di Firenze in Pieve, per pubblicare questa intervista. Dove don Luciano si racconta a 360 gradi.
Visto che l’attesa si prolunga, meglio pubblicarla, per evitare che “invecchi”. E perché vi si legge la semplicità e la profondità del nuovo parroco borghigiano.
Cominciamo da questa nomina che ti ha riportato a Borgo San Lorenzo. Te l’attendevi? Questa mia nomina è stata davvero inaspettata, anche perché soltanto da due anni ero stato trasferito in una grande parrocchia fiorentina e pensavo quindi di concludere lì il mio ministero. Così, quando il cardinale mi ha chiamato per comunicarmi il nuovo trasferimento, a Borgo San Lorenzo, sono rimasto sorpreso e anche un po’ addolorato perché ormai, dopo due anni, avevo ingranato nella parrocchia cittadina, anche se al Cardinale ho sempre detto che mi sento più un prete di campagna che un prete di città, ma lui mi aveva risposto “tanto farai bene anche in città”, e allora avevo accettato questo impegno, a Gavinana. Dopo un po’ di fatica iniziale mi ero ben inserito, mi ero affezionato alla gente, al luogo, alla chiesa. E devo dire che a Firenze c’erano anche meno pensieri che qui, nell’unità pastorale di Borgo, che ha tante parrocchie e chiese e associazioni. Però quando mi si nominava Borgo San Lorenzo sentivo dentro di me un sentimento particolare: per me è stato come il primo amore, forse perché è stata la mia prima esperienza pastorale forte che ho avuto, da prete giovane, pieno di entusiasmo, e anche grazie ai sacerdoti, don Rodolfo e soprattutto don Giancarlo che mi hanno fatto vivere un’esperienza pastorale felice e densa.
E ora cosa hai trovato di cambiato a Borgo? A Borgo non avevo rimesso piede da vent’anni, ero venuto solo nel 2008 per il funerale di don Cinelli. Certo, la situazione da un punto di vista pastorale è cambiata, anche perché non c’è più solo la parrocchia di Borgo, ma ci sono anche le parrocchie di Polcanto, Piazzano, Sagginale e di Olmi, e poi tante persone che conoscevo non ci sono più. Ma una cosa mi ha colpito: sembra che questi venti anni non siano passati, la sostanza di Borgo è rimasta immutata. Passo dalle strade e trovo persone che conoscevo, e a volte mi pare di non essere mai andato via. Davvero, mi sento come tornato a casa. Questo è facilitante, da un certo punto di vista conosco già un po’ di gente, gli ambienti, le strade, i posti. D’altra parte, a questa gioia di tante persone ritrovate, si aggiunge una responsabilità diversa perché un conto è essere cappellano, un conto è essere parroco.Quando qualcuno mi ha chiesto se ero contento di tornare a Borgo, io ho risposto che lo ero, pur consapevole che dopo venti anni ci torni più invecchiato, e ci torni con molte più responsabilità.
Ne senti il peso? Certo se si dovessero valutare le proprie capacita e le proprie forze, verrebbe da dire che forse non sono la persona più adatta per Borgo San Lorenzo, considerando tutto quello che c’è e ci sarebbe da fare. Pero la cosa che mi dà pace è il pensiero che è stata una decisione della Chiesa quella di mandarmi qui. E poi sono convinto che quel che conta è stare vicino alla gente. Poi i problemi si affrontano uno per volta, con grande fiducia e sapendo che il Signore, se ti ha messo su questa strada, certamente non ti lascia solo.
Quali sono le prime emergenze? Per le strutture le emergenze non mancano: riguardano la chiesa di Polcanto dove c’è da rifare il tetto e c’è già un progetto. Poi c’è tutta la questione del Centro Giovanile che va reso giovane! Le strutture sono fatiscenti e hanno bisogno di ringiovanire. Grazie a Dio però nel Centro Giovanile c’è questa presenza incredibile di giovani e ragazzi che frequentano, associazioni, gruppi, e quindi è un paese nel paese. Ogni giorno un formicolio di persone, piccoli e grandi, bambini e vecchi che rendono vivi questi spazi. Ma certo si percepisce anche che gli ambienti sono obsoleti, e dobbiamo trovare il modo di intervenire, anche per dare un assetto di sicurezza a tutto l’immobile. Poi c’è l’organo Stefanini, con il desiderio di concludere quest’opera al più presto. Certo non va assolutizzato e ci sono anche altre emergenze secondo me più importanti. Ma bisogna fare in modo di terminare i lavori, anche perché sarà l’occasione per rimettere in ordine tutto il santuario, che ora è in condizioni certo non ottimali: sembra un cantiere, e la collocazione di questo antico strumento sarà anche l’occasione di valorizzare la struttura del SS. Crocifisso.
Altri obiettivi? Non ci sono solo i problemi di strutture, non pochi vista anche la scarsità di risorse. A me ancor più sta a cuore l’attenzione verso le persone, verso le famiglie. E con Don Matteo e Don Antonio condividiamo tutte queste problematiche, anche se poi ovviamente ci siamo suddivisi i compiti.
Personalmente voglio impegnarmi in particolare per seguire i gruppi di catechesi per adulti. E seguirò più da vicino la pastorale familiare. Penso ad esempio ai genitori dei bambini del catechismo, nel senso di aiutarli a riappropriarsi della fede che hanno chiesto per i loro figli, e che hanno poi disatteso, perché quando molti bambini vengono a catechismo, non sanno farsi neppure il segno della croce. Dobbiamo andare incontro a questi genitori, e coinvolgerli in un modo che non sia pesante ma possa far loro scoprire la bellezza della fede in Gesù che stiamo cercando di trasmettere adesso ai loro bambini. Ancora, penso all’accompagnamento delle coppie di fidanzati al matrimonio e anche l’accompagnamento delle coppie che hanno chiesto il battesimo per i loro figli. E’ vero che poi arrivano bambini che a otto anni non sanno fare il segno della croce, perché nessuno glielo ha insegnato, o sono stati pochissime volte in chiesa, o non sanno dire le preghiere, ma è anche vero che come parrocchia a volte si è dato il sacramento del Battesimo, e poi queste coppie di genitori le si sono lasciate un po’ a se stesse. Va offerto un aiuto, come comunità cristiana.
E occorre guardare anche a quelli che non varcano la soglia della chiesa… Il Papa parla spesso di questa Chiesa in uscita. Occorre creare le giuste occasioni, e mettersi in gioco, perché se uno aspetta solo che le persone vengano… Occorre camminare per le strade della nostra gente, incontrarla, conoscerla, allacciare rapporti. E le strade sono poi sorprendenti perché laddove non ti aspetti, c’è una parola, un incontro, c’è la voglia di camminare insieme. Da parte mia questo desiderio c’è, c’è il bisogno di gettare ponti: e laddove si vedono solo confini, desiderare che siano invece orizzonti.
Cosa è che ti preoccupa maggiormente? Bisogna essere realisti, ci sono tante difficoltà. Mi preoccupa questa indifferenza della gente alle questioni di fede. Sembra quasi che questa società sia riuscita ad anestetizzare il desiderio di vita vera che solo il Signore può dare. Si cerca altrove una felicità che però solo il Signore può offrire.
Ci racconti qualcosa di te? A cominciare dal momento in cui hai scelto di seguire Cristo sulla strada del sacerdozio… Sono nato nel 1959, il 10 gennaio, e fin da piccolo ho sempre frequentato la propositura di San Casciano, facevo il chierichetto, partecipavo agli incontri del dopocresima. Ho frequentato il liceo, poi all’Università ho fatto lingue (avevo anche qualche borghigiano come compagno di università) e così ero diventato insegnante di inglese. Ma a 28 anni ho sentito forte questo desiderio del Signore, ho avvertito una diversa vocazione, senti che il Signore ti chiama su un’altra strada.
I tuoi come l’hanno presa? È stato un po’ faticoso all’inizio, del resto i miei genitori avevano fatto tanti sacrifici per farmi studiare -mia mamma era casalinga, mio babbo fornaio e non avevano tante risorse per far studiare un figliolo-, e dover ricominciare da capo…; ma alla fine la strada si è aperta da sé. Il mio babbo comprese prima, la mamma era un po’ più perplessa. Però se all’inizio furono un po’ spiazzati, poi tutto si è sistemato, e mia mamma dopo che è morto il babbo è venuta a stare con me, e per dieci anni è stata a Barberino Val d’Elsa. Mi faceva da segretaria ragioniera giardiniera cameriera, tutto. E mi diceva: ‘Quando sarai solo voglio vedere come ti arrangi…’ Visto che in cucina sono una frana!
Cucina a parte, quale ritieni sia il tuo maggior pregio, e il tuo primo difetto? Il pregio lo lascio giudicare agli altri. Il difetto? A volte sono un po’ permaloso. Ma mi passa alla svelta!
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 dicembre 2017







