BORGO SAN LORENZO – Di recente si è tenuto, al Centro Giovanile di Borgo San Lorenzo, l’avvio del cammino sinodale per le parrocchie del Mugello. Il Sinodo è un momento forte di riflessione che in questo caso, prendendo spunto dalla “Evangelii gaudium” di Papa Francesco, intende dare un forte impulso di rinnovamento della comunità ecclesiale. E nelle parrocchie mugellane il cammino è proprio ai primi passi. Lo si è visto nell’assemblea vicariale, non particolarmente affollata, e nemmeno con tutte le parrocchie presenti -c’erano le unità pastorali e le parrocchie di Borgo San Lorenzo, Vicchio, San Piero a Sieve, Dicomano, Barberino di Mugello, Galliano e Vaglia-.
Era presente l’Arcivescovo di Firenze, Card. Giuseppe Betori, e conviene evidenziare quello che ha detto. Perché il suo intervento è stato davvero franco e deciso, senza peli sulla lingua. Sicuramente esigente e stimolante, non senza qualche pur paterno rimprovero, come quando, riferendosi alle presenze enumerate come punti di riferimento per la Diocesi ha rilevato: “Son tutte esperienze belle, ma “dentro”, non “verso”: è un’impostazione autoreferenziale, non un’impostazione missionaria, e lo dico con tutto il bene che vi voglio”.

Ha perfino, per un attimo, affrontato qualche tema politico. Da una parte rammaricandosi per le polemiche contro la capogruppo Pd di Verona per aver votato un documento “che non negava la 194 ma dava un aiuto alle associazioni che si offrivano per prevenire la possibilità di abortire”, ma prima ancora criticando uno dei principali pensieri leghisti. “Non ci sono ‘prima gli Italiani’. Prima gli Italiani -ha detto il Cardinale- ha dentro di sé una negazione della fede fondamentale, perché si sostiene che non siamo tutti creature di Dio, ma ci sono alcuni che vengono prima degli altri. E’ inammissibile. Purtroppo il non riconoscimento della dignità della persona umana c’è dappertutto, e molto preoccupante è la situazione della società, dove è difficile che i principi cristiani trovino cittadinanza”. Dovunque, in ogni parte politica.
Ma Betori le affermazioni più forti le ha rivolte verso gli stessi credenti. Parole e prospettive “rivoluzionarie”, sulla scia dell’insegnamento di Papa Francesco. Annotiamone alcune.
Già dalle prime parole dell’Arcivescovo è stato chiaro il rovesciamento di prospettiva, al quale la comunità cristiana è oggi chiamata: e il Cardinale ha usato la metafora della calamita: “Veniamo da una pastorale la cui l’immagine che possiamo utilizzare per rappresentare l’atteggiamento con il quale preti e comunità si ponevano di fronte alla questione di come vivere il Vangelo è quella della calamita. Fino ad oggi l’obiettivo è stato quello di attirare le persone dentro la comunità: quanto più la comunità cresceva ed era vivace più eravamo contenti. Ma il Papa non ci chiede di attrarre ma di andare, e l’immagine non è più quella della calamita ma del seme, da gettare ovunque, del lievito che non si mette da parte ma si inserisce nella pasta. Lo scopo non sta nella Chiesa, sta nel mondo, e noi siamo un segno e uno strumento ma non siamo il fine”. L’Arcivescovo di Firenze ha invitato a lasciare l’autoreferenzialità, stigmatizzando anche il “clericalismo dei laici”. E ha insistito: “La Chiesa deve destrutturare e ristrutturare, vanno scompaginati i ruoli attuali”.
Perché nel mondo tutto è cambiato: “La cultura di oggi è andata in una direzione che si è allontanata progressivamente dalla visione cristiana della vita. Oggi non abbiamo le parole per dire la nostra visione al mondo. Ci appiattiamo sulla cultura prevalente e questo diventa gravemente pericoloso per noi. La nostra visione è culturalmente datata. Il Papa non usa il modo di pensare del mondo, e il suo linguaggio nasce da un’esperienza viva di fede. Noi invece siamo troppo dentro i nostri schemi di pensiero. Il linguaggio deve quindi nascere da un’esperienza nuova, perché la realtà precede l’idea. Partiamo da una vita cristiana nuova, e allora avremo anche le parole per comunicarla. Ma se viviamo il vangelo con forme legate al passato non avremo mai parole adatte. Un giovane chiese al Papa: ‘Cosa posso dire ai miei amici che non credono in Dio?’ La risposta di Papa Francesco è stata: ‘Non dir loro niente. Mostra come la fede ha cambiato e reso gioiosa la tua esistenza. Saranno loro a chiederti perché e dove trovi questa gioia. Non serve il convincimento intellettuale delle persone. Ma partire da una vicinanza alle persone, però in una maniera che sia provocante. Se ci appiattiamo per star vicini agli altri, chiudiamo il vangelo. Star vicini dunque con una testimonianza significativa. Si comincia dalla santità non dalla dottrina”.
L’analisi del Cardinale davanti alla platea mugellana è stata impietosa: “Non siamo più un soggetto socialmente significativo. Non possiamo più dare per scontato il carattere popolare della nostra Chiesa. 50 anni fa lo potevamo dire, di essere chiesa popolare oggi no. I nostri giovani non ritengono la chiesa un luogo frequentabile e appetibile. Stiamo perdendo il contatto con la gente perché la gente segue altri modelli di vita. Siamo fuori dai circuiti sociali e dobbiamo rientrarci”. E ancora: “Diminuiscono i numeri, diminuisce la partecipazione e di questo siamo preoccupati. Ma Gesù non ha mai parlato di numeri. Vuole che si sia germe di speranza e di salvezza. Del resto le epoche della Chiesa sono state molto diverse, e vi sono Chiese locali un tempo fiorentissime, oggi ridotte a zero”.
E ha indicato la strada della misericordia, della gioia interiore: “Il Papa ce lo ha fatto notare: ci si mostra troppo con il muso lungo. Troppe volte diamo un’immagine del cristianesimo come un peso ulteriore. Non è così: l’incontro con Dio è liberante. Viviamo in una cultura materialista e immanentista che vede la trascendenza come un’oppressione che rischierebbe di limitare le possiblita dell’uomo. Dio è visto come un concorrente dell’uomo, un concorrente da eliminare affinché l’uomo possa essere libero. Ma la vera libertà non è fare a meno di Dio: io sono veramente libero perché Dio mi libera dai miei limiti. L’immanentismo che l’odierna cultura ci propone non è la nostra liberazione. E’ piuttosto la nostra schiavitù, una schiavitù che nel secolo scorso ha prodotto quelle ideologie che tanti dolori hanno portato, le ideologie immanentiste e totalitarie dei regimi che non volevano Dio come riferimento, e che hanno portato le più grandi tragedie del mondo, il dominio degli uomini sugli uomini”.
E il Card. ha concluso con una nota di speranza: “Non mancano nelle nostre comunità gesti di amore e di dedizione grande, scelte che dobbiamo far emergere di più, come il segno di un cristianesimo capace di fiorire nel mondo”.



