BORGO SAN LORENZO — Giustizia è fatta, anche se a distanza di oltre dieci anni. La Corte d’Appello di Firenze ha ribaltato una precedente sentenza di primo grado, condannando una nota pelletteria di Borgo San Lorenzo per discriminazione di genere. L’azienda dovrà risarcire con 25 mila euro (più interessi e rivalutazione) un’ex operaia costretta a dimettersi per giusta causa. Interamente a carico della ditta anche le spese legali di entrambi i gradi di giudizio.
La vicenda ha inizio oltre un decennio fa. L’operaia, all’epoca addetta al confezionamento, comunica la sua prima gravidanza. Nonostante il settore preveda l’astensione anticipata per legge a causa delle lavorazioni a rischio, il datore di lavoro le chiede di posticipare l’uscita di un mese.
I veri problemi sorgono però al rientro dal congedo. Sebbene la donna stia ancora allattando, viene demansionata e trasferita al reparto “pulitura pelli”. Si tratta di un’attività che comporta l’uso di solventi chimici, severamente vietati in quella delicata fase biologica. Il paradosso? Il suo vecchio posto al confezionamento, decisamente più salubre, viene mantenuto dalla lavoratrice assunta inizialmente solo per sostituirla.
“La lavoratrice-madre — spiega il suo legale, l’avvocato Irene Romoli — ha stretto i denti e ha sottostato alle direttive aziendali pur di non perdere il posto. Ha così svolto attività a rischio per tutto il periodo dell’allattamento”.
Nel 2018 la storia si ripete. Davanti a una seconda maternità, l’azienda reitera la richiesta di ritardare l’astensione. Questa volta l’operaia cede per una sola settimana. Al rientro, il copione non cambia: nuove mansioni, stavolta al collaudo. Poco dopo, a causa di un diverbio con una collega e della totale mancanza di tutela da parte del datore di lavoro, la dipendente decide che la misura è colma. Rassegna così le dimissioni per giusta causa e avvia le vie legali.
In primo grado, dopo una lunga istruttoria, il Giudice del Lavoro dà ragione alla pelletteria, respingendo la richiesta di risarcimento. L’operaia non si arrende e ricorre in appello con l’assistenza dell’avvocato Romoli. I giudici di secondo grado di Firenze hanno ora ribaltato completamente lo scenario. La Corte ha riconosciuto la sussistenza della giusta causa di dimissioni e il pesante danno da discriminazione di genere subito dalla donna durante il rapporto di lavoro. A fronte di una richiesta iniziale di 50 mila euro, i magistrati hanno fissato il risarcimento a 25 mila euro, ponendo fine a una battaglia legale durata anni.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 4 agosto 2026
