Il ruolo di attore è per Renovo Bioenergy S.p.a., gigante neofita del settore energetico, nonché collettore di finanziamenti pubblici per la realizzazione di centrali a biomassa. Quello di spettatore, ahimè pagante, è per il Mugello. Già affetto da nanismo seppur nella sua intierezza territoriale, diviso in rivoli ideologici e dispute campanilistiche, il Mugello, si è dimostrato, ancora una volta, inadeguato a gestire, appunto in modo solidale, l’urbanistica e lo sviluppo della zona. Inevitabile che questa fragilità non passasse inosservata.
Da qui, prima l’ipotesi preliminare, poi quella definitiva, infine la prossima costruzione di un distretto bioenergetico, caldeggiato dall’affarismo della “green economy” ed incentivato dalla politica nostrana. Insomma, detto alla buona, un “bruciatore” di materiale nobile, forse vergine, legna in ogni sua declinazione e tipo, con l’assicurazione di un impatto rispettoso dell’ambiente. Ovvio, tutto ciò espresso in termini lapalissiani, almeno nelle promesse, dato che non si sarebbe potuto proferirne il contrario.
La zona dell’insediamento è quella di Petrona – La Torre, Comune di Scarperia e San Piero, con una ricaduta ecologica anche in quello di Borgo San Lorenzo e, dal punto di vista della filiera produttiva, estesa a tutto il Mugello. Sulle problematiche legate alla salute dei cittadini non scrivo niente che non possa essere, inequivocabilmente, dimostrato da perizie scientifiche. Mi soffermo, quindi, sull’aspetto imprenditoriale, sulla sostenibilità economica del progetto. E lo faccio non per diletto o fatuo spirito di contraddizione, icona del nostro essere toscani, per la nota vocazione alla polemica, semmai per il dispendio di ingenti risorse pubbliche, in vari modi assegnate e munificamente distribuite in questa operazione. Dalla società pubblica Pianvallico s.p.a., al “prestito agevolato” (Variante di Valico) dell’Unione Montana Comuni del Mugello, ai finanziamenti al soggetto imprenditoriale. Già, molte risorse pubbliche.
In modo poco ortodosso, ecco la sintesi del progetto. Si taglia, o si ripulisce, il bosco ceduo della zona, in un ambito circoscritto, e lo si conferisce a questo nuovo distretto energetico, laddove il cogeneratore trasforma l’energia del calore in corrente elettrica. Sicché il presunto affare: quota parte del legname si riconduce a “pellet” (biocombustibile) mentre l’energia elettrica si vende alle aziende della zona.
Un processo attraente, con qualche dubbio. Quanto bosco ceduo, qualora disponibile, potrà essere destinato, ciclicamente, al fabbisogno del progetto? Il taglio del bosco, affidato ad operatori dell’indotto, avrà una rimuneratività tale da poter consegnare il materiale a prezzi congrui? La logistica ed il trasporto locale potranno sostenere la movimentazione del materiale in termini di impegno e di costo?
Vi è una certezza : l’abbruciamento di materie e sostanze vegetali è una forma di combustione che produce risorsa energetica. Tuttavia il rischio d’impresa è notevole. E poiché in ballo ci sono risorse pubbliche, sul progetto dovrebbe gravare una idonea fidejussione di garanzia, di un importo congruo a tutelare i cittadini sull’eventuale fallimento dell’iniziativa. A volte si prende, moltissimo, anche in termini agevolati. Altrettanto si deve pensare a clausole risarcitorie per un eventuale ristoro dei danni. Nessuna profezia, giusto il buonsenso.
Gianni Frilli







