VAGLIA – Don Matteo Perini ha lasciato da pochi giorni la parrocchia di San Pietro a Vaglia per stabilirsi – per disposizione arcivescovile – in quella di S. Pietro a Varlungo, sostituendo don Vittorio Menestrina. La parrocchia di Vaglia, invece, è stata affidata a don Daniele Centorbi, che l’amministrerà insieme a quelle di San Piero a Sieve e Santo Stefano a Campomigliaio, dov’è arrivato nel settembre del 2020.
Una breve intervista a don Perini, per ripercorre gli anni trascorsi a Vaglia, il saluto dei parrocchiani e l’arrivo a Varlungo, luogo che ci riporta anche alla storia della sua conversione, fino alla chiamata al ministero presbiteriale.
Don Matteo, quanto tempo sei stato a Vaglia e quale bilancio tireresti di questa esperienza?
Sono arrivato a Vaglia nel settembre 2022, quattro anni fa esatti, quanto basta per conoscere le persone, l’Amministrazione comunale e i gruppi associativi. Non è stato un inizio facile, anche per ragioni logistiche. La chiesa infatti è un po’ distante dal nucleo abitato e raggiungibile con difficoltà. Poi, non c’è neppure una canonica, tanto che i primi mesi ho condiviso quella di don Daniele Centorbi a San Piero a Sieve. Piano piano ho imparato a conoscere le persone, a seguirle nei cammini di fede, e posso dire che tra i vagliesi ho trovato persone molto generose e operose, pronte a darsi da fare nel perseguire obiettivi e soluzioni, e nel mantenere la memoria dei luoghi. Stessa cosa per le istituzioni e le associazioni. Con l’Amministrazione comunale c’è stato – nella conoscenza reciproca – un progressivo comprendersi che ha consolidato un rapporto franco e collaborativo, anche nel trovare le soluzioni ai vari problemi. Un esempio per tutti: il 12 settembre abbiamo celebrato la S. Messa delle 18:00 insieme a don Daniele – che segnava la mia uscita e il suo ingresso – utilizzando lo Spazio Polivalente ubicato in paese, e di facile accessibilità, che il Comune ha messo gentilmente a disposizione per un anno e mezzo (fino alla fine del 2027) per le funzioni religiose. Mi porterò sempre nel cuore questo popolo, singoli e associazioni, come i componenti di “Vaglia Attiva”, la cui sede è contigua ai terreni della parrocchia: anche con loro si è creata un’amicizia sincera, cresciuta nel tempo oltre ogni differenza iniziale.
Quando sei stato ordinato sacerdote e quali altre esperienze avevi avuto nella diocesi?
Ho ricevuto l’ordinazione sacerdotale il primo maggio 2011, insieme a don Daniele, con il quale ho condiviso il percorso di studi e – grazie anche alla vicinanza delle nostre parrocchie – ci siamo spesso confrontati e sostenuti. Io, che sono nato nel 1976, ho qualche anno più di lui, ma il nostro è un rapporto che dura nel tempo, e voglio cogliere l’occasione per augurargli tutto il bene per questo suo nuovo incarico. Tornando alla domanda, dopo l’ordinazione sono stato nominato viceparroco a Firenze alla chiesa di S. Gervasio e Protasio, nel quartiere di Campo di Marte, dove sono rimasto quattro anni. Quindi due anni a Empoli, sempre come vicario parrocchiale, nelle chiese di San Martino a Pontorme e Santa Maria a Cortenuova e tre anni a Borgo San Lorenzo. Prima di Vaglia – che ha segnato il mio incarico come amministratore parrocchiale – sono stato due anni a San Marco Vecchio.
Come ti hanno salutato i parrocchiani ed i vari gruppi e associazioni vagliesi?
Sì, con le S. Messe del 12 e 13 settembre ho salutato i parrocchiani, che mi hanno tributato tanto affetto e riconoscenza, così come i bambini del catechismo. La sera del 10 mi hanno salutato con una cena gli amici di “Vaglia Attiva”, che a luglio avevano promosso una petizione per farmi rimanere. Anche l’Amministrazione comunale mi ha invitato appositamente; sono stato accolto il 15 dalla Sindaca Silvia Catani con la quale, insieme a tutta la Giunta, ci siamo trattenuti nei saluti in una bella atmosfera. Alla fine mi è stato regalato il libro storico su Vaglia, che ho molto gradito e che consulterò quando avrò nostalgia di questa terra aspra ma ospitale. Ma il momento clou è stato quello di domenica 13, quando ho battezzato la figlia della prima coppia che ho accompagnato nel cammino verso il matrimonio. Anche con loro abbiamo instaurato un rapporto di amicizia, e impartire alla loro prima bambina il sacramento che la introduce alla vita cristiana è stato per me – emozione a parte – la felice chiusura di un percorso, e di più non potevo chiedere.
Cosa ti aspetti da questo nuovo incarico a Varlungo?
Cerco di non aspettarmi niente, ma di essere determinato nel fare del mio meglio. I segni ci sono tutti, come l’intitolazione a San Pietro delle Chiese di Vaglia, Varlungo e San Piero; è una cosa che continua a unirci. Inoltre, non ci dimentichiamo che a Varlungo arrivò don Antonio Ferrara nel 1981, dopo essere stato parroco di S. Stefano a Campomigliaio e aver curato il complesso della chiesa di Spugnole, legame mai interrotto.
Ma c’è dell’altro. Sono nato e vissuto a Firenze e, dopo i primi cinque anni a Fiesole – dove sono stato battezzato – ho abitato a Coverciano. Quando ero piccolo andavo in chiesa e facevo il chierichetto; tutto regolare fino ai sedici anni, quando ho rallentato la frequenza fino a cessarla del tutto. Alle superiori frequentavano la mia scuola anche studenti di Varlungo, e fu proprio una ragazza della parrocchia di S. Pietro che, di fronte alla mia crisi di senso, mi suggerì di andare a trovare don Luigi Verdi alla pieve di Romena. Fu un colpo di fulmine, proprio quello che mi ci voleva per uscire dal torpore nel quale mi sentito avvolto, dall’apatia di quegli anni difficili. Iniziai il mio percorso con lui, al quale sarò sempre riconoscente, per poi proseguirlo con le mie scelte personali, che mi hanno condotto verso una chiamata che si faceva dentro di me sempre più chiara.
Ho interrotto anche il rapporto con la fidanzata per diventare strumento del Signore, ministero che continuo a svolgere sostenuto dalla fede. Un ringraziamento particolare va a don Luigi Oropallo, che è stato mio padre spirituale, originario di questa parrocchia e qui battezzato. Per il resto mi affido al Signore, che illumini me e le persone di Varlungo a ben operare insieme, e per questo mi metto a completa disposizione.
Una storia davvero intensa; grazie a don Matteo per avercene fatto dono e che il Signore lo accompagni in questa nuova fase della sua vita sacerdotale.
Elisabetta Boni
L’intervista è tratta dal n. 37 di Toscana Oggi-Firenze, uscito in data odierna.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 4 Ottobre 2026







