
BORGO SAN LORENZO – Domenica 13 agosto ci sono stati i festeggiamenti per i 50 anni di Cavallico. E’ stato emozionante partecipare e vedere molte, moltissime persone che hanno creato legami che durano a distanza di decine di anni: abbracci, lacrime, risate, persone tornate appositamente dalle ferie, persone che vivono altrove, in Italia e all’estero.
Cavallico non è una casa estiva, ma un luogo di aggregazione fondamentale nella crescita di moltissime persone. Sembra una frase fatta, ma bastava essere lì domenica per capirlo senza dover fare tanti giri di parole.
E’ stato bello vedere anche che ci sono ragazze e ragazzi che Cavallico continuano a renderlo vivo, e questa, mi perdonino tutti gli altri, è la cosa più importante. Nel pieno dei bei racconti emozionanti dei meno giovani, la passione di Anna-Sofia-Anna che spiegavano cosa è e perché è bello Cavallico, con tanti loro coetanei e amici che le ascoltavano, è una delle immagini belle della giornata da salvare.
Ma durante quelle ore a Cavallico ho capito bene l’importanza del ruolo che hanno giocato tante persone, nel tirar su le mura di quello sperduto casolare sopra Sant’Agata. Molte di loro non ci sono più, e proprio per questo chiedere a chi ancora c’è diventa il modo migliore per ricordare e ringraziare queste persone.
Le animava lo “spirito di Cavallico”: il loro impegno, semplicemente era quello di fare un servizio alla propria comunità, alla propria parrocchia. Ricorda quei tempi Romano Guidotti, che cinquant’anni fa ne aveva 49.


“Si partiva la domenica mattina da Borgo con il mio furgone, ci si fermava a Sant’Agata a prendere un panino col prosciutto e si saliva verso Cavallico”: così Romano Guidotti ricorda le primissime trasferte verso il casolare per fare i lavori necessari. Autunno, inverno e primavera, praticamente tutte le domeniche mattine, questi uomini di buona volontà andavano a costruire un luogo dove molte persone delle generazioni successive hanno poi potuto trascorrere il loro tempo estivo, creare legami, crescere.
“Il pievano, don Rodolfo, aveva capito che la parrocchia aveva bisogno di un luogo di aggregazione per giovani e meno giovani”, continua Romano. Così, dopo i soggiorni fatti a Castagno d’Andrea ci si mise alla ricerca, e fu individuato questo rudere, che si decise di acquistare. Le foto dell’epoca mostrano che di lavoro ce n’è voluto parecchio. E la storia di Cavallico mostra che Don Cinelli, tante volte ricordato anche domenica, ci aveva visto lungo.
E’ stata una lunga strada, anche accidentata, come lo è quella che porta a Cavallico. Pure la strada era un bell’ostacolo, per portarci materiali e persone. Ancora non è in buone condizioni, com’è logico che sia, ma si fa fatica a immaginarla cinquanta anni fa, quando non ci passava nessuno: “La strada era un viottolo – ricorda Romano Guidotti – e c’erano dei punti in cui si passava precisi. Quando pioveva, d’inverno, era facile rimanere impantanati. E ci è capitato. Poi via via passando la strada si formò”, dice Romano come se fosse una cosa da niente. Ma la spiegazione del perché facessero questo nonostante le difficoltà la dice in modo chiaro: “Erano momenti belli, non ci arrabbiavamo o preoccupavamo mica. Erano cose che andavano fatte.”

Lui, Carlino di’ Berti, Pieretta, Pietrino Chiocci, Severino Maiani, Giulio Paoli, Luigi Tagliaferri, Angiolino ed altri facevano parte di questo gruppo di volenterosi. Perché buono il panino col prosciutto preso all’alimentari di Sant’Agata, belli i viaggi sulla strada da rally, ma poi lassù c’era da lavorare.
Cavallico si presentava come un rudere, con la vegetazione cresciuta attorno e addirittura dentro. Una quercia era cresciuta nella prima stanza, dove adesso c’è il camino. “Ricordo che ci mettemmo a tagliarla e sbucò una serpe enorme, e via tutti a correrle dietro per ammazzarla”. E a proposito di serpenti, Romano ricorda come il posto fosse “pieno di vipere da quanto era incontaminato”. Il casolare era un tempo casa di contadini, al primo piano l’abitazione, e la stalla al piano terra. E un piccolo molino ad acqua, con la macina mossa dalle acque del Levisone. “Ai lati della stalla c’erano le mangiatoie per i bovini. E immaginati in quelle condizioni quanto complicato fosse fare la pavimentazione” dice Romano.
Il lavoro dunque non mancava di certo. Il gruppo si divideva i compiti, chi faceva il muratore, chi si occupava del verde, chi pensava alle finestre e alla loro verniciatura, chi imbiancava, e così via. Per le opere più complesse, come rifare il tetto, fu chiamata una ditta edile, ma ciò che ha reso Cavallico quel che è lo si deve soprattutto all’impegno e alla passione di questi borghigiani. Persone che hanno dato tanto tempo e sudore, persone che discutevano anche animatamente tra di loro sul da farsi. “Quello che ha guidato tutto – dice Romano -, nonostante fossimo tutti già adulti, era che ci si voleva bene. Eravamo proprio contenti nel fare quella cosa. Lo spirito di Cavallico era per noi stare insieme e volersi bene”. Rieccolo, lo spirito di Cavallico. E accanto agli uomini, che facevano i lavori più pesanti, c’erano le mogli: anche le donne hanno sempre dato un contributo fondamentale alla vita di Cavallico. Dalla Graziella in poi…


Domenica alla giornata del cinquantenario ha partecipato anche il geometra Sergio Prunecchi, che, ricorda Romano Guidotti, “fece il progetto per capire come dividere gli stanzoni e come riorganizzare gli spazi, anche quello fu fondamentale”. E domenica i due si sono incontrati e hanno parlato, e Prunecchi ha detto a Romano: “più che un progetto era un sogno”. Bella frase, ancora più bella visto che è stata detta mentre questo sogno era lì di fronte ai loro occhi.
Un’altra questione importante e urgente che i “costruttori” di Cavallico dovettero affrontare – ricorda Romano – fu il reperimento dell’acqua. Don Rodolfo fece venire un rabdomante e l’acqua fu trovata un centinaio di metri sopra. “Il pievano la fece analizzare, ed era anche molto bona. Un altro motivo in più per proseguire con quel progetto”.
Al termine di questa bella chiacchierata, Romano, che poi è mio nonno, dice un ultimo pensiero: “Sarebbe stato bello avere un diario, oppure che ci fossero ancora loro per poterlo raccontare”. Caro nonno, hai ragione e giornate come quella di domenica, oppure chiacchierate come questa, servono proprio a tramandare ciò che è stato. Però fattelo dire: vedendo da trentenne ciò che è stato ricordato – domenica e in questi giorni – di quello che accadde 50 anni fa, chi ha il merito di aver costruito quel rudere e lo ha reso un ruolo di aggregazione, da Don Rodolfo Cinelli, a voi, alla Lella, al Gibe e a tutti gli altri, non sarà certo dimenticato. Considerato anche, e forse è la cosa più bella e che dà più speranza, il bel gruppo di ragazze e ragazzi che continua a render vivo Cavallico e che consentirà di dire che Don Rodolfo Cinelli ci ha visto lungo non solo per 50 anni, ma magari 100 e chissà quanti.
Auguri Cavallico!
Matteo Guidotti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 20 Agosto 2023






1 commento
Grazie Matteo,
bell’articolo, tuo nonno che io conosco da quando ero ragazzino, è sempre stato un portento di idee e soprattutto uno sprone a fare più che parlare.
Ho vissuto anche io da ragazzo lo spirito di Cavallico e ancora oggi ho bellissimi ricordi di persone e fatti.
Grazie!